Non vi è giorno che non ci imbattiamo nostro malgrado nel tema dell’Intelligenza Artificiale e delle sue potenziali insidie. Tra insidie e glorificazioni varie sembra che il problema dell’IA non venga affrontato come dovrebbe. Dalle derive post-umane all' idea un po’ becera che l’ IA ci salverà da un mondo infame, sembra non si capisca la ‘natura’ intrinseca di questo ultimo prodigio della tecnica. Partiamo dalle insidie. Tra le “insidie” più gettonate c’è l’idea che l’Intelligenza Artificiale possa sostituire professioni qualificate a livello intellettuale, visto che per quelle meno qualificate e manuali lo ha già fatto da tempo. Ora, dobbiamo onestamente dire che in questo timore, pur nascondendo una parziale verità, si cela un facile fraintendimento poiché crediamo - mancando l’obiettivo - che questa minaccia debba provenire dall’IA mentre essa è dovuta de facto alle scelte organizzative della produzione e del lavoro, scelte che storicamente precedono di almeno due secoli ogni discussione sull’IA e che hanno un nome e un cognome: il capitalismo industriale di prima e seconda rivoluzione. Non possiamo astrarre le innovazioni tecnologiche dal sistema capitalistico che le ha prodotte. Se oggi è pensabile ipotizzare che un medico, un avvocato o un professore, insomma ogni professionista altamente qualificato, possano essere presto sostituiti da un’istanza meccanica di tipo non-umano ci dimentichiamo che è da quasi tre secoli che la modalità intrapresa dalla produzione economica mira ad assimilare (ogni) lavoro umano a forme meccaniche non-umane. Così come la stessa contestazione a esso è dai tempi del luddismo che è sorta, contemporanea alle macchine e da lì progredendo ai giorni nostri. Ovviamente ci svegliamo oggi solo perché ad essere minacciati sono i tradizionali mestieri d’élite, quelli delle classi medio alte, dimenticando che questa è solo l’ultima variante di uno stesso processo che ha col tempo sostituito la produzione artigianale con la produzione seriale e meccanizzata. La produzione artigianale era diseguale e quantitativamente più ristretta della produzione seriale in tutti i settori e una stessa legge le accomuna. Questa mancanza di uniformità della produzione artigianale consentiva, da un lato, vertici di eccellenza ma, dall’altro, non garantiva uno standard che potesse distinguere un lavoro ben fatto da un prodotto che non lo era. Era necessaria la maturazione di giudizio del fruitore capace di distinguere i diversi processi. Giusto per intenderci, la produzione meccanizzata produce tre tipi di effetti negativi nel suo complesso: 1) perde sul piano dell’innovazione sperimentale, 2) perde le punte di eccellenza, 3) degrada il gusto medio dei fruitori. La produzione seriale consente di portare alla luce una quantità di prodotto altamente superiore rispetto a quelle disponibili in precedenza abbattendo i prezzi e incrementando l' accessibilità. Impossibile negarlo. E' stata una enorme conquista del capitalismo. Per poter ottenere questo risultato in termini di realizzazione economica fu obbligatorio utilizzare l’esperienza pregressa dei maestri artigiani poiché questo apporto permise di costruire apparati produttivi di tipo seriale a cui potevano dare un contributo produttivo anche lavoratori che non erano ‘specializzati’. In questo processo migliorativo, dunque, le competenze più alte e più sofisticate tendono fin dall’inizio a restringe il numero dei soggetti coinvolti per poi ridurre anche riguardo alle stesse specificità di queste competenze, perché sempre meno persone sono veramente in grado di valutarle. Nel passaggio dall’uomo artigiano all’operaio della catena di montaggio, quello che chiamiamo astrattamente ‘uomo’ viene sempre più assimilato alla macchina, e questo ha permesso ai processi di natura meccanica, con il loro carattere reiterabile, di diffondersi sempre di più nel ciclo produttivo. La meccanizzazione del processo produttivo conferisce una potenza inedita alla produzione, ma al prezzo di smarrire gli aspetti qualitativamente irriducibili del prodotto. Maggiore produzione, minore qualità. Oggi, per fare un esempio comprensibile, quando a un medico si chiede di affidarsi ai “protocolli” conferendogli garanzie legali e de-responsabilizzandolo se i “protocolli” sono seguiti alla lettera, si sta procedendo comunque alla meccanizzazione progressiva dell’arte medica, a una sua standardizzazione