È una estate calda, purtroppo le vacanze sono finite e l'amato mare è un ricordo che mi rimane stampato nella memoria fino al prossimo anno. A breve tutto tornerà come prima e il ritornare in cattedra, a questo amato lavoro sempre più scarnificato nella sua funzione, non mi risulta faticoso, certo, ma tremendamente noioso per tutta la pletora ideologica che ogni anno i nostri politicanti ci regalano intorno all'istruzione. Oggi è il turno della modifica dei temi dell' educazione civica, ma chissà cosa s'inventeranno da qui a breve tempo. Vedremo quali perle. Intanto mi è capitato per caso tra le mani, è proprio il caso di dirlo, un vecchio libro di Vittoria Ronchey che avevo letto da adolescente. Il titolo, come si può vedere, fa sì che il mio lavoro mi perseguiti “Figlioli miei, marxisti immaginari. Morte e trasfigurazione del professore”. Ricordo che da ragazzo non mi piacque molto e i motivi erano chiari visti con gli occhi di un giovane contestatore dell'epoca: il libro parlava dei ragazzi e del mondo della scuola negli anni del ‘68 e poco dopo mettendo in discussione non solo una generazione, ma tutto un insieme di valori che provenivano da quell'ondata generazionale che avrebbe cambiato tutto da a lì a poco. Vittoria Ronchey era la moglie del noto giornalista e opinionista Alberto Ronchey, ex ministro della cultura tra il 1992 e il 1994 nei governi Amato e Ciampi oltre che direttore della Stampa e giornalista del Corriere della sera e Repubblica, ma anche madre della nota bizantinista Silvia. Insomma un pedigree importante che le valse una finale fra la cinquina del premio Strega nel 1992 e il premio Hemingway nel 1996. Insomma c'erano tutti gli ingredienti affinché quel libro mi risultasse antipatico. Forse anche indigesto. In fin dei conti il libro raccontava l'esperienza traumatica di una insegnante animata dalle migliori intenzioni che avendo assegnata una cattedra in un liceo di Roma si trova catapultata da Bergamo nella capitale e, soprattutto, in un liceo dove piú accesa era la contestazione e più fervida la smania per le nuove sperimentazioni didattiche. Ma il libro non finiva qui nel semplice diario di una giovane insegnante sradicata dal suo territorio, ma faceva la tara a tutto un insieme di pratiche pedagogiche post sessantottarde che, dopo un 'processo’ intentatole dalla base studentesca, la porterà ad abbandonare posto di lavoro e ideali facendola rifugiare in una irrimediabile amarezza. Era chiaro che il libro era un racconto tutto volto a porre al lettore la domanda su e in che misura fosse ancora possibile coltivare gli ideali liberali, sulla tolleranza per le idee altrui stimando come positiva l’ampia dialettica intellettuale mentre, al contrario, quello che fuoriusciva era una evidente repressivita’ dell'antirepressivita’, uno snobismo dell'antisnobismo. Questo rappresentava il cul de sac in cui era caduta una generazione che, seguendo precisi ideali di sinistra, giungeva a risultati opposti e sconcertanti. Un apologo dell'intolleranza, possiamo dire, maturato da quanti volevano cambiare il mondo su principi di uguaglianza e opportunità. Allora non mi piacque. Oggi devo ammettere che, ripreso in mano il libro della Ronchey, ho trovato delle situazioni, degli eccessi, delle prevaricazioni che provengono da quella stagione, o che comunque sono il frutto ‘bastardo’ di quegli ideali, che mi sembrano oggi veramente intolleranti e irrimediabili. Se devo pensare alle farneticazioni pedagogiche prodotte negli ultimi venticinque anni, è lì che dobbiamo guardare. Sono gli imperativi di una scuola che da quelle lontane pratiche di libertà e democrazia, credevamo, hanno portato ai decreti delegati, a tutta quella ‘democratizzazione’ della scuola che vediamo rivoltarci contro nonostante abbiamo lottato per questa democratizzazione e per quegli ideali . Se la cultura nel suo insieme è serva del sistema, dobbiamo porci la triste domanda di chi è al servizio degli scopi vanificanti di questo sistema: quelli che hanno rifiutato tutta l'eredità storica del pensiero occidentale oppure coloro che ritengono che in questa eredità esista una continuità positiva che non dobbiamo sprecare? E tutto questo valeva ieri come oggi. Forse oggi molto di più di ieri viste le feroci e ‘illogiche’ riforme varie che hanno cambiato lo statuto del nostro lavoro e il modo di apprendere il sapere. Dobbiamo sacrificare sull'altare della demagogia i beni della cultura? Pensiamoci attentamente perché gli utopisti più pericolosi del nostro tempo sono i pedagogisti, non solo per quello che viviamo oggi, adesso, con riforme e riformicchie che vengono fatte prodotte e cancellate al seguire dei diversi ministri che si succedono, ma da almeno cinquant'anni in qua producendo una infelicità futura in quanto effetto ultimo per generazioni alienate e disadattate dall'indulgenza e dalla povertà di nozioni che sono sempre state indispensabili per vivere. Per tutti questi pedagoghi contagiati da un permissivismo dilagante ogni apprendimento deve essere facile e indolore. Quasi un gioco. E questo sistema infiacchisce la mente, dimentico di un principio base fondamentale: che il carattere si forma non solo su quello che scegliamo di fare, ma su ciò che siamo costretti a fare. Nello scarto tra quello che è già acquisito e il nuovo si definisce un processo dialettico che ci fa crescere. Se quello che leggo mi sembra tutto chiaro non aggiungerò nulla, ma se tra le righe trovo l'oscuro, la voglia di capire, la ricerca della nozione allora impariamo. Sono i diversi ‘catechismi’ a cui ci siamo col tempo abituati che ci hanno fatto perdere la nozione vera di educazione. Tutte queste riforme senza forma, o la cui forma ci impedisce di vedere la strada, hanno fatto di tutto per assoggettarci al sistema di potere di turno, privandoci del senso critico e di quella fondamentale base culturale necessaria per opporci a ogni forma di potere. Oggi il sistema ci vuole ‘animatori’, ‘attori’, ‘intrattenitori’, ‘amici’, ‘padri sostitutivi’ e non professori, il nostro sta diventando sempre più un ruolo di animazione buono per ogni cosa, dall'essere un assistente sociale al diventