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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

mercoledì 17 luglio 2024

ADORNO LETTORE DI KAFKA

Possiamo leggere La metamorfosi come un momento della alienazione/reificazione della società contemporanea in cui gli uomini vengono incapsulati in pratiche spersonalizzanti? Adorno crede di sì e legge in Kafka alcuni aspetti relativi alla reificazione moderna che si traduce nel sistema consumistico della società. Gregor Samsa protagonista de La metamorfosi di Kafka diventa in questo caso a nostro beneficio il prototipo dell’individuo contemporaneo: potrebbe essere un nostro vicino di casa, oppure un parente come potremmo essere noi stessi. In questa interscambiabilità dei ruoli si intravede l'omologazione specifica del sistema capitalistico. Ma questo non cambia il significato intrinseco della metafora. Il personaggio kafkiano, come è noto, si sveglia una mattina tramutato in un insetto, uno scarafaggio: la sua vita è da quel momento impedita fin nelle sue più semplici azioni quotidiane che risultano impossibili. Tuttavia, nonostante questa orrenda scena, l’unica preoccupazione della sua famiglia, come quella del suo capo, è che Samsa non sia più in grado di svolgere il suo lavoro, che egli sia inabilitato per la sua professione e quindi anche per la sua esistenza. In questo racconto, come in molte altre storie dello scrittore praghese, il lavoro è vissuto come ‘privilegio’, per citare Adorno, in base alla kafkiana «abitudine ideologica che trasfigura la riproduzione della vita in un atto di grazia dei padroni, dei “datori di lavoro”» (Adorno, Appunti su Kafka, p. 263). Nel mondo caleidoscopico di Kafka regna la completa indiscernibilità tra il tutto e le sue parti, in questo modo il carattere ‘disumano’ del lavoro (alienato e reificante) sembra apparentemente superato solo perché non viene più percepito come tale. Alcune riflessioni di Adorno e di Günter Anders fanno emergere il problema della ‘disumanità apparentemente umanizzata’ del lavoro in età tardo capitalista. Ad esempio, l’ ostessa dice a K ne Il castello: «Lei non è in condizione di vedere realmente Klamm, questa non è superbia da parte mia, perché neppure io ne sono capace. Klamm dovrebbe parlare con lei! Ma Klamm non parla neanche con la gente del paese, mai ha parlato con un abitante del villaggio» (Il castello, p. 85). Klamm è il signore del castello, colui che decide la sorte dell’esistenza di K in quanto decide della sua possibilità di lavorare: «Mai K aveva visto il suo lavoro e la sua vita così strettamente intrecciati; tanto che a volte gli sembrava che vita e lavoro si fossero scambiate le parti» (p. 93). Klamm è una presenza non presenza, una specie di ‘spettro’ contro cui non si può nulla. L’ analisi adorniana del sistema tardo capitalistico coglie in ciò lo stesso tratto paradossale. Il filosofo di Francoforte denuncia, infatti, l’impossibilità di dare un volto umano ai rapporti lavorativi nella società americana degli anni ‘50 e ’60 vedendoli spersonalizzanti già in quel capolavoro che sono I minima moralia. Questo sistema diventa la conseguenza di una ‘spersonalizzazione’ della gerarchia del lavoro che Adorno descrive in questo modo: «La spersonalizzazione della struttura autoritaria fa sì che i lavoratori non si vedano più davanti, nella fabbrica, un avversario tangibile. Tutt’al più si urtano con capisquadra, capiofficina, superiori in genere, in una gerarchia in cui è impossibile vedere i vertici» (Adorno, Osservazioni sul conflitto sociale oggi in Scritti sociologici, pp.180-181). I nuovi conflitti sul posto di lavoro coinvolgono persone che in realtà non sono rappresentanti di due classi diverse e antagoniste, non sono visti come una vittima contro un carnefice, ma appaiono come membri totalmente intercambiabili che ricoprono ruoli all’ interno di un’azienda o di un ufficio: «I presunti avversari sono a loro volta sotto pressione, costretti come sono, ad assicurare una determinata quantità di prodotto. Sono, propriamente, dei fantasmi, delle personalizzazioni con cui i dipendenti cercano di ritradurre l’ astrattezza e imperscrutabilità dei rapporti nella loro viva esperienza» (p. 91). Il contesto entro cui il lavoro è pensato appare come una sorta di ‘seconda natura’ dentro cui ciascuno ha il posto che il ‘destino’ gli ha riservato: «Le forze produttive sono più che mai mediate dai