Faccio il professore di filosofia e non ho mai voluto fare altro. Ho capito subito quando ero giovane che avrei fatto quella fine. Non ho rimpianti particolari, solo un po' di incazzatura maturata col tempo. Per cui mi vedo quando mi rivedo da studente ascoltare i miei maestri. Tanti e importanti, da Dal Pra e Geymonat, da Giorello a Fergnani passando per Piana e Agazzi, Bonomi e Mangione, Massa, Spinazzola, Brioschi, Della Peruta, Sapelli e così via. Ne dimentico tanti per via dello spazio ristretto. Ho avuto grandi docenti nella mia storia di studente, docenti di vita, e li ricordo tutti. Il professore di italiano - ne ho avuti due veramente grandi, Vitali e Giannini - tutti noi li amavamo, lu stimavamo ma soprattutto non scordavamo le loro lezioni. Sembravano recitassero. Si esaltavano, si divertivano, gridavano, gesticolavano, erano davvero uno vero spettacolo ascoltarli e vederli. Ricordo il mio professore di Filosofia morale in università nella sua mitica aula ad anfiteatro, lui in fondo e noi dall'alto ad ascoltare come era in grado di sciorinare quei concetti per noi allora impenetrabili in modo preciso, ma avvolgente e accattivante. Era la sua aula, e lì riusciva a dare l'anima attraverso la sua anima facendo rivivere quei personaggi che sembravano morti, apparentemente chiusi nei libri. Ma non erano morti. Anzi. Per tutte queste loro lezioni essi venivano, e vengono ancora oggi, ricordati come buoni insegnanti, grandi insegnanti ma non per quanto fossero in grado di rispettare i programmi, ma per quanto erano capaci di coinvolgere dando corpo alle parole. I vecchi docenti erano fatti così. Forse austeri, ma aulici. La scuola, l'università erano veri luoghi di libertà e di bellezza. Avevano dentro di loro qualcosa di grande e di bello da comunicare a tutti noi che ascoltavamo ci formavamoci: i grandi scrittori, i grandi poeti, i grandi filosofi, il sapere scientifico da far conoscere. C’erano passi immortali da leggere e capire, pazienza se poi il programma non sarebbe arrivato chissà dove. Non era importante. Importante era entrare nel testo, nella vita di questi grandi autori che erano anche grandi educatori. Maestri di vita. Per questo studiamo ancora i classici, quantomeno si dovrebbe farlo. Ma tant'è. Oggi quelle stesse ore di lavoro hanno un significato diverso e un sapore diverso. Diciamolo chiaro: ieri non era propriamente come oggi. Le ore settimanali non erano poi tanto poche, perché, se ci pensiamo un attimo, i nostri maestri le avevano a disposizione tutto l’anno potendo leggere, spiegare, analizzare, approfondire. Non dovevano inventarsi una unità didattica di educazione civica legata ai temi del nuovo libro mantra calato dall'alto come l'agenda 2030: l’educazione civica la ritrovavi nei testi che si doveva studiare e che dovevi leggere e commentare. E gli studenti non dovevano gettarsi astrusamente in improbabili progetti di PCTO rincorrendo crediti per l’esame finale. Crediti poi, che brutta parola. Ma come si fa ad averla partorita? I nostri maestri avevano del tempo per studiare, per stare sul pezzo, non dovevano inventarsi giochi per rintuzzare la memoria e avere attenzione. C'era la loro voce e la loro mimica. Per non parlare dell'esame di maturità oggi di Stato, che dire? era davvero una prova di maturità: ci si doveva concentrare su due materie (io ho fatto parte di quella generazione, quella prima faceva tutte le materie con docenti esterni) e su quelle venivi interrogato da docenti rigorosamente esterni e magari se avevi studiato bene, riuscivi pure a parlare, a discutere, a dialogare su qualcosa che davvero ti importava, ma soprattutto che avevi scelto. Si riusciva realmente a dimostrare il più delle volte la maturità che avevi raggiunto anche grazie ai tuoi maestri contro quelli 'esterni' che volevano farti il pelo e il contropelo a prescindere. Non si era costretti a giocare a quella pratica fantasmagorica che ti chiede “indovina l’immagine e costruiscici sopra una tesina multidisciplinare a partire dai nodi tematici”, spezzettando quelli che sai in una manciata di secondi a materia, attento a non scontentare nessuno. Ecco, quello che penso in fondo è che per come eravamo fatti a quell’epoca forse ci saremmo ribellati davanti a tante sciocchezze. Saremmo usciti dalle nostre aule e avremmo fatto picchetti, avremmo proposto occupazioni vere e lunghi interventi sulla vita reale che gli studenti facevano a scuola, nelle aule universitarie, cineforum e probabilmente lunghe discussioni fino allo sfinimento sui rapporti tra società e crescita culturale. Collettivi. Forse. Io credo di sì. Oggi silenzio e assenso. Anzi, si usa il termine resilienza. Che brutta parola per quello che essa comporta. Cosa c'è dietro la resilienza? L'accondiscendenza, la morte del pensiero, della critica. La fine del sapere. L'assoggettamento al potere.
Per non parlare dei manuali. Oggi che cosa sono? Manuali ripetitivi, un po' troppo ripetitivi, striminziti, a volte sintetici a volte no, metà cartacei e metà digitali. Molte volte sono zeppi di pagine inutili che servono solo a quei docenti forse un tantino pigri per i necessari collegamenti con l’Agenda 2030, ma soprattutto per i temi del novello mainstream diffuso chiaramente green con l' immagine di Greta Thundberg assieme a molte altre foto che li rendono esteticamente gradevoli per giovani menti che, chi ci governa, ritiene evidentemente sottosviluppate. Manuali adeguati per un moderno ma meno brillante Bignami che corre verso lo svolgimento del programma imbottendo le menti di nozioni asfittiche e acritiche. Dovremmo rimpiangere i vecchi cari docenti, veri fari di cultura, dignitosi ma anche autorevoli conoscitori della disciplina. Io vi rimpiango! Io rimpiango di non poter essere come voi. Invidio la vostra serena libertà che non si peritava d’altro che di poter dare la bellezza che avevate incontrato nei testi che avevate studiato, annusato, calibrato dentro di voi. E pensando a tutti voi che mi avete reso quello che sono nel bene e nel male, mi chiedo: ma se una lezione, come quella che facevate voi e che io ho imparato da voi a svolgere, non diventa un momento significativo e forse irripetibile, a cosa serve? Se non diventa un incontro tra il docente e il discente, tra due individui che comunicano in una distanza che solo i libri accorciano, chi la ricorderà mai e cosa lascerà nella mente di chi ascolta? Intendere non può essere ritenuta scienza, allora dobbiamo ripensare tutto questo incontro pedagogico. Ma per andare avanti, oggi dobbiamo tornare indietro, non abbiamo altra strada. Lasciamo la scuola dei quiz, del digitale, delle innovazioni didattiche che mettono sotto i piedi i contenuti e la vita che sta dietro a questi contenuti. Cerchiamo di ritrovare quello che ha fatto grande la nostra scuola e la nostra università e che, forse, ancora in parte regge a fatica in mezzo a tante pazze novità, in mezzo a nuove parole d’ordine che diventano il linguaggio del nostro politicamente corretto e del nostro scontento quotidiano. Ritorniamo a fare i docenti, riprendiamo la scuola, le nostre università, sottraiamole ai burocrati che hanno ucciso il sapere. Impariamo a dire di no! So bene che qualcuno dirà che il mio è un programma reazionario, di un docente che non capisce più i tempi moderni, antiquato e attaccato a un mondo che non c'è più. Io non lo credo affatto. Ma ne siete realmente convinti? Credono veramente, tutti costoro, alle invenzioni che partoriscono? O forse vogliono solo crederci? Credete realmente che se il passato ha potuto lasciare dentro di noi tracce così indelebili, se è stato veramente capace di rendere mature intere generazioni di giovani, se è stato in grado di offrire bellezza ed entusiasmo, allora chiediamoci, ma soprattutto chiedetevi voialtri cari burocrati, se non dovremmo noi tutti umilmente imparare da esso e ritornare là da dove siamo partiti? Forse, un pochino, e saremo anche noi ricordati come i nostri vecchi maestri. Forse.

