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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

venerdì 29 marzo 2024

DOVE STIAMO ANDANDO? PERCORSI DELL'ITALIA DI OGGI

Per Pasqua (e dintorni) e augurando a chi segue questa pagina gli auguri, posto questa osservazione sul nostro paese. È parte della mia introduzione a La distopia permanente in cui tratteggio quelli che mi sono sembrati alcuni cambiamenti decisivi riscontrati - e mi piacerebbe capire se li riscontrano anche altri - nel nostro paese. Cambiamenti di un paese difficile che sta diventando sempre più fragile, più intimorito anche più 'cattivo dentro' lungo le nuove direzioni che stanno pian piano emergendo in questa fase che chiamerei epocale. E questi cambiamenti non li vediamo, credo, solo nell' economia che penalizza il nostro potere d'acquisto, perché li vediamo proprio nelle semplici pratiche quotidiane, nei nostri modi di agire, parlare, nel nostro lavoro, nel pensare le nostre azioni quotidiane che sembrano così distanti da quelle di solo quindici venti anni fa. Il culturale segue l'economico, dunque, facendolo diventare una sua estensione. Siamo così diversi? Ci siamo imbruttiti? In cosa ci sentiamo diversi, se reputiamo che lo siamo diventati ovviamente. Queste riflessioni personali sull'Italia di oggi, nella loro fugace e personale esposizione, sono un modo per sottolineare che l'attività di pensiero se vuole mantenere la propria necessità, la propria emergenza, per quello che vale dunque poco, deve optare sempre di più verso la critica del presente, di questo presente che ci strangola e ci porta fuori dalla società facendoci diventare individui in cerca di società. Pensando diversamente dall'ultraliberismo che ci ha obnubilato la mente facendoci credere che la "società non esiste", credo al contrario che per noi essa è tutto quello che ci rimane e ci permette d'essere individui veri. Ma bisogna forse ripensarla e fermsrci davanti al baratro. È un' Italia che forse piacerà a una certa quantità  di persone, ma certamente non è la migliore Italia quella che vediamo, siamo sempre alla ricerca di una storia che abbiamo perduto, che forse non crediamo più, che forse non ci piace più ma che era comunque la 'nostra' storia. Oggi siamo assimilati come semplici appendici di un mondo che non ci appartiene ma al quale abbiamo detto 'sì' senza pensare al come ci avrebbe cambiato. Forse per qualcuno siamo migliori così. Io credo di no e cerco, con molti esempi e situazioni che tutti hanno visto o che molti di voi sono stati spettatori inermi, di farlo emergere facendone vedere i reali cambiamenti. 

