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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

mercoledì 24 luglio 2024

C’È IL “BEN ALTRO…”, IL BENALTRISMO E IL QUALUNQUISMO: IL DISAGIO DELLA COMUNICAZIONE CONTEMPORANEA

Nella società della comunicazione ormai si vede e si sente di tutto. Viene da pensare che, forse, siamo immersi piú nella società della non comunicazione piuttosto che in quella della comunicazione. Guardando articoli di giornale, post e quant’altro esiste nella società liquida troviamo battute e rimandi linguistici che fanno riflettere per l'uso retorico che producono. Avete mai sentito parlare del 'benaltrismo'? Benaltrismo è quando si risponde in un discorso rinviando a un discorso che nulla ha a che fare con quello che si sta parlando, un atteggiamento linguistico volutamente retorico che entra con prepotenza nel discorso attuale deviandolo, facendo dimenticare agli utenti il tema in questione. Tu dici qualcosa di specifico e l’altro risponde “ma allora quello…”. Si sposta dunque l’attenzione grazie a un fraintendimento logico nel processo comunicativo, facendolo diventare una delle piaghe comunicative dei nostri giorni. Il ‘ben altro’ diventa pian piano la fine senza gloria del dibattito pubblico. Veramente è lo stesso termine che ha subito diversi cambiamenti nel corso del tempo, mutando il suo significato originario. Inizialmente veniva usato allorché, dinanzi a un’affermazione, si rispondeva con un altro argomento considerato più importante, è il caso del “ci sono ben altri problemi” a cui pensare a cui siamo allenati. A tutti sarà capitato di sentirlo o usarlo. A livello pratico questo tipo di benaltrismo è caratterizzato da un pensiero monodimensionale che non prevede l’opzione che più temi vengano affrontati nello stesso tempo. Si fa o si dice una cosa alla volta per poi passare ad altro. Ed è una procedura ‘educativa’ che ha permesso ai cittadini di sentirsi legittimati a riprodurre gli usi linguistici che hanno ascoltato nel loro processo di adattamento sociale. Successivamente dal benaltrismo di maniera si è passati gioco forza a una forma ibrida che ha inserito molti altri fenomeni ma con lo stesso fine, cioè spostare l’attenzione dal tema centrale. E questo è certamente una manipolazione del linguaggio. Si usa il benaltrismo anche con la pratica comunicativa che chiamiamo ‘red herring’ grazie alla quale interrompiamo l’interlocutore portandolo fuori argomento. Il termine “aringa rossa” serve per creare appunto false piste con l'intento di portare il nostro ignaro interlocutore in una direzione sbagliata, esattamente come durante la caccia lo si usa per i cani degli altri cacciatori usando aringhe affumicate sul terreno distraendoli. In ambito giornalistico gli anglosassoni hanno sviluppato la pratica del whataboutism, col cui termine s’intende una particolare forma di red herring contrapponendo due fazioni politiche oppure due personaggi anche quando il discorso non lo richiede affatto. E anche in questo caso dalle nostre parti rientra pienamente nel benaltrismo riconducendolo a un processo di questo tipo: si addita la malefatta del politico ‘x’ e il nostro interlocutore risponderà “e allora y?”. Come se la malefatta di uno giustificasse quella dell'altro. Noi abbiamo vissuto intere stagioni politiche basate su questi fraintendimenti linguistici fino a rendere questo processo un meme. In questo modo si indottrinano i propri elettori o gli ascoltatori (ad esempio nei telegiornali) a un linguaggio basico limitato a livello di competenze argomentative. Ripetendo questa formula retorica nello sviluppo argomentativo si creano le condizioni per una assoluzione di massa, classica formula usata per azzerare qualsiasi discussione possibile rendendola inutile. Naturale che una strategia del genere usata sui social, dove sonnecchia una soglia di attenzione più bassa e con uso di slogan utilizzati al posto di frasi più articolate, riduce il tutto a una semplice domanda che diventa l’escamotage perfetta per fraintendere ogni opinione. Una comunicazione semplicistica e volutamente errata nei contenuti ma in fondo facile. Capisco che tutto questo generi un abbassamento linguistico e argomentativo per poter ragionare sui fatti, ma non vorrei trovarmi a rispondere un giorno che a una candidatura come quella di Vannacci fatta dalla Lega debba rispondere “ma allora Soumahoro?”. Perché ahimè una triste vicinanza tra questi due fattori esiste, al di là del ‘ben altro’ che ci sovrasta limitendoci nella discussione. Non sempre il benaltrismo è sbagliato, dipende dall’uso che ne facciamo e dal modo che dialoghiamo. Purtroppo il ‘ben altro’ esiste tra gli eventi della nostra vita. Ora, credo che l'inizio di tutte le contrapposizioni ‘benaltriste’ sia stata quella tra fascismo e comunismo. Quando un politico di destra è chiamato a condannare il fascismo, inevitabilmente trova il modo per aggrovigliare il discorso in cui si è incartato e inevitabilmente inserisce dentro il suo discorso anche il comunismo. Così fanno gli altri all'opposto ovviamente. E' naturale. Eppure, inutile dirlo, nazismo e comunismo non sono la stessa cosa. Nemmeno fascismo e comunismo sono la stessa cosa. Diventa ideologico, dunque, quando il benaltrismo si addentra nel passato con l’ intento di minimizzarlo o di volerlo riscrivere. Leggere le sentenze di Berlusconi, ad esempio, e sentire come risposta che “è stato un grande imprenditore” lascia attoniti perché le due cose non sono consequenziali, e conferisce al nostro interlocutore un’arma utile con il rischio di distorcere l’immagine storica di qualsiasi personaggio politico su cui si proietta qualcosa di nostro. Allo stesso modo, ai rimproveri sulle tendenze neofasciste della Meloni rispondendo che è “una mamma e una cristiana” non apporta nulla alla discussione ma la devia, facendola diventare la pallida imitazione o meglio una trasfigurazione soggettiva di ‘una Meloni’ prodotta da un individuo che non connette il primo punto con il secondo. Abbiamo vissuto ahimè le diverse stagioni di “E i marò?”, di “E le foibe?”, di “Parlateci di Bibbiano” ma abbiamo smarrito col tempo la capacità di organizzare una discussione senza tirare in ballo deviazioni estranee a essa. Se oggi non riusciamo più a confrontarci mortificando il dibattito pubblico, la colpa non è solo del mezzo che usiamo – gli schermi dietro cui ci nascondiamo per esprimere le nostre  opinioni – ma della pochezza dei contenuti coi quali dibattiamo. E questa pochezza è stata alimentata negli anni da un abbassamento dei livelli del nostro sistema di istruzione che pian piano ha eliminato dalla sua agenda la produzione del pensiero critico, l'uso della parola che si adagia ai voleri di una società sempre più smart. L' “eclissi della parola”, come l'ha recentemente battezzata la giurista Frezza, parte proprio da questo cambio di paradigma che si è avuto al centro del nostro sistema scolastico che si è orientato sempre di più verso le famigerate abilità cognitive (Skills) in assenza però di cognizioni. Ma se si 'impara ad imparare' senza sapere nulla, il risultato è quello che vediamo oggi: una totale assenza di pensiero critico perché in assenza di contenuti capaci di portare l'individuo a pensare con la propria testa. Vince la tecnolatria ripetitiva e senza ‘testa’, una metacognizione sospesa nel vuoto pneumatico del sistema educativo nostrano che si specchia nella ideologia della scuola 4.0, prodotto ultimo e deteriore del pedagogismo diffuso di cui siamo vittime nostro malgrado. Ma se continuiamo a pensare che ‘i clienti’ delle scuole, futuri cittadini, siano solo il prodotto di menti che si autoplasmano da sé basta semplicemente inserirli in un contesto attrezzato con inservienti pronti a educarli come vuole il sistema, si dimenticano di dire che il mondo al quale costoro guardano è sempre più un mondo virtuale che sta portando questi inermi fruitori sempre più a vedere la scuola come una grande sala giochi dove le immagini e i suoi imput prendono il posto delle parole. E la mancanza delle parole, del vocabolario per comprendere il mondo riduce la capacità critica e cognitiva dei suoi fruitori che saranno futuri cittadini non più in grado di vedere, proporre e criticare quello che verrà loro proposto. Il benaltrismo ha cosí smantellato la cognizione logica per portare avanti un dialogo ad armi pari fatto di rinvii dentro una comunicazione approssimativa. Confrontarsi non diventa neppure costruttivo, è una battaglia dove vince il più abile a eludere la tesi sviando gli interlocutori. Un sofismo senza sofisti. E tutto questo vale in parlamento come nella più piccola delle piazze, in un talk show come al bar. E' la fine dei grandi argomenti, delle grandi domande che non sono più in grado di essere pensate. Per riappropriarci del dialogo politico, sociale, civile perduto, sarebbe bene riporre in soffitta il benaltrismo di comodo e non ‘il ben altro’ che c’è, altrimenti tanto vale affidarsi a un qualsiasi bot che dia risposte casuali su una chat usando l’IA. Chi noterebbe delle differenze nella scuola 4.0?