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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

giovedì 15 agosto 2024

A PROPOSITO DI GUERRA E PACE: MA KANT NON ERA UN PACIFISTA A TUTTI I COSTI.

Gli uomini sono nati per uccidere, ma portano il distintivo della pace in testa”, dice il soldato Joker in Full Metal Jacket di Stanley Kubrick, indicando il duplice e paradossale ingrediente che connota la natura e la storia dell’umanità: aggressività e solidarietà, violenza e tolleranza, civiltà e barbarie, guerra e pace. In tempi tumultuosi come questi ove la parola ‘guerra’ è all'ordine del giorno,  una domanda non ci è chiara: la guerra è una possibilità che quindi l’ uomo può non scegliere, o è inevitabile? La guerra è sempre un male? e la pace risulta sempre un bene? Non è che una pace a tutti i costi sia solo una forma di guerra rovesciata? E se essa non fa bene, in che modo potrebbe essere utile? Interrogarsi sulla pace e la guerra è in fondo interrogarsi sul destino dell'uomo. Cosa rende, infatti, la guerra inaccettabile e deprecabile rispetto alla pace? Da Eraclito per il quale “Polemos è padre di tutte le cose” e Tommaso d'Aquino che teorizza la “guerra giusta” per giungere a Hegel che la interpreta come una forma di “igienizzazione del mondo che preserva dalle eventuali putrefazione che una quiete durevole comporterebbe” sugli individui arrivando a Clausewitz per cui “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”, la guerra non ha mai cessato di interessare il pensiero e la politica in generale ponendoci domande e questioni. Ma la pace, che dire della pace? Che senso dare a questo modello, alla sua necessità? Forse nella pace dovremmo riscontrare l’ idea di un potere politico che, attraverso una specie di guerra silenziosa, cristallizza e perpetua rapporti di forze nella società, come ha pensato Foucault in un celebre corso al Collège de France del 1976 con cui concordo da tempo (M. Foucault, Bisogna difendere la società, 1998). Questo insieme di domande che richiedono una risposta, dunque, travalicano il modo in cui noi contemporanei pensiamo e abusiamo del pensiero di Kant che più di tutti gli altri  ha tratteggiato, per noi ‘illuminati’ in un tempo senza lumi, il confine tra uso della guerra e diritto confidando in una specie di “astuzia della natura” che spingerà l' umanità a costituire una “federazione dei popoli basata su di un ordinamento cosmopolitico di sicurezza pubblica” per evitare i conflitti. Il saggio di Kant Per la pace perpetua è unanimemente riconosciuto come il testo base per la costituzione di una pace duratura tra le nazioni, in realtà a leggere un po’ meglio tra le righe potrebbe non essere il manifesto che in tanti credono. Anche per Kant la pace non esiste a prescindere e a ogni costo. Come è facile intuire, invece, nei talk show televisivi, come nei programmi mainstream di maniera, il suo nome è sempre stato evocato per rivendicare la giustezza che ha la dottrina della “pace a qualunque costo” nei nostri pensieri. Gli intellettuali oltranzisti e più irriducibili del pacifismo etico, attraverso Kant legittimano una sorta di obiezione di coscienza a ogni costo in nome della pace. E ci mancherebbe altro, nessuno vuole la guerra ma la guerra, la sua inevitabilita’, come prodotto della dialettica storica ha, ci piaccia o meno, una sua precisa funzione. Tuttavia, nel corso di oltre due secoli di elucubrazioni e speculazioni tecnicistiche, ha prodotto una sconfinata messa a punto di interpretazioni distanti non sempre coincidenti con questo segreto appello nascosto nelle viscere del testo kantiano come nei bisogni umani. E’ stato letto molte volte come un grande richiamo pacifista, a volte come un appassionato manifesto rivoluzionario ma anche come un imprescindibile punto di riferimento nel dibattito teorico sulle relazioni internazionali. La pace perpetua è diventata la grande Bibbia del pacifismo dichiarato. Purtroppo anche a torto. In una lettera del 13 agosto 1795, giusto a quattro mesi dalla ratifica della pace separata di Basilea tra il regno di Prussia e la Francia rivoluzionaria (5 aprile 1795) accolta da Kant con “intima gioia” e salutata da molti osservatori come la premessa di una pace definitiva e completa tra le potenze europee, l’ anziano filosofo annunciava all’editore  Nicolovius l’imminente invio di un manoscritto intitolato Zum ewigen Frieden. Il breve volume si apriva curiosamente con un veloce preambolo ispirato all’iscrizione satirica posta sull’ insegna di una locanda olandese ove era dipinto un cimitero e ne vedremo a breve il significato intrinseco che Kant gli riconosce. Celebrato dai contemporanei tedeschi come un modello sul tema dell’ agognata “pace perpetua”, lo scritto di Kant suscitò una vastissima eco riscuotendo un largo successo di pubblico