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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

venerdì 7 giugno 2024

GLI ‘INTEGRALITTICI’ DI OGGI SDOGANATI DA UMBERTO ECO

Siamo nell'era dell'accesso, di internet e dell'intelligenza artificiale. La realtà virtuale spesso supera la stessa realtà come la fiction supera la vita. Ricordate Apocalittici e integrati? Un libro cult del 1964 di Umberto Eco sulla comunicazione di massa e i suoi usi e le successive inutili lacerazioni sul  perché non aveva alcun senso dividersi in pro e in contro il loro uso visto che l' integrazione dei mezzi di massa era ormai un dato di fatto. Ci fu, possiamo dire, un momento preciso in quel testo in cui Umberto  Eco stesso propose quel concetto di "integralittico", di cui parleremo a breve, come una specie di compromesso tra la cultura elitaria e le diverse concessioni fatte alle pressioni del Masscult, ovvero alla cultura di massa. Ora, come è noto il saggio di Dwight Macdonald, Masscult e Midcult, da cui vennero tratti questi due concetti, fu discusso sia da Eco in Apocalittici e integrati che da Arbasino in Certi romanzi nei primi anni '60 quando andavano in voga le Avanguardie artistiche, la semiotica e il Gruppo ‘63 discutendo dei diversi fenomeni di degenerazione del gusto della emergente middle class borghese. La cultura di massa così priva di portata innovativa è un prodotto industriale ‘macinato’ e confezionato da una catena di produzione a uso e consumo di masse indistinte il cui intento non è neppure il divertimento ma la distrazione, di facile assimilazione, che non dà e non chiede  nulla al suo fruitore. Omogeneità e livellamento sono gli orizzonti di riferimento di una società che finge di rispettare i canoni della cultura. Esso rappresenta, se vogliamo, uno dei primi cavalli di battaglia della ‘critica italiana’ di fronte alle pressioni della società moderna capitalistica con quell' evidente astio forse anche un po’ snob (Arbasino ad esempio) per la iper-produzione dei diversi  beni estetici e il conseguente accesso delle masse al loro consumo. Come reagire, dunque, a questo fenomeno ‘massificante’ e ‘massificato’ già segnalato a suo tempo da Walter Benjamin in quel capolavoro che fu L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica? Questo fu, se vogliamo e in sintesi,  il dibattito su cui intendiamo soffermarci un attimo per alcuni sviluppi odierni che ci interessano rispetto ad alcune differenze. La risposta in generale fu evidentemente elitaria. E non poteva essere che così. Il testo Opera aperta di Eco lo racchiude in tutto il suo spessore programmatico. Successivamente però, nel giro di un quindicennio o poco più, come è noto Eco approdò e scrisse il romanzo Il nome della rosa (1980) in un certo senso distorcendo tutto quello che aveva avanzato in Opera aperta qualche decennio prima. Il romanzo Il nome della rosa se vogliamo fa a pugni col testo cult del 1963 in cui veniva condannato il genere "giallo" come meccanismo "fatalmente conservatore". Eco aveva semplicemente cambiato il progetto iniziale senza comunicarlo. Solo che sarebbe stato lecito esplicitare questa modifica di  percorso visto il punto di partenza proprio per gli esiti che avrebbe lasciato in noi.

