La scelta del Minosse di Platone come dialogo per discutere sul fondamento delle leggi fatta per l'esame di stato è una scelta corretta oppure no? Si potevano scegliere altri dialoghi? Detta così potrebbe sembrare, per quanti ci leggono, foriera di equivoci sul come possa essere facile deviare da come Platone pensa il “fondamento delle leggi”, la sua genesi perché questo, ricordiamo di sfuggita, è il tema surrettizio che Platone manterrà viva per tutta la sua lunga vita assieme a quello dell' educazione. Ovviamente non è proprio così visto che il Minosse fa parte della stessa Tetralogia in cui compaiono altri tre scritti sullo stesso tema ma, per quello che credo, probabilmente sarebbe stato meglio scegliere qualcosa d'altro non ultimo per la vexata quaestio relativa all' autenticità dello scritto. Il Minosse, come è noto, è un breve dialogo inserito da Trasillo il grammatico nella IX tetralogia di Platone (tetralogia è l'insieme di quattro opere che trattano di un tema comune) la cui autenticità è, come dicevo, controversa e solitamente negata dagli studiosi moderni, rappresentando per questo il primo problema di natura filologica perché non sembra essere stato scritto da Platone ma da un altro autore vista la somiglianza stilistica con l' Ipparco o l'avido di guadagno che lo stesso Trasillo inserisce nella IV Tetralogia. Le Tetralogie sono nove. L’ incipit del dialogo è diretto andando subito al cuore del problema, e vede Socrate domandare al suo anonimo amico che cosa sia la legge, tema del dialogo. L'amico risponde inizialmente che la legge è «ciò che è stato stabilito» (313a) in quanto «atto deliberativo dello Stato» (314c). Socrate a questo punto osserva come è noto che le deliberazioni possono essere buone o cattive, mentre per quanto riguarda la legge essa deve stabilire cosa sia giusto e non può essere di per sé cattiva; d'altra parte, la legge sembra essere un'opinione, ma se veramente fosse un'opinione non potrebbe che essere una opinione vera. La legge è dunque, conclude, una «scoperta della realtà» (315a-b). L'amico sentendo ciò a questo punto obietta il fatto di come sia possibile che nei diversi popoli sulla terra esistano leggi differenti e tra di loro contraddittorie affermando: com'è possibile tutto questo se la legge è scoperta della verità? La risposta è semplice afferma Socrate: la legge è tale se è opera di un buon legislatore che possiede la competenza necessaria. Seguono dunque esempi di buoni legislatori come Minosse, appunto, e Radamanto, che hanno appreso la giustizia direttamente da Zeus (318e-320d). Il Minosse è, dunque, una evidente esposizione di come deve comportarsi (e ovviamente anche essere) un legislatore che fa questo mestiere guidato dal senso della collettività e del bene comune. Da questo particolare punto di osservazione in cui etica e politica convergono grazie all’ educazione, possiamo proiettarci dunque verso il vero tema del dialogo ovvero: se il problema che si vuole portare alla luce con questa scelta è come, secondo Platone, possono esistere leggi giuste e che cosa sta al loro fondamento, allora io avrei optato per la sua ultima opera “Le Leggi”, opera incompiuta e pubblicata postuma dal discepolo Filippo di Opunte, piuttosto che per il “Minosse”. In questo dialogo bello e complesso, in cui non compare più il personaggio di Socrate, Platone allarga la propria prospettiva dalla singola città all'ordine divino presente nel cosmo, del quale l'ordine politico è solo una parte più piccola e subordinata andando verso conclusioni molto diverse da quelle che aveva scritto nella Repubblica. Secondariamente, come dicevo, viene generalmente riconosciuto alle Leggi il tentativo di proporre un nuovo modello politico più aderente alla realtà, molto diverso dal modello proposto nella Repubblica. In cosa sta questa differenza? Secondo Platone è di fondamentale importanza evitare il conflitto tra le classi sociali nel territorio, e proprio a questo fine hanno un ruolo dirimente le leggi di uno Stato. Esse hanno una duplice funzione: costrittiva, cioè prescrivono quale debba essere la condotta migliore per un buon cittadino; educativa, cioè educano i giovani che saranno i cittadini futuri al rispetto delle norme. Platone sostiene che vadano istituite anche sanzioni pensate come strumento atto a correggere gli errori commessi dall'individuo. Le leggi sono intese come “esplicitazione dell'intelligenza” e rendono palese la continuità con quanto affermato nei dialoghi della vecchiaia (in particolare nel Parmenide, nel Teeteto e nel Sofista). D'altra parte, però, la preminenza della ‘legge’ sul ‘politico’ allontana proprio le Leggi dalle tesi esposte nella Repubblica e nel Politico: mentre nella produzione precedente il politico era sopra la legge, nel suo ultimo dialogo Platone lo pone come “custode delle norme e dell'ordinamento giudiziario”. Che è una bella virata. Nelle Leggi il tema politico viene introdotto immediatamente e il dialogo si presenta come una pura esposizione delle norme che dovranno essere adottate in un'ipotetica città di nuova fondazione, dunque è preparatoria a una situazione possibile a venire e costituisce un esempio. Al corpus delle leggi è dedicata gran parte dell'opera già dal Libro IV, quando Clinia, uno dei tre personaggi del dialogo, annuncia ai compagni di viaggio il compito assegnatogli dai cittadini di Cnosso. I primi tre libri possono perciò essere considerati come una specie di propedeutica al tema centrale del dialogo: in tutti e tre vengono affrontate questioni generali come le finalità che deve avere il legislatore nello scrivere le leggi (vedi il Libro I), la questione dell'educazione all'interno della città (vedi il Libro II), una breve esposizione sull'origine dello Stato (vedi il Libro III). Tre anziani uomini - un cretese Clinia, lo spartano Megillo e un anonimo Ateniese (probabilmente da identificare con lo stesso Platone) - percorrono la strada che da Cnosso porta all'antro di Zeus dove si trova il santuario della divinità. Sono all'inizio del loro cammino e l'Ateniese propone di rendere il viaggio meno pesante proponendo una conversazione «sulla costituzione dello Stato e sulle leggi», una specie di interessante diversivo nei momenti di riposo quando ci si ferma all'ombra degli alberi per riposarsi dal viaggio. Il dialogo si apre con la domanda dell'Ateniese che chiede ai due compagni quale sia l'origine delle leggi in vigore nei luoghi da cui essi provengono cioè Creta e Sparta. Entrambi rispondono che da loro vengono considerate come un’opera di un dio e che il loro fondamento è la necessità di prepararsi alla guerra contro altre città. L'Ateniese a questo punto fa osservare che, come nel caso del singolo individuo sarebbe meglio vincere su sé stesso che sugli altri, così anche per la città sarebbe necessario che il legislatore faccia in modo che i ‘giusti’ governino sui ‘peggiori’, mantenendo l'ordine e occupandosi anzitutto delle sedizioni interne. Il buon legislatore, dunque, opera pensando non alla guerra ma alla pace e ha come punto di riferimento la virtù nella sua totalità, affinché la città sia governata secondo i beni umani (salute, bellezza, forza fisica etc.) i quali a loro volta richiamano i beni divini (prudenza, saggezza, giustizia e coraggio). I politici che hanno promulgato le leggi cretesi e spartane, al contrario, sembrano essersi comportati in maniera contraria cercando di formare innanzitutto i cittadini che fossero in grado di dimostrare coraggio in guerra. Proseguendo l'Ateniese critica le leggi che proibiscono i simposi proprio per impedire che l' intemperanza e l'abuso di alcolici creino disordini tra i partecipanti creando disordine: questo non succederebbe se, come è d'uopo ad Atene, il consumo di vino fosse regolato da un'usanza che impedisca agli uomini di lasciarsi andare perdendo il controllo sulle loro azioni. Le leggi spartane e cretesi su questo argomento sono troppo dure e proibiscono un comportamento che, se opportunamente regolato da una buona educazione, non costituisce di per sé un danno ma, anzi, consentirebbe di esercitarsi nell'impudenza e dunque acquisire maggiore autocontrollo. Il simposio diventa simbolo di una pratica paideutica che, educando alla virtù incanalando gli istinti irrazionali, mira a formare un cittadino esemplare che oltre a essere coraggioso in battaglia rispetta la legge e all'occorrenza sa anche comandare. Il discorso sulle finalità dei simposi introduce un argomento più generale ma decisivo, quello dell'educazione, che verrà poi ripreso nel Libro VII. L'educazione che viene impartita ai fanciulli consiste nell'orientare correttamente piaceri e dolori. Tuttavia anche i buoni costumi possono corrompersi nel tempo per via delle usanze: per questo motivo gli dèi hanno deciso di alleviare la dura sorte degli uomini stabilendo delle pause che coincidono con le feste in onore delle divinità, durante le quali è possibile lasciarsi andare. In secondo luogo, poiché è noto a tutti l'istinto che i giovani hanno per il moto e il ballo, risulta di fondamentale importanza l'arte dei cori che insegna a danzare secondo ritmo e armonia, dunque a riconoscere la bellezza del movimento e dei canti nella loro armonia. Solo le cose ‘belle’ giovano a chi le fruisce, mentre chi apprezza le cose malvagie ne viene corrotto perché ha un’anima corrotta. Distinguere le cose buone dalle cattive, tuttavia, non è facile, e il giudizio deve essere affidato a persone di comprovata virtù, per cui una volta capito cosa è bene da cosa non lo sia, il legislatore dovrà costringere i poeti a comporre opere consone che attraverso la piacevolezza della musica siano capaci di educare correttamente i fanciulli. La musica, la danza e la poesia sono esempi di quei supporti irrazionali di cui l'educazione deve servirsi per condurre gli individui alla virtù previa l’inutilità. Per questo motivo diventa prioritario predisporre diversi tipi di cori corrispondenti alle differenti età dei cittadini. A conclusione, per Platone lo Stato sarà in grado di salvarsi solo se verranno conferiti ruoli di comando a persone di comprovata virtù le quali, in quanto "servitori della legge", la faranno rispettare con la loro autorità. Il compito del legislatore consisterà, dunque, nello stabilire un corpo di leggi che renderà i cittadini molto più attenti alla virtù, per persuaderli dell'utilità a seguire senza deroghe quello che è previsto dalle norme in vigore anziché aggirarle per un interesse personale e non collettivo. Per questo semplice motivo è necessario che le leggi non si limitino a indicare i reati e le relative pene, ma siano precedute da un proemio (προοίμιον) in cui viene mostrata la giustezza di questi precetti. Una politica basata sulla persuasione, conclude il filosofo, è infatti sempre preferibile a una fondata sulla mera coercizione, e la stessa forma usata per fissare le norme, la scrittura, richiede il ricorso al proemio per persuadere i cittadini a evitare che la legge perda la sua verità e la sua efficacia. Questo sta a fondamento delle leggi, ma dietro le leggi, l'educazione la vera e unica arma che il legislatore ha per formare il cittadino. E dunque la conclusione è che non esistono leggi senza educazione, come non esiste una politica senza etica. Ecco perché occorre nonostante tutto leggere ancora Platone e Aristotele oggi.