rapporti di produzione; forse così completamente che essi proprio per questo appaiono come l’essenza; si sono completamente trasformati in una seconda natura» (Adorno, Tardo capitalismo o società industriale?in Scritti sociologici, p. 325). Come è noto il concetto hegeliano di seconda natura, inteso come realizzazione dello spirito nella realtà concreta indipendente dal mondo della natura, è centrale nella filosofia adorniana. Adorno lo rivisita e lo rovescia in chiave lukácsiana sottolineando come il mondo umano in fondo sia il mondo della reificazione e abbia ricreato una natura a cui gli uomini sono pienamente soggiogati, la seconda natura infatti è definita “il mondo della convenzione”, un mondo “estraniato, deificato, morto”, la cui alienazione è un prodotto storico come ritroviamo in Dialettica negativa e in particolare nel capitolo Lo spirito universale e la storia naturale (pp. 268-324) in cui si legge: «Ma la seconda natura, ripresa per la prima volta filosoficamente nella Teoria del romanzo di Lukács, resta il negativo, di quella che in qualche modo potrebbe essere pensata come prima» (p. 321). L’importante, dunque, è prenderne parte, riuscire ad aggiudicarsi un ruolo: «In generale, per poter campare ogni singolo deve assumersi una funzione, e gli si insegna a ringraziare finché se ne ha una» (Adorno, Società in Scritti sociologici, p. 4). Questo viene rafforzato dall’illusione che tutti potrebbero accedere ai posti di comando, quindi ognuno ha avuto il posto che gli spetta:«Gli eletti restano un’infima minoranza, ma la possibilità strutturale basta a mantenere con successo l’ apparenza di una chance uguale nel sistema che ha eliminato la libera concorrenza, che viveva proprio di quell’ apparenza» (Adorno, Minima moralia, p. 233). Questo non perché la ‘lotta di classe’ e lo sfruttamento siano ormai meccanismi inesistenti; ma perché, a causa di questa spersonalizzazione nell’ ambiente-lavoro, la realtà si fa più complessa e non è più esperibile dal lavoratore medio: «Ciò impone di considerare lo stesso concetto di classe così attentamente da mantenerlo e trasformarlo insieme. Bisogna mantenerlo: poiché il suo fondamento, la suddivisione della società in sfruttatori e sfruttati, non solo continua inalterato, ma viene acquistando maggiore coattività e stabilità. Bisogna trasformarlo: poiché gli oppressi, che oggi costituiscono la stragrande maggioranza dell’umanità, secondo le previsioni della teoria, non possono sperimentare se stessi come classe» (Adorno, Riflessioni sulla teoria delle classi in Scritti sociologici, pp. 335-336). Il lavoratore non vive più le sue esperienze mediate attraverso una percezione che lo rende integrato, come lavoratore e come consumatore, alla totalità a cui appartiene. Per cui,in questo modo, è pronto ad accettare tutto, è pronto ad essere sfruttato senza lottare per i suoi diritti: «La scomparsa della classe è un epifenomeno. È possibile che nei paesi capitalisticamente più avanzati si indebolisca la coscienza soggettiva di classe che in America non c’è mai stata. Ma essa non fu mai un fatto sociale puro e semplice, secondo la teoria doveva essere creata dalla teoria stessa. Quanto più la società integra anche le forme della coscienza, tanto più ciò diventa difficile. Però anche il famoso livellamento delle abitudini consumistiche e delle chances culturali vale per la coscienza dei soggetti sociali, non per l’oggettività della società, i cui rapporti di produzione conservano precariamente la vecchia opposizione» (Adorno, Società, p. 9). Una sorta di adattamento completo sembra diventare l’unico maniera per conservare la propria vita e per partecipare dei privilegi che una società dei consumi può dare ma che non necessariamente dà. L’ autoconservazione del tutto viene introiettata come fosse una priorità per ogni singola esistenza: «Il rifiuto di stare alle regole del gioco rende sospetti ed espone alla vendetta sociale anche colui che non è ancora costretto a digiunare e a dormire sotto i ponti. Ma la paura di essere respinti, la sanzione sociale del comportamento economico si è interiorizzata da tempo con altri tabù, si è sedimentata nel singolo» (Adorno, Sul rapporto di sociologia e psicologia, in Scritti sociologici,  p. 40). E questo fa di tale società una “società individualizzata” e senza identità, o che ha perso l'identità, facendoci diventare tutti un po’ come Gregor Samsa.