che la fa scomparire come arte mentre la fa anche scomparire epistemologicamente come un fattore che sollecita lo sviluppo di facoltà diagnostiche e osservative di tipo speciale. Non c’è più spazio per i vari dottor House nei protocolli. Tutto questo avviene nel nome di una “standardizzazione” che risulterà a certe condizioni ‘ottusa’ nella valutazione dei casi “eccentrici” ma che garantirà risposte rapide, economiche nella maggioranza dei casi ordinari. Quanto più questo processo avanza, tanto più quello che i medici fanno è “riducibile a un puro meccanismo standardizzato”. Più è standardizzato il servizio, tanto più rapidamente esso potrà venire sostituito da procedimenti di Intelligenza Artificiale che mediamente produrranno diagnosi e ricette rapide, economiche e anche efficaci, per tutti i casi prossimi alla media. Naturalmente c’è un prezzo da pagare per tutto questo apparente beneficio: la sempre maggiore irriconoscibilità di tutto ciò che presenta aspetti eccentrici, se vogliamo ‘geniali’ di saper vedere il problema da altre prospettive con una sempre maggiore ottusità nei confronti delle specificità individuali. Lo stesso processo bussa alle nostre porte quando nell’insegnamento, scolastico e universitario, si promuove l’esigenza dell’uniformazione dei programmi e delle metodologie di insegnamento, quelle tanto agognate dagli Ocse-Pisa e dai sistemi Invalsi. Quando inizia a diventare parte del senso comune e della percezione comune il presupposto che se si studia una certa letteratura o una certa filosofia, insomma un certo ‘programma’, questi deve garantire che se si sta studiando la stessa cosa da ogni luogo allora si sta già intraprendendo l’idea per la quale potremmo fare un solo corso standard filmato in grado di essere riprodotto infinitamente a un numero sempre più ampio di studenti. E tutti gli aggiustamenti o i possibili aggiornamento potranno essere consegnati all’IA che si affiderà a tutte le forme pregresse ricombinate. Anche questo processo avrà il grande vantaggio di abbattere drasticamente costi e tempi di produzione del prodotto che chiamiamo “lezione”, con il marginale problema secondo qualcuno di aver distrutto tutto ciò che un tempo rappresentava la "cultura umana". Ma la cultura e il sapere può essere così inteso? Anche guardando il problema dal lato della sua glorificazione, le cose non stanno diversamente: esiste un modo prosaico, enfatico e ideologico di vedere l’ IA come ultima frontiera per le fatiche dell’uomo capaci di riportare il suo tempo ai propri bisogni. Dal cantante ex 883 Max Pezzali alla Gabanelli, è tutto un sollucchero in favore della IA che dovrebbe toglierci dalla nostra atavica “pigrizia mentale”, dice il cantante: “la gente dovrà svegliarsi e sobillare la propria parte creativa, uscire dalla pigrizia mentale”. Si tratta chiaramente di una visione ottimistica ma anche ingenua dell’IA, senza illuminarci su come essa potrebbe fare tutte queste migliorie senza intaccare la nostra natura di umani. “Insegnare nelle scuole a usare questi strumenti, Internet e i social, dove i ragazzi si informano e che frequentano, è cruciale. Innanzitutto, bisogna formare gli insegnanti, che dovranno a loro volta insegnare. Dovrebbe essere materia obbligatoria, non un corso una tantum, dove bisogna innanzitutto dire che quando ci si informa sui social bisogna innanzitutto guardare chi scrive”, ha detto invece la Gabanelli durante la trasmissione di Corrado Augias “La torre di Babele". Come è facile constatare, sembra un mondo totalmente illusorio che non lascia intravedere la distopia di cui si alimenta. Nessun beneficio tecnico è passato senza creare problemi all'uomo, questo è un fatto. Per cui, per concludere, che si sia coscienti del problema oppure no, quanto più ci si adegua ai diversi standard richiesti dall’esterno, dai diversi “ministeri”, dalle “autorità internazionali”, da tutti questi grandi carrozzoni che ammorbano la nostra vita, tanto più stiamo lavorando per l’uniformazione del sapere che porta alla irriducibile meccanizzazione della produzione culturale a ogni livello. Possiamo allora sostenere che quanto più questo processo proseguirà, tanto più scadenti appariranno i contributi umani e a quel punto sarà certamente più sensata la loro sostituzione con standard meccanici e automatizzati. Questo è quello che chiamiamo ‘progresso’. Ho dei dubbi nel pensare questo come progresso.

