"La tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malinconia un addio alla compagna Luna" dice la professoressa Di cesare in un post su Fb per ricordare la morte della Balzerani, nota terrorista delle Br in carcere per venticinque anni per il caso Moro, proseguendo giustificandosi con "ho pubblicato questo post subito dopo aver saputo della morte della Balzerani, questa bufera che si è sollevata mi ha sconcertato" all'agenzia Adnkronos chiosando, infine, con "non ho mai condiviso i metodi violenti, tutto quello che ho fatto o scritto, e il mio stesso insegnamento, dimostrano la mia più assoluta lontananza. Ritengo sia importante, sempre, il confronto aperto, democratico: nulla si risolve con la violenza". Immediatamente si è sollevato l’inferno con immediate richieste di interrogazioni parlamentari fino al licenziamento e all’abbandono della cattedra perché “non degna di occupare una posizione del genere in una università che ha pagato col sangue un tributo alla lotta al terrorismo”. L’Italia un po’ codina e che usa la storia quando le conviene di solito fa così. Dunque, cerchiamo di ragionare sullo ‘scandalo’ e dove esso risieda in un paese che non ha mai fatto seriamente i conti con quella stagione. Cosa dà fastidio nella comunicazione della Di Cesare, in questo suo post considerato come scellerato certamente poco politically correct? La docente, come risaputo, è notoriamente una docente di area di ‘sinistra’, benché oggi questa appartenenza sia un po’ sfumata e forse con poco senso, non ha mai disdegnato di pronunciarsi sulla sua militanza giovanile in questo caso nell’area femminista, anzi ha sempre rivendicato la sua origine di personaggio di sinistra soddisfatta. Dunque, dove sta il clamore suscitato? Essendo un’Italia un po’ codina, dicevo, sospetto, in primis, sul primo inciso del post “la tua rivoluzione è stata anche la mia” da cui è chiara la ripercussione che ne deriva. Una docente affermata che rivendica la rivoluzione, e comunque la vicinanza culturale con quella della Balzerani lasciando intendere un idem sentire proprio non si può sentire. Ma è evidente che l’inciso non può giustificare lo sdegno, in quanto la Di Cesare immediatamente dopo afferma “le vie diverse non cancellano le idee”. Ecco, questo è il punto. Credo stia qui il vero vulnus, quello che ha creato la vis polemica trascesa a diktat da parte di alcuni politici che richiedevano provvedimenti esemplari: perché, indipendentemente dalla idee diverse, entrambe hanno condiviso una stagione e un’idea, secondo i nostri politici ormai edulcorati pericolosa e nefasta, come se tutta quella stagione fosse semplicemente rinchiudibile e inquadrabile nel terrorismo e nella sua nefasta fine, dimenticandosi ahimè cosa le dette alimento, tutto quello che stava a monte e che potremmo far retrodatare ad almeno quindici o venti anni prima. Quando parliamo del ‘Settantasette’ e del ‘movimento del Settantasette’ dovremmo sempre ricordare cosa fosse quell’Italia lì che usciva dal decennio precedente, dopo il ’68, dopo l’autunno caldo del ’69, dopo piazza Fontana da cui tutto tracima come in un grande incubo. La bomba di piazza Fontana non solo lasciò morti che chiedono ancora giustizia, ma segnò un cambiamento decisivo per le sorti del nostro paese che abbiamo definito ‘strategia della tensione’. Da quel momento l’Italia non fu più la stessa e continuò in una escalation di violenze per tutto il decennio da subito. Troppo facile dimenticare e chiudere l'intera stagione nella famosa ‘foto di famiglia’, dando adito così a definire una analogia tra i vecchi modi del PCI insurrezionali e quelli dei diversi movimenti che sfociarono nella lotta armata. Nessuno ha ricordato abbastanza bene che ‘il movimento del Settantasette’ era un movimento variegato ed eterogeneo di diverse appartenenze politiche che, forse, potevano avere in comune qualcosa di Marx ma tutto finiva lì perché le diverse matrici che le facevano vivere dal di dentro erano tante, complesse, e s’ intrecciavano nel loro humus culturale partorendo delle ibridazioni di difficile inquadratura: Pdup Manifesto, Lotta continua, Avanguardia operaia, Democrazia proletaria (che si istituzionalizzò in parlamento), Cub, Indiani metropolitani, IV Internazionale, Autonomia operaia fino ai maoisti e tanti altri gruppuscoli di diversa natura possedevano riferimenti culturali, obiettivi e specificità differenti con in comune la lotta al PCI. Ci si dimentica troppo in fretta che quando nella manifestazione di Milano di via De Amicis spuntarono per la prima volta le P38, quasi tutti i movimenti di sinistra si dissociarono immediatamente dalle violenze della lotta armata che si stava profilando e si allontanarono ben presto da Autonomia. Giusto per ricordare, il 14 maggio nel corso degli scontri con la polizia durante un corteo a Milano organizzato per protestare contro la repressione, la morte di Giorgiana e l'arresto di due avvocati del Soccorso Rosso Militante, fu ucciso il brigadiere Antonio Custra. I dimostranti erano diretti verso il carcere di San Vittore, in via De Amicis Paolo Pedrizzetti, fotografo di professione, riprese l'immagine di Giuseppe Memeo, uno dei dimostranti, che a mani giunte puntava la pistola contro la polizia e sparava (identificato successivamente risultò non essere stato l'assassino di Custra). Le pagine di cronaca del ‘Corriere della sera’, a differenza degli altri quotidiani, rifiutarono di pubblicare quella foto che divenne un' icona del periodo. I fatti di Milano provocarono un grosso dibattito nei gruppi della sinistra extraparlamentare sulla necessità di un distacco politico chiaro nei confronti di quelle formazioni clandestine, come le BR, che consideravano la lotta armata uno strumento di lotta. Asor Rosa lo capì bene nel famoso libro “Le due società”: il nemico non era solo la Dc, ma soprattutto il PCI e il suo blocco storico, la sua adesione alla Dc di cui poi lo stesso Berlinguer, prima di morire, si pentì amaramente. Di Cesare afferma di aver sempre condannato la violenza politica con forza: «la mia generazione guardava al futuro e pensava al cambiamento, a un mondo senza discriminazioni, senza guerre, senza ingiustizie sociali, e mi chiedo cosa sarebbe l’Italia di oggi senza le lotte di quegli anni. Io scelsi il femminismo, quegli anni non possono essere ridotti al terrorismo», sostiene nel colloquio con Francesca Sforza. E aggiunge: «Per quanto mi riguarda ritengo che da sinistra ci sia stata una rivoluzione politica, etica e culturale e che va riconosciuta, per quanto riguarda la destra, conosciamo qual è la storia». Mentre spiega che ha usato la parola “malinconia” perché “Malinconia di sinistra” è il titolo di un’opera di Walter Benjamin. Non a caso direi. Questo è il punto dolente: cosa sarebbe stata la nostra società se solo si fosse capito cosa maturava sotto la cenere già da venti anni prima? Se solo il PCI avesse capito che l’Italia degli anni ‘60’ era già in profonda trasformazione culturale e politica e che tutto sarebbe cambiato, anche le lotte sociali, visto che per quanti lavoravano nelle fabbriche, ad esempio la FIAT, sembrava che PCI e CGIL fossero troppo lontani dai loro problemi reali e materiali. Difatti Lama dovette uscire in fretta e scortato dal servizio d’ordine della CGIL dopo il suo discorso alla Sapienza di Roma quando fu preso di mira dai movimenti che in quel momento mal sopportavano le posizioni prese da PCI e CGIL. Il comizio di Lama dentro l'università fu deciso dai vertici del PCI assieme a quelli della CGIL, motivandolo con la necessità di ripristinare le libertà sindacali e politiche all'interno dell' ateneo senza il ricorso alle forze di polizia, ma anche con l'intento di allontanare i simpatizzanti di Autonomia operaia dall'ateneo cercando di isolarli dagli altri studenti. Per garantire l'ingresso di Lama nell'università fu mobilitato un centinaio di operai delle fabbriche della Tiburtina. Nel cortile universitario venne allestito un palco per il comizio sistemato su un piccolo camion posto tra la facoltà di Legge e la fontana della Minerva. Nel frattempo il cortile si stava riempiendo sempre più anche di studenti, alcuni dei quali simbolicamente appesero ad una forca un pupazzo raffigurante il leader sindacale. Il comizio incominciò con gli Indiani metropolitani che dileggiavano il leader sindacale con slogan adattati sulle note di Guantanamera, quindi lo scontro fra studenti e operai si fece più violento fino a sfociare in una sassaiola verso il palco e in una vera e propria rissa. Lama uscì indenne dall'ateneo protetto dal servizio d'ordine della CGIL, mentre gli studenti scandivano: "via, via la nuova polizia!" e subito dopo alcuni di loro travolsero il servizio d'ordine e si impadronirono del palco, distruggendo il camion. Il 25 febbraio Berlinguer commentò i fatti e ne diede una valutazione politica, accusando il movimento degli studenti di peccare di "diciannovismo" e d'essere degli "untorelli". Più in generale il PCI si attestò su una linea di criminalizzazione di tutto il movimento tanto che già di fronte ai fatti del marzo 1977 a Bologna il PCI, assieme ai partiti di governo, espresse una condanna assai debole nei confronti dell'uso delle armi da parte della polizia (limitandosi a chiedere "chiarezza") e vide nel comportamento degli studenti la gravità della situazione e la minaccia alla democrazia. In questa linea, l'anno dopo, in occasione del referendum per l'abrogazione della Legge Reale, fece appello per il mantenimento di questa e questo fu la pietra tombale dei rapporti tra PCI e movimenti, se mai ci furono. Altri intellettuali al contrario cercarono di cogliere altri aspetti: Umberto Eco ad esempio scrisse di volersi porre "sulla linea di confine" per cercare di capire tutto quello che stava succedendo. Troppo tardi perché le posizioni erano troppo distanti e si radicalizzarono. Il 26 e 27 febbraio il movimento degli studenti, suddiviso in diversi gruppi fino ad allora in frequente reciproco rapporto conflittuale come indiani metropolitani, femministe e autonomi, indisse una prima assemblea nazionale nell'università occupata. Nella tarda sera, nell'Aula ‘1’ fu approvata una mozione, proposta da settori dell’«area dell’autonomia» romana e milanese, con la quale si rivendicavano gli scontri di Piazza Indipendenza del 2 febbraio e la stessa "cacciata di Lama" e si indiceva una manifestazione nazionale per il 12 marzo. Col tempo, la "cacciata di Lama" è stata valutata e considerata nel suo contesto storico con diversi punti di vista. Ad esempio secondo Asor Rosa, uno degli organizzatori del comizio di Lama, quest'ultimo fu «un colossale errore politico, forse il più clamoroso che io abbia commesso in vita mia. [...] Si creò un baratro. E fu enfatizzata la possibilità, da parte dei gruppi più estremi, di fare una battaglia violenta contro il sistema». Lo scontro aveva reso obsolete le vecchie categorizzazioni marxiste che Asor Rosa conosceva: «Da una parte c'erano i "garantiti", operai, consigli di fabbrica, insegnanti, lavoratori del terziario, insomma la prima società. Dall' altra gli studenti, il precariato intellettuale, l'area degli emarginati, la seconda società dei "non garantiti" che il PCI non era stato in grado di intercettare e rappresentare». Asor Rosa pubblicò questa sua analisi politica alla fine del 1977 nel libro “Le due società. Ipotesi sulla crisi italiana” stampato da Einaudi in cui affermò che il nocciolo della questione era «la costruzione dell'"ordine nuovo"», e per questo motivo egli cercò di «individuare l'ampio, diffuso, profondo bisogno di rapportarsi in forma diversa con la politica, che nasce proprio dalla natura squilibrata e rinnovatrice della crisi». Ma anche a questo proposito una precisazione sembra necessaria e doverosa: «la crisi è la somma degli elementi che impediscono a questo sistema - politico, sociale economico - di mantenere il suo passato equilibrio». Ora, «molti di questi elementi sono stati procurati da noi: noi movimento operaio, noi partito comunista, noi lotte operaie e studentesche. È pericoloso che di questo quasi ci vergogniamo... perché l'uscita dalla crisi verso un nuovo equilibrio, o porta il risultato della crisi dentro di sé, o rappresenta un passaggio all'indietro». Come dicevo, dunque, sarebbe auspicabile considerare tutto il periodo come una profonda occasione mancata di un paese sempre in ritardo di una rivoluzione. Polemizzare sul post della Di Cesare in modo ideologico senza domandarsi cosa rappresentò quella stagione e cosa ci costò, è patetico e antistorico nello stesso tempo. Visto che qualcuno, quella stagione, la visse in prima persona ed è ben presente anche nelle odierne istituzioni e nelle file opposte, politicamente parlando, allora cerchiamo di non scagliare pietre per una presunta propria innocenza. In quella stagione non ci fu innocenza propriamente parlando. La Di Cesare poteva essere più accorta? Forse. Ma da lì a procedere in un processo alle intenzioni lasciando intendere che questa docente è indegna di occupare la sua cattedra ce ne corre. E come ho detto non sta lì il punto, infatti afferma in questi giorni Cacciari ad AdKronos: "Conoscendo Donatella Di Cesare e conoscendo la sua storia, che non ha nulla a che vedere con le Br, voleva semplicemente dire che siamo nati tutti negli anni ’60 con la speranza di una trasformazione radicale di questo mondo finito in me**a (…). La sua è stata più una nota di malinconia per la mancata trasformazione che sognavamo tutti, per il cambiamento che non c’è stata (…). È chiara la sciagura che hanno rappresentato le Brigate Rosse, la Di Cesare che è più giovane di me non ha vissuto gli anni di piombo, né la sciagura che hanno rappresentato i brigatisti per noi e per le nostre speranze, per una idea di riforma di questo paese; sono stati loro insieme alla P2 col delitto Moro a bloccare la trasformazione del nostro paese. Uno che come me ha vissuto tutto questo può capirlo, un altro nato dopo può parlare di speranze rivoluzionarie". Che si operi una nuova operazione ideologica lamentando, da destra e da sinistra, che si cerca di violentare la storia di questo paese tanto che Cuperlo, deputato di punta del PD e personaggio storico del PCI, giunge ad affermare che “il post di Donatella di Cesare a me pare di una gravità che impressiona. Calpesta la storia del paese e non so darmi ragione di come si possa averlo pensato e scritto. Quanto poi all’ averlo cancellato, forse è persino peggio”, fa capire cosa sia la sinistra oggi e tutto il dramma di una opposizione che non c’è. Ma è sempre stata una condizione ineluttabile di questa sinistra di potere in questo strano paese: esserci e non capire.