DOVE STIAMO ANDANDO? PERCORSI DELL'ITALIA DI OGGI

"Ci sono libri che parlano e libri che vivono. Poi ci siamo noi che li leggiamo pensando di ritrovarci in quel che dicono. I libri sono forse la nostra fuga dal mondo che viviamo? Quando il mondo fa troppo rumore per le nostre orecchie, ci chiudiamo tra le nostre mura rifugiandoci nei libri che ci piacciono e ci dicono qualcosa, oppure ci accingiamo a scrivere per lasciare la nostra testimonianza, per quello che vale. La scrittura è terapeutica. Quando le persone si mostrano per quello che sono realmente, ambigue, meschine, egoiste o deboli, leggiamo Dostoevskij, Kafka, Ibsen per ritrovare qualcosa che giustifichi quella delusione di cui siamo vittime nostro malgrado. Non amo leggere, devo ammettere, duecento pagine tutte d’un fiato, sebbene mi risulti difficile interrompere la lettura quando l’autore mi scava dentro, amo come dire fermare il dito tra le pagine e meditare su quello che ho letto. Questa pagina cosa mi comunica, quale mondo illustra? Quando Kafka scava una voragine nelle nostre menti parlando attraverso un personaggio come Gregor Samsa ne La metamorfosi, come potrei mai pensare di passare oltre questo solco nello stesso modo che farei con un libro che non ti lascia nulla dentro? Alle volte ci vogliono giorni di meditazione per capire, intuire il libro, la pagina va riletta, va ripensata, sono come dei labirinti che portano a castelli inscrutabili. Non ho la presunzione di capire in un semplice attimo quello che Tolstoj, Kafka, Beckett o Dostoevskij hanno impiegato a pensare e a scrivere. Non si può capire Il Castello da una prima lettura oppure la psicologia che si cela dietro l’odioso personaggio delle Memorie dal sottosuolo ad esempio. Solo i libri che scrutano nell’anima sono degni di essere riletti e di essere lasciati ai posteri, essi offrono un messaggio a un'umanità sconvolta perché senza risposte. Sebbene credo sia innegabile che proprio e solo in questo modo i libri mi abbiano forse salvato anche se non so fino a che punto lo abbiano fatto, non amo i libri come semplice fuga dal mondo reale. Cosa impossibile di per sé perché i libri trattengono più che espellere. Essi sono la realtà che avvertiamo dentro e fuori di noi. Non ci mentono mai nel loro procedere. Un libro non deve essere una droga che ci fa scordare il mondo per quello che vediamo alla televisione oppure passeggiando tra la gente che ci sfiora per poi sparire dietro di noi. Un libro deve essere una freccia che ci indica una strada, un lampione che illumina il percorso, che va al cuore della vita. Un libro può essere anche un'indicazione che non voglio seguire necessariamente ma che se non altro mi insegna cosa non voglio essere, dove non voglio andare. Ma se il libro non svolge questo compito fondamentale nella mia anima, se non mi migliora o semplicemente non mi fa meditare, allora sto chiaramente perdendo tempo e leggere non vale di più che guardare qualsiasi programma di intrattenimento. Leggere è essere cambiato da quel libro per mettere alla prova la vita che abbiamo. E’ un’esperienza interiore. Per non cadere vittima di ciò che intimava il capitano dei vigili del fuoco a un perplesso Montag in Fahrenheit 451 così magistralmente ed emotivamente diretto da Truffaut, avevo scritto Diario di bordo sull'onda dei due anni post-Covid, sulle incongruenze e sugli eccessi che quei due anni avevano alimentato nel paese e in una popolazione che aveva perduto il senso della comunità. Il risultato era stato quello di una riflessione a voce alta su ciò che sembrava ai miei occhi una modificazione antropologica o che quantomeno avrebbe comportato col tempo a cambiamenti di questa natura. Quello che mi appresto a mettere su carta oggi è in un certo senso la logica continuazione di quel diario, sviluppo di una società culturalmente verso il declino che ricorda la chiosa di Karl Kraus:  “quando il sole della cultura è basso, i nani hanno l’aspetto di giganti”. Diventa molto difficile parlare del presente, di tutta questa distorsione della realtà che vediamo all'orizzonte. Per molti versi è un presente malriuscito. L’Italia, ma anche lo stesso mondo, si stanno mostrando più malati di quello che sembra. Per questo ho chiamato Distopia permanente il resoconto che ho scritto perché, in fondo, mi era sembrato che tutto il nostro modo di vivere, quello che i nostri padri e i nostri nonni avevano faticosamente messo in piedi dopo lo sfacelo del fascismo e della guerra, fosse caduto nell'oblio per colpa nostra e per una classe dirigente miope e poco accorta. Oggi mi sembra che tutto quello che immaginavo fosse ancora troppo blando rispetto alla realtà in cui siamo caduti. Questo è il resoconto di un ‘filosofo’ che si intrufola nella quotidianità cercando di diagnosticare il presente che vede, forse in modo un po’ veloce, frammentato, volutamente non accademico attraverso flash che s’intersecano ma che sono in grado di raccontare una realtà di cui, forse, non ci rendiamo pienamente conto. Se la filosofia ha un senso, è proprio quello di rendere intelligibile ciò che non sembra esserlo e di delineare una prospettiva. Dare un ordine alla realtà in un mondo diventato improvvisamente incomprensibile. La filosofia diagnostica il presente in cui siamo incapsulati per proporci un filo conduttore capace di farci ritrovare il nostro senso perduto. Non so se ci riuscirà in verità. Solo per questa esigenza credo di aver definito i confini di una precisa distopia da cui non eravamo e non siamo a maggior ragione oggi in grado di uscire, tanto meno indenni. Brevi considerazioni su aspetti della nostra società post emergenziale che meriterebbero attenzione per gli effetti che lasciano intravedere. Degli shock culturali che dovrebbero farci ragionare su questi cambiamenti antropologici in atto che isolano l'individuo dalla società, facendolo diventare un atomo fittizio incapace di agire. Questo è lo stato distopico postmoderno che ho intravisto lungo il percorso che dall’emergenza ci ha portato al vuoto odierno. Che forse è sempre stato ‘vuoto’ nonostante la nostra volonta' di vederlo pieno. Un 'cattivo luogo' in cui ci siamo incartati con il nostro consenso. Come è risaputo il termine 'distopia' è composto dai termini "δυς-" (dys) = "cattivo", un prefisso che aggiunge il concetto altamente negativo di contrarietà, difficoltà, erroneità, dubbiezza, e "τόπος" (topos) = "luogo". Dunque un “cattivo luogo” ". [...] Distopia si configura così come un nido dove tutti possono trovare riparo, chi fugge dalla realtà solo il tempo necessario per vedere un film o leggere una storia, oppure chi trova l’habitat ideale dove vivere, dove la fuga continua dalla realtà, la sua non accettazione, si tramuta in una visione in cui l’immaginario e la realtà hanno dei confini sfocati e sovrapposti, dove germinano tranquillamente le teorie complottiste e la denuncia del “vero potere”, dell’ordine nuovo, della massoneria e di un continuo blaterare senza senso e significato senza comprendere dove si nasconda la verità. Non è un caso che negli ultimi anni, diciamo nell’ultimo ventennio, sono aumentate a dismisura le teorie complottiste da una parte e gli studi sociologici dedicati proprio ai complottisti dall’altra. L’unico dato certo di questo filone è la denuncia del presente, di una politica miope e di un’informazione ripiegata spasmodicamente su se stessa. Tuttavia, l’elemento positivo che comunque ogni distopia ci lascia in eredità risiede nel suo infinito potenziale creativo e nel suo essere un monito. Al di là di film, libri e fumetti, si sta affermando anche il genere delle creazioni digitali, il mondo del virtuale che sta diventando esso stesso distopia. Cos’è, dunque, reale e cosa non lo è? La politica da Covid è la quotidianità diffusa oppure l'inizio di una distopia? Esiste o no l’ emergenza climatica? L’uomo è andato sulla luna? Qualcuno ci spia e ci controlla come un grande fratello? L’intelligenza artificiale renderà l’uomo obsoleto e schiavo?
La distopia, dunque, è la nostra paura ancestrale che emerge sul piano del reale. Non vi sarà mai una risposta univoca a queste domande, perché, che lo vogliamo ammettere oppure no, come scriveva George Orwell “la realtà è solo ciò che vogliamo vedere” anche a costo di distorcerla e piegarla ai nostri voleri. Dunque, se è il singolo individuo a dar vita a mondi immaginari e distopici sarà sempre il singolo individuo a creare i giusti argini tra reale e immaginario, tra apparenza e realtà, tra finzione e inganno. Uscire dalla caverna, dunque. Ma immaginare che la realtà che viviamo sia peggio di ogni distopia immaginaria senza poter fare nulla, non è forse la peggiore delle distopie possibili?

estratto dalla introduzione di 
LA DISTOPIA PERMANENTE