Avevo scritto a caldo sulle votazioni francesi, vorrei puntualizzare alcune considerazioni a freddo. Precedentemente avevo sostenuto che il vero vincitore fosse Macron non tanto perché le urne gli avessero dato ragione ma perché, al netto della ingovernabilità in cui si sono cacciati, la sua adunata per salvare la Repubblica dal ‘pericolo nero’ ha sortito l’effetto di fermare comunque la Le Pen portando i francesi a continuare la politica europeista. Perché, se non vogliamo prenderci in giro, questo è successo: i francesi, che hanno sempre osteggiato le politiche europee, con questo voto hanno abdicato alle loro lamentele e avallato un pacchetto di scelte europeiste (tra le quali la continuità del conflitto con la Russia) con le quali prima o poi dovranno fare i conti. Piaccia o meno hanno detto sì a Macron e indirettamente alla von der Lyne. Bisogna essere onesti intellettualmente e ammetterlo. Se guardiamo comparativamente i risultati elettorali recenti del Regno Unito e della Francia, un dato si evidenzia in tutta la sua crudezza da solo: la grande distanza che esiste tra l'espressione della volontà popolare in termini di voti e la distribuzione di questi voti nei seggi, dunque di un reale potere, nei rispettivi parlamenti. Uno specchio preciso dello stato delle nostre democrazie che lo stesso Papa ha messo recentemente in discussione mostrando l'inconsistenza attuale sul che cosa intendiamo per democrazia. Vediamo la geografia dei voti. In Inghilterra i Labour che hanno vinto sono stati votati da più o meno un terzo degli elettori su un totale di 60% di partecipazione, dunque da un quinto complessivo degli aventi diritto. Con questi voti essi mantengono 407 seggi cioè due terzi dei seggi in parlamento, rispetto ai Tories (23% votanti per 115 seggi), Farage (14,3% votanti per 4 seggi), Scottish National Party (2,4% votanti per 8 seggi), LibDem (12% votanti per 68 seggi), Verdi (6,8% votanti per 4 seggi). Contestualmente in Francia, dove vige un maggioritario con doppio turno, ha evidenziato la Le Pen, la più votata, con 37.05% di voti, poi il Fronte popolare con il 25,95% e Macron con 24,54% eppure nonostante ciò la Le Pen avrà solo 143 seggi, ovvero ben 39 in meno del Fronte popolare e 25 in meno di Macron stesso. In sintesi: Nouveau Front Populaire (25.95% per 182 seggi), Ensemble (Macron) (24.54% per 168 seggi) e Rassemblement National (37.05% per 143 seggi). Ne siamo felici, ovviamente, e mi ci metto pure io a seguire il coro, ma pur ritenendo apprezzabile il buon risultato di France Insoumise (Mélenchon) all'interno della coalizione di sinistra, qualcosa francamente stona nella distribuzione del voto. Il dato principale di queste elezioni come delle altre, è la strutturale differenza tra voto popolare e distribuzione del potere dopo il voto. Non si vede una corretta rappresentanza parlamentare rispetto al voto popolare. E non è solo questione di pura tecnicalità del voto per far felici gli esperti. Vi sono molteplici questioni che possono determinare questa situazione: a causa per esempio delle elevate soglie di sbarramento nei sistemi proporzionali (es.: 5% dei voti validi in Germania); a causa delle raccolte firme per accedere alla possibilità di essere votati; a causa dello spostamento del finanziamento della politica dal finanziamento pubblico a quello privato; a causa di come vengono distribuite le rappresentanze politiche nell'apparato mediatico; a causa della delega dei poteri dei parlamenti nazionali ad entità sovranazionali che non sono espressione del voto popolare come ad esempio la Commissione Europea o la stessa Nato che incombe su di noi. Tutto questo insieme di concause lascia intravedere lo stato di debolezza delle nostre democrazie, dove lo stesso papa come dicevo ha chiaramente fatto capire questa pericolosità sostenendo che "ciò che limita la partecipazione è sotto i nostri occhi. Se la corruzione e l’illegalità mostrano un cuore “infartuato”, devono preoccupare anche le diverse forme di esclusione sociale (...) "Il perno della democrazia è la partecipazione. E la partecipazione non si improvvisa: si impara da ragazzi, da giovani, e va “allenata” (...) "Il compito è di non manipolare la parola democrazia né di deformarla con titoli vuoti di contenuto, capaci di giustificare qualsiasi azione". Belle parole che non lasciano appello e tolgono il sonno a quanti passano sopra con tanta leggerezza. Ma se persino il papa, in fin dei conti un ‘monarca’ nell’ esercizio del suo ruolo, mostra forti preoccupazioni per la salute della democrazia rappresentativa, allora c'è da stare certi che la ‘democrazia’ è oggi solo una parola vuota che giustifica ogni azione. Anzi, un luogo di élite per élite in cui oligarchie transnazionali, legate al potere finanziario, lavorano da tempo per la demolizione della rappresentanza democratica. Economia versus democrazia. Una battaglia che viene condotta prima sul piano culturale poi su quello economico, pensando che il sistema proporzionale è solo ingovernabilità; che il finanziamento pubblico alla politica è solo privilegio della casta; che l'attenzione ai bisogni popolari è solo populismo; che le preferenze elettorali sono semplice corruzione; che il governo dei tecnici è invece l’autentica espressione del Paese. Ma chi vuole tutto questo? I media lo dicono chiaramente senza paura: l'Europa, la Nato, i mercati. Questo è il punto critico su cui dovremmo ragionare, perché attraverso una politica mirata e grazie ai potenti mezzi di comunicazione tutti costoro sono riusciti a convincerci che le oligarchie finanziarie rappresentano l'unica democrazia possibile e forse auspicabile. Una volta questo si chiamava fascismo. Oggi lo definiamo europeista. Dunque, tutto questo sta dietro il voto francese del 7 luglio e fa specie che un paese che ha negli ultimi anni aspramente protestato per ogni decisione presa da Macron-Europa, oggi abbia in fondo accettato di sublimare questa protesta per il pericolo Le Pen che, dal canto suo, non ha vinto ma ha rimandato alle presidenziali del 2027 la resa dei conti. Per paura di una Europa fortemente orientata a destra, ha accettato le vere politiche di ‘destra’ che questa Europa impartisce poco democraticamente ai suoi membri. Accettando questa Europa si accettano inevitabilmente le condizioni ormai più che ventennali di austerità, atlantismo, riduzione del debito a prescindere e costi quel che costi, riforme forzate che significano solo riforme che vuole l'Europa dei poteri forti, governi tecnici, zero welfare e oggi guerra. Una guerra che nessun popolo europeo vuole o è intenzionato a fare. Ecco perché Macron perdente ha comunque vinto. Ecco perché la sinistra, che non andrà al governo e che nessuno vuole al governo, è stata la stampella dell'Europa in crisi. Era già scritto e faccio fatica a immaginare che Melenchon non lo avesse compreso. Cosa succederà vedremo, anche perché in Francia non si può ritornare alle urne che tra un anno. Per ora sediamoci a guardare lo stesso teatrino preparato per lasciare inalterati i rapporti di forza a dispetto del voto popolare. Siamo certi che quello che è uscito dalle urne in Francia sia stato una buona cosa?