anche al di fuori dei confini germanici. Guardato con sospetto negli ambienti conservatori inglesi come un testo “giacobino” pericolosamente orientato a favore della Francia rivoluzionaria con cui la Gran Bretagna era ancora in guerra, fu soprattutto nei circoli d’oltralpe vicini a Emmanuel Joseph Sieyès a ricevere apprezzamenti entusiastici. Il testo, come spesso accade, confluira’ in un folto insieme di molti altri trattati settecenteschi sul tema della “pace perpetua” ove figurano i contributi di pensatori del calibro di Leibniz, Voltaire, Rousseau e Bentham. Ma le cose non sembrano proprio così semplici. L’ assunto erasmiano, “La pace più ingiusta è migliore della più giusta delle guerre”, non è esattamente quello che pensa il grande prussiano e questo genera immediatamente il primo contraccolpo alla storica vulgata. Kant infatti respinge l’idea di una pace realizzata a qualsiasi prezzo e comunque. Infatti, in virtù di questa parentela e malgrado le differenze che lo separano da tutte queste opere, è stato molte volte interpretato dai suoi  contemporanei come un vero e proprio manifesto pacifista, elevato al rango di archetipo del pacifismo moderno dove la condanna umanitaria della guerra va di pari passo con l’edificante appello a favore di una sperata convivenza fra uomini d’ogni razza e nazione che non c'è. Ma a differenza dell’integralismo pacifista, ancorato come si diceva all’ assunto erasmiano che “la pace più ingiusta è migliore della più giusta delle guerre”, ovvero che la pace è il bene supremo da anteporre incondizionatamente a ogni altro valore (compresa la libertà), Kant respinge con forza decisa l’idea di una pace realizzata a qualsiasi prezzo, anche a costo di essere edificata sul “cimitero della libertà”. E pur riconoscendo nella guerra un “flagello del genere umano”, Kant non la considera però un “male così incurabile” come la ben più temuta “tomba di un dominio unico”. Egli infatti mette in guardia i suoi contemporanei, questo è il punto filosoficamente e politicamente decisivo e più interessante, contro i rischi di una pace universale e durevole realizzata “sotto un solo sovrano” destinata a sfociare nel “più orribile dispotismo”. Non sorprende perciò che Zum ewigen Frieden, già all’indomani della sua apparizione, sia stato accolto con favore negli ambienti progressisti e francofili ma con diffidenza e sospetto negli ambienti conservatori e assolutisti,  dalle cui pagine sembrava trapelare addirittura un implicito appoggio alla violenza che la Francia prometteva di scatenare contro l’Antico regime europeo. Se dunque l’immagine settecentesca di un Kant pacifista risulta in larga misura sbagliata, la tesi opposta di un Kant giacobino appare priva di un ragionevole fondamento. La sua idea di una “pace della ragione” basata sul riconoscimento del “contrasto pacifico tra i popoli”, ha sicuramente poco in comune con l’ ingenua utopia pacifista che vagheggia l’ estinzione di ogni conflitto umanamente impossibile. I pacifisti oltranzisti se ne facciano una ragione. Del resto, fatta salva la sua indiscussa simpatia per la Francia repubblicana, i moniti e i timori espressi dal filosofo in diversi luoghi di Zum ewigen Frieden riguardavano proprio il ricorso indiscriminato alla guerra “pacificatrice” teorizzata dall’ala più radicale dei rivoluzionari francesi, convinti assertori dell’idea che, sull’altare della pace futura, potesse essere giustificato qualunque mezzo, persino una guerra di sterminio. Il progetto kantiano di una sostituzione della guerra con il diritto è così distante sia dal fondamentalismo rivoluzionario e messianico, per il quale tutti i mezzi sono leciti pur di ottenere la pacificazione finale degli stati europei sotto il dominio francese, sia dalla “pace dell’amore” di Robespierre: di un amore, però, destinato a trionfare pienamente solo dopo aver eliminato con la forza coloro che lo soffocano. Diversamente da Robespierre, la pace perpetua di Kant non è il frutto dell’amore fra gli uomini, né deve giovare al loro benessere e alla loro felicità, ma “è unicamente conforme al diritto”: essa non è affatto “uno stato finale etico religioso” né “un paradiso terrestre”, bensì la pura “regolazione giuridica degli antagonismi”. Animati da un’ideologia  messianica, apocalittica, espansionista e certa della sua rettitudine i giacobini francesi miravano alla eliminazione di ogni antagonismo e all’instaurazione universale di una pace perenne attraverso una guerra rivoluzionaria che avrebbe inaugurato, grazie a un ultimo “spasmo di violenza”, una nuova èra di beatitudine e fratellanza. L'anno zero per l' instaurazione dei principi di eguaglianza, fratellanza e libertà. La connessione tra una pace perpetua, la felicità dei popoli e una età dell’oro dell'umanità che inizia da intendersi come condizione ideale per il tranquillo godimento dei beni terreni, è del tutto estranea al pensiero kantiano. Per quanto paradossale possa apparire, il pacifista Kant al contrario paventava, non meno del “bellicista” Hegel e questo è curioso, gli effetti rovinosi di una “lunga pace”, in cui il predominio del “basso interesse personale”, della “viltà” e della “mollezza” avrebbe corrotto “il carattere e la mentalità del popolo”. La putrefazione stagnante di una lunga quiete come chiosava Hegel: un modo per preservare “la salute etica dei popoli”, paragonandola al “movimento dei venti [che] preserva il mare dalla putrefazione, nella quale lo ridurrebbe una quiete durevole, come vi ridurrebbe i popoli una pace durevole o, anzi, perpetua” (G. W. F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, p. 319). Risale infatti al nostro Vittorio Mathieu la proposta di rendere il titolo italiano dell'opera Alla pace perpetua anziché con il consueto, e per lui fuorviante, Per la pace perpetua, tenendo giustamente conto del prologo in cui Kant si rifà all’insegna di un’osteria. E’ curioso che nel tradurre questo titolo, nota Mathieu, si persista ancora oggi nell’ errore nonostante che “Kant stesso spieghi l’origine di zum: Zum ewigen Frieden, ossia Alla pace perpetua, secondo un uso corrente in area germanofona, ove le preposizioni ‘zum’ e ‘zur’ introducono notoriamente i nomi di osterie, locande e alberghi […] che suonerebbero in italiano come ‘Al cervo d’ oro’, ‘Al luccio d’oro’…(La rivoluzione francese e la libertà di Kant). L’uso della preposizione ‘zum’ da parte di Kant segna, a detta di Mathieu, la distanza che il filosofo intende marcare rispetto alla letteratura a lui contemporanea, mediante un titolo che riprende il sarcasmo con cui erano accolti i molteplici progetti di pace fioriti nella seconda metà del Settecento sotto la spinta del filantropismo illuministico e destinati al cimitero delle idee vaghe. E, a differenza di quanto si potrebbe pensare, anche l’‘ewig’ che risuona nel titolo originario non allude affatto positivamente alle caratteristiche del nuovo ordine che il progetto kantiano vorrebbe instaurare: non si tratta, infatti, di una “pace destinata a perpetuarsi”, bensì proprio dell’ ‘ewigen Frieden’, dellapace eterna” che si è soliti attribuire all’ aldilà, alla condizione atemporale dei defunti e alla quiete del cimitero. L’autore delle grandi Critiche adotta, quale titolo del suo scritto, una locuzione che assomiglia più a un solenne monito che a un fiducioso auspicio: qualcosa che evoca la “pace dei cimiteri” più che quella raggiunta con il conseguimento della concordia tra gli uomini. Lungi dall’ essere una mera boutade per spiazzare il lettore, l’immagine evocata da Kant costituisce l’ennesima variazione su un emblematico luogo comune a carattere “cimiteriale” le cui radici affondano in una tradizione aneddotica che circolava già da tempo negli ambienti colti europei. La suggestiva “metafora della pace perpetua come cimitero” figura per la prima volta in un testo di Leibniz risalente al 1688, redatto in aperta polemica contro l’espansionismo francese, accusato dall’inventore del calcolo differenziale (insieme a Isaac Newton) di voler realizzare la “paix perpétuelle” sotto forma “d’un esclavage à la Turque” che la renderebbe simile a un “cimetière” (Réflexions sur la déclaration de la Guerre). Tutto questo dischiude un’ inedita chiave di lettura di Zum ewigen Frieden il cui titolo, ispirato alla pessimistica concezione leibniziana, resta tuttora al centro di un curioso equivoco che si riflette già nella sua prima traduzione italiana (1885), e che non verrà da allora più modificata. La suggestiva metafora della pace perpetua come cimitero figura come si diceva per la prima volta in un testo di Leibniz. Pace e morte dunque si identificano. Solitamente interpretato come un fervente appello pacifista, il sarcastico motto utilizzato da Kant per intitolare il suo trattato non è altro, in realtà, che il calco fedele di una prosaica insegna commerciale straniera (“Alla pace eterna”), menzionata da Leibniz e riecheggiata dai suoi epigoni francesi, per mostrare che pace e morte si identificano. E forse per sottolineare che la ricerca ostinata della pace sulla terra non conduce in nessun luogo o, tutt’al più, può condurre solo alla quiete tombale del cimitero. Del resto leggendo Matteo (10, 34) lo stesso Gesù dice di essere venuto a portare la spada, cioè il conflitto, “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada (10,34)... “Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa” (35 e 36)...Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me (38)...Chi avrà trovato la sua vita la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà (39). Perciò tra chi segue Cristo e chi non lo segue c'è la spada. Dunque la guerra.