Ora, l'adozione dei meccanismi narrativi tipici del feuilleton ottocentesco (Il nome della rosa inizia con la frase "Era una bella mattina di fine novembre”, nulla di più banale e conservativo se vogliamo) dà l'idea che Eco, nonostante ci avesse illuso con l'apocalisse dell'opera aperta, nel silenzio del suo operare aveva però altresì recuperato tutta la letteratura da Dumas, Hugo e Ponson du Terrail, ovvero tutti i modelli della narrativa popolare e feuilletonista operante facendoci intuire, insomma, che lui era già ‘integralittico’ rispetto alla sua antica critica e che forse lo saremmo diventati anche noi col tempo, esattamente elitari e chic come un Byron che fa la spesa all'Esselunga come tutti noi o che compra gli elettrodomestici da MediaWorld. C'era un tempo che nelle ‘Bustine di Minerva’ dell' Espresso Umberto Eco parlava di "effetto cric" narrativo (minimo sforzo-massimo rendimento), ma già in Lector in fabula lo aveva recuperato proprio perché sembravano maggiormente redditizie tutte le astuzie narrative popolari del feuilleton. Teniamo conto che l' opera aperta rappresentava un’istanza presente in molti artisti come Sterne già nel '700 e non solo nelle cosiddette avanguardie che reagivano in maniera elitaria alle pressioni delle Masse con le quali non volevano, né potevano instaurare alcuna intesa cordiale. E questa libertà di scelta in generale significava "via dalla pazza folla", dai consumi estetici degli "integrati" ovvero delle masse illuse o disilluse poco importa rispetto alla loro complicità. E questo voleva dire usare moduli espressivi elitari e irraggiungibili tipo le "sinfonie dell'unghia incarnita" che tanto ci fanno effetto. Ora, raggiungere il grande pubblico è forse un delitto? Ovviamente no. Come è noto Arbasino si disinteressò ampiamente delle presumibili attese delle masse e riscrisse per ben tre volte il suo antiromanzo Fratelli d'Italia rimanendo in questo senso perfettamente "apocalittico". Eco al contrario  non lo fece. Cambiò idea rispetto a Opera aperta e approdò a Il nome della rosa, a un genere che tempo addietro ritenne "fatalmente conservatore". Il giallo infatti "chiude" sempre, ovvero è il contrario dell' opera aperta ‘à la Sterne’. Nel giallo “la fine e il fine” come dire coincidono tra loro. C’è insomma simpatia. Teleologia e narratologia rappresentano un approdo come dire consapevole. Nessun rimprovero ovviamente, solo un po’ di spiazzamento. Ma è necessaria la ricostruzione dei fatti se vogliamo giudicare i fatti. Se si rilegge attentamente Opera aperta si vedrà che Eco era totalmente sbilanciato verso la teorizzazione dell'opera aperta ‘alla Joyce’, di cui era un attento studioso, che proprio in quegli anni circolava in Italia nella pratica letteraria dei primi anni  '60. Opera aperta, se non lo si è ancora capito, vuol dire per Eco "metafora epistemologica" del mondo moderno e, in senso di pura fruizione da parte di chi legge, "arte priva di un esito necessario" univoco e prevedibile che chiede il completamento allo stesso fruitore secondo questa scaletta di opposizioni tra loro funzionali: opera chiusa/opera aperta; unità/molteplicità; centrato/s-centrato; univoco/ambiguo; uniforme/multiforme; necessario/possibile, opera statica/opera in movimento; unidirezionale/multidirezionale; punto privilegiato di osservazione/nessun punto privilegiato di osservazione e così via. Certo Eco si situava in quel momento (1962) nel secondo versante, quello dell'opera aperta. Ma lentamente si stava spostando  nel primo, nell'opera chiusa, ‘giocando’ con intelligenza con tutti gli stilemi della narrazione popolare di cui era in possesso, ivi compresi i cliché e le "risonanze dell' intertestualità" (è una sua espressione usata in Dalla periferia all'impero) che essi recano. Tutta l'opera di Eco è un continuo contrordine rispetto agli intenti iniziale, come se ci dicesse implicitamente di tornare indietro sui nostri passi. Una finzione nella finzione. Nella primavera del 1983 a Milano ci fu un incontro tra Umberto Eco e Giancarlo Ferretti, il noto critico militante e suo vecchio amico, che da uomo "fedele alla linea" rigorosamente di sinistra rimproverava a Eco una specie di cedimento all'industria culturale proprio con quel famoso "best seller" che era In nome della rosa, opera di qualità ma in fondo anche di consumo e dunque d’ intrattenimento. Non possiamo dimenticare che la concessione all'integrazione (cioè alla narrativa di facile consumo) era intesa da parte di tutta la sinistra militante del tempo e dai suoi cantori come un cedimento al mercato e, implicitamente, anche una sorta di diserzione dall'impegno politico e civile andando incontro al consumo. Cosa era questa letteratura di disimpegno se non un fuoco fatuo destinato al declino linguistico e culturale? Ferretti aveva già scritto un saggio riprovevole verso i diversi best-seller di qualità di quel periodo, mettendo alla sbarra anche mostri sacri come Calvino e Cassola.

Oggi il mondo è molto più complesso di allora e questa disputa ci appare ormai datata, se vogliamo “il popolo è già massa” per riprendere un inciso di Asor Rosa, si è già disciolto in questo blob informe e indistinto senza qualità. E questo è stato certamente un errore di valutazione della sinistra culturale nel suo complesso che non ha saputo imprimere e modificare certi quadri di riferimento, non sapendosi rinnovare mantenendo però invariati certi valori storici. Dietro a formule apparentemente semplici come apocalittici e integrati girava tutto un mondo di idee e di scontri culturali, un corpo dottrinale che forse oggi non ha più alcun senso perché siamo già integrati. Più precisamente che dietro agli apocalittici c'erano tutti coloro che non cedevano ai modi facili del "mercato delle lettere" (come appunto Ferretti), alla narrativa di consumo degli integrati. Purtroppo nel frattempo lo scenario è palesemente mutato anche nella stessa sinistra culturale. Sul versante televisivo, ad esempio, ci fu la grande operazione di Angelo Guglielmi (già Gruppo ‘63) che recuperava con programmi pop (esempi facili da riprendere da "Chi l'ha visto" in poi) una specie di "connessione sentimentale" di sinistra con l'immaginario estetico popolare da contrapporre a quel pop consumistico proposto dal palinsesto delle tv commerciali basate sulle 5 C (calcio, cosce, canzoni, cazzate e consigli per gli acquisti) tipico della Masscult operata dalle Reti Fininvest. Sapere in fondo che c'era questo "alone progressivo nella Masscult" fu realmente decisivo poiché altrimenti si sarebbe potuto arguire, anche ingiustamente, che tutto sarebbe stato considerato come tristemente normale e lecito da sempre. Cosa che invece  non fu così. C'era se vogliamo una forma di  Minculpop implicito, austero e raffinato nello stesso tempo, che a sinistra vietava o cercava di promuovere alcuni modi di espressione artistica. Qualche decennio prima i comunisti che avevano commissionato il film La terra trema a Luchino Visconti avevano suggerito al grande regista una sorta di stravolgimento del fatalismo passivo dei Malavoglia di Verga dell'individuo incapsulato nel suo microcosmo e schiacciato dalla sorte, tanto che nel finale gli sceneggiatori avevano trasformato il giovane 'Ntoni in una sorta di ribelle agit-prop che incitava i pescatori alla lotta. Una situazione che nel romanzo di Verga non si propone affatto e mai avrebbe potuto. Comunque sia tutto quel mondo ideologico cadde con la caduta del muro di Berlino nell'89, cioè col crollo del comunismo,  e un po' tutto si ibridizzo’ in quello che la società lasciava intravedere. Il risultato è forse, oggi, quello che si proietta nel versante estetico di programmi come Che tempo che fa o Propaganda Live, una specie di mix tra impegno identitario, cazzeggio e consigli per gli acquisti. Ovvero il perfetto trionfo degli ‘integralittici’, in fondo, aperto da Eco e non solo teorizzato. Solo che di fronte a questo scempio culturale dovremmo fuggire visto l'enorme blob in cui siamo caduti strada facendo. Ma la televisione ha perduto la sua missione originaria ed Eco si è adattato in tempo alla nuova realtà.