Un disastro annunciato che tutti sapevano. L'articolo, che sintetizza l'indagine svolta dall'associazione italiana editori sulle abitudini di studio all'università in cui si evince che più di quattro studenti su dieci per preparare gli esami non usano libri ma dispense scaricate dal web o appunti vari o materiali non strutturatoi, non fa altro che fotografare la realtà culturale del nostro paese e il valore che si dà alla conoscenza in un mondo smart. Del resto tutto questo non è visto, ahimè, come una preoccupazione, come dovrebbe essere invece percepita, ma cone un modo veloce e pratico al più per ottenere un risultato che in fin dei conti non porta a nulla. Sì, perché del resto che ce ne facciamo della laurea se poi il lavoro non c'è oppure se ne fa uno a cui non serve quel pezzo di carta?
Totalmente parcellizzata, resa essenziale da una fumosa e deleteria riforma universitaria del tre+due, liofilizzata tra corsi e crediti sempre più ridotti con sempre meno libri su cui documentarsi a tal punto che un esame diventa sintesi della sintesi tra mappe concettuali e sfide, la realtà del sapere è andata in frantumi purnonostante noi siamo entrati a nostra insaputa in una realtà complessa che richiederebbe più conoscenze. Non vi è dubbio che siamo difronte a un cortocircuito tra le esigenze di un mondo complesso e il modo in cui lo affrontiamo, ignorando il principio che conoscere è agire mentre invece ci adagiamo passivi su un mondo che stentiamo a capire rendendo smart le competenze che ci servirebbero a farvi fronte. Dovremmo meravigliarci? Si e no. Sì, perché ne va del nostro futuro ovviamente, e non si sa come frenare questa deriva che, sembra, la politica continua a non capire ma purtroppo alimentare. No perché, in fondo, l'istruzione non è più un problema da molto tempo con date precise e colpevoli chiari. Più o meno dalla data 1999-2001 con l'entrata in vigore dell'autonomia e piano piano con il linguaggio aziendalista e tutto quello che ne compete. Di fatti, e questo fa specie, una quantità sempre più articolata e crescente di pedagogisti non ha fatto altro che limare questo sapere fino a ridurlo a gioco e sapere essenziale per andare incontro alle esigenze di una scuola sempre più massificata, a detta loro inclusiva. Ma questa non è stata inclusione, è stato il suicidio del sapere e delle competenze. E i cinque ultimi report delle indagini Ocse-Pisa non fanno altro che testimoniarlo. Se oggi bisogna abbassare i livelli sempre di più e bisogna inventarsi strategie sempre più accattivanti e facili per indurre qualcuno ad apprendere, mi sembra chiaro che si distrugge il tessuto su cui si ergono conoscenze e competenze. Se siamo giunti al punto che solo il 24,8% della popolazione dispone di livelli elevati di analisi riguardo ciò che legge con un divario di ben 11 punti percentuali da Norvegia e 10 da Francia e Germania (vedi 'Sfida al futuro' libro bianco per i centocinquant'anni di Aie), dovrebbero tremarci i polsi e fermarci davanti al baratro. Invece, tra i carrozzoni Invalsi e Indire e un susseguirsi di ministri dell'istruzione che non sanno cosa fare se non lasciare la loro piccola impronta in un mare di incertezze, si è creata una strana commistione tra professionisti del sapere (docenti, esperti, pedagogisti) e politici in cui si continua a spingere per un sapere sempre più semplificato, liofilizzato e smart in cui non si capisce dove finisca la stupidità e/o l'interesse politico dal semplice interesse materiale per i centri del sapere (università) a sfornare corsi sempre più semplici e farlocchi per andare incontro a una richiesta sempre più facile di istruzione sfornando laureati sempre meno competenti nella media. Poi però non lamentiamoci dell'analfabetismo che dilaga sempre di più se gli aguzzini siamo proprio noi che accettiamo questo sapere sempre più semplificato, facendo diventare le nuove generazioni gli analfabeti del nostro tempo. L'interazione tra la capacità cognitiva e l'educazione all'apprendimento è sempre stato il modo migliore per creare sistemi complessi, ma il metro valutativo che lo ha sempre permesso è la conoscenza non il sapere in pillolee bignamizzato. Ma se alimentiamo un sapere solo per il 'qui e l'ora' allora mandiamo in frantumi il futuro del nostro paese che richiede al contrario più sapere per le sfide di un mondo sempre più complesso. Ciò che conta veramente è instillare conoscenze, indurre a leggere, a stimolare la curiosità, a coltivare il pensiero critico, a indurre qualcuno all'approfondimento, solo questo sistema di vedere e orientarsi nel mondo ci potrà portare fuori dal tunnel in cui politici ed esperti ci hanno infilato. Solo in questo modo potremmo dire di essere stati inclusivi: includere, a parità di condizione, sempre più persone nel mondo complesso che ci troviamo difronte. Per ora, ahimè, dobbiamo constatare che con questa inclusione escludiamo chiunque solo da come si interpreta e si legge un mondo diventato complesso, e dunque incomprensibile, se non si posseggono le coordinate giuste.

