Il Corlazzoli pensiero, maestro opinionista che un giorno sì e l'altro anche sciorina la sua pedagogia sul Fatto Quotidiano o quando viene intervistato, dimostra che i 'tuttologi’ a volte mancano il bersaglio ma si beano ugualmente di aver detto una cosa importante. Dall'alto della loro posizione apicale discettano su ogni cosa e spargono perle di saggezza sui povero mortali. Ma più che i tuttologi, benché Corlazzoli discetti veramente su tutto, i pedagoghi ormai hanno preso il sopravvento su ogni cosa non solo su di una scuola ormai smarrita, ma anche nella società con l'intento nemmeno velato di cercare di educarla se non proprio guidarla. E in questo, in minima parte, c'è anche del vero. Qualcuno penserà che odio la pedagogia, che odio i maestri, ma prenderebbe un abbaglio solenne. Non è la pedagogia il problema, ma coloro che ne tessono le lodi senza aver compreso fino in fondo il significato reale e profondo misteriosamente politico di questa disciplina che il mondo greco ha messo a fondamento della politica e dell'etica. Nel mondo greco non può esserci governo, né di sé né degli altri, se non si costituisce virtù e la virtù è un lungo processo che arriva attraverso la formazione di sé (Foucault e Hadot docet). La filosofia costituisce un modo d'essere e di fare, un modo di vita che prepara all'etica sociale ma che la paideia e la pratica paideutica permette. Per cui no, in realtà non ho mai smesso di pensare la pedagogia come qualcosa di importante. Quello che non mi piace sono tutti i suoi emissari, questi alfieri della pedagogia che hanno svilito questo sapere rendendolo una forma di routine obbligatoria e predeterminata, con tutte le sue pratiche burocratizzate, standardizzate, prive di quella luce necessaria a produrre vera virtù. In realtà non sopporto i pedagoghi, quegli strani individui che si celano dietro gli umani e impartiscono loro dettami, esempi, proclami, tempi senza che nessuno abbia chiesto loro nulla. Questi pedagoghi, che da tempo si sono improvvisati come soloni della disciplina e che discettano su come dovremmo cambiare il nostro modo di educare, insegnare, essere docenti nel tempo liquido e digitalizzato del mondo reale, sembrano essere loro il problema piuttosto che la soluzione. E le diverse ‘riforme’ sulla scuola lo dimostrano ampiamente purtroppo per noi. I docenti hanno avuto la brutta sensazione che in questi anni ‘qualcuno’ abbia tolto dalle loro mani come fare il loro lavoro imponendogli pratiche e metodi dall'alto senza chiedergli nulla. Ho sempre pensato in fondo che la scuola per un po' di tempo dovrebbe essere tolta dalle mani e dalle utopie dei 'pedagogisti' per il bene dell' istruzione. Ma questo è un mio pensiero, ovviamente. Un po' di pedagogia è d'uopo, troppa crea danni. Ma entriamo nel merito del Corlazzoli-pensiero, esempio eclatante del didattichese e del pedagogismo oltranzista che si cela dietro i carrozzoni ministeriali (Indire, Invalsi), su di un fatto accaduto qualche tempo fa riguardante alcuni ragazzi che si sono presentati a scuola con armi giocattolo. Una delle tante scene da 'Cronache dalla galassia’ che vediamo accadere quotidianamente nel mondo scuola. La sua conclusione da ‘pedagogista’ mi è sembrata troppo facile, ovvero sparare sul maestro lui che è tra l'altro un ‘maestro’, visti i pochi elementi a disposizione e, mi sento di dire, diventando anche un po’ troppo ‘giustificazionista’. Non voglio fare alcuna difesa d'ufficio per carità, non è certo il mio intento. Certamente non voglio e non posso entrare nel merito sul se e sul come "qualcosa si sia rotto nel rapporto tra la classe e il docente" come dice l'articolista, proprio per i pochi elementi che possediamo, a parte le cronache giornalistiche che si sono succedute. Quello che sappiamo, invece, è che degli adolescenti si sono avviati da casa per andare a scuola con armi giocattolo all'insaputa dei loro genitori (qualcosa si dovrà dire prima o poi su questa culpa in educando oppure no?) e, premeditatamente, hanno ‘sparato’ con la pistola giocattolo all' insegnante incuranti delle conseguenze fisiche che avrebbe comportato quel loro gesto sconsiderato, filmando il tutto esattamente come fanno i bulli di quartiere con il loro branco sugli inermi malcapitati o come fanno gli stupratori che nelle discoteche usano le droghe per raggirare la preda e poi filmare l'atroce evento. Possiamo dare tutte le giustificazioni 'pedagogiche', ‘sociologiche’ che vogliamo per alleggerire l' azione di cui questi studenti si sono macchiati, in fondo non è morto nessuno per fortuna, ma continuare a cercare attenuanti per alleggerire la responsabilità personale degli studenti non è buona pedagogia ma definisce solo i confini in cui nella società di oggi tutto è permesso, tanto nessuno mai è colpevole. Esattamente quello che vediamo quotidianamente in altri ambiti e per altri e più gravi fatti ahimè. Non c'è più certezza né della pena ma neppure della colpa. E questo è un problema poiché toglie all'umano una prerogativa dell'umano come insegna Sartre: la responsabilità della scelta. Scegliere vuol dire esistere, non c'è bisogno d'essere degli esistenzialisti per avallare questo principio di vita. Solo che procedendo in questo modo, trovando cioè spiegazioni pedagogiche su spiegazioni pedagogiche, si passa facilmente dalla pistola giocattolo e si arriva molto presto al coltello di trenta centimetri col quale un altro studente e in un'altra scuola ha accoltellato la propria insegnante alle spalle in un fatto contemporaneo a quello di cui stavamo discutendo. Un altro caso di cronaca nera dove la scuola è oggetto di attenzione suo malgrado. Certo, sono situazioni diverse ma che partono comunque dal lassismo e dal ‘perbenismo pedagogico’ a cui assistiamo da anni impotenti. Basta, sarebbe il caso di dire: può anche darsi che non tutti gli esseri umani che fanno i docenti possano fare questo lavoro come lascia intendere il maestro-tuttologo, esattamente come non tutti possono fare gli avvocati, gli ingegneri, i medici e così via, ma non si può neppure essere giudicati di ‘incapacità pedagogica’ solo da un filmino fatto di sfroso da chi si è macchiato di un 'delitto' facendola franca. Caro Corlazzoli, ma in realtà dovremmo dirlo a tutti i pedagoghi esperti del sapere pratico che in questi trent'anni hanno letteralmente distrutto una istituzione e continuano a farlo grazie a politici che glielo permettono poiché hanno bisogno di loro per avere un’idea di istruzione, riprendiamo a dare responsabilità personale ai gesti che si compiono individualmente senza se e senza ma e di cui si deve pagare un prezzo, si chiama certezza della pena come chiosava il buon vecchio Beccaria. Poi si potrà ragionare sulle attenuanti e sulle altrui responsabilità. Ma finiamola con questa pedagogia che ha intriso unilateralmente la nostra scuola fino a diventare giustificazione per ogni cosa. Guardiamoci in giro, facciamo un po' mente locale su quello che vediamo accadere intorno a noi quando camminiamo tra la gente, quando andiamo sui tram, quando frequentiamo locali, quando stiamo in fila al supermercato o in qualsiasi altro luogo pubblico etc, e allora non potremo, neppure volendo, chinare lo sguardo sulla maleducazione e la violenza, fisica e verbale, che impera in ogni dove e che anche la legge ormai autorizza fino a depenalizzare le offese personali. E poi diamoci una risposta seria. Come nel caso dell'adolescente Thomas Luciani di Pescara ucciso con venticinque coltellate da due suoi coetanei altrettanto adolescenti, due adolescenti che hanno ucciso “con l'intento feroce e cosciente di voler fare deliberatamente del male”, di creare il terrore nell'altro… Dunque, come vogliamo chiamare questa violenza gratuita, come molte altre anche apparentemente innocenti come quel brutto vezzo di filmare col telefonino ogni evento che ci capita ma che ci impedisce di intervenire per dare una mano se la situazione lo richiede perché non sono fatti nostri, che hanno imbarbarito il nostro mondo e i nostri giovani i quali crescono sempre più senza speranze né ideali, se non con il loro nome nudo e crudo: un atto deliberato di azione criminale in cui il valore della vita è stato azzerato. Cosa vale più della vita? Cosa c'è di più della vita? Come dice Adorno “non si dà vita vera nella falsa”. Cominciamo da questo semplice punto di partenza da cui non dovremmo mai derogare, pedagogia e pedagogisti permettendo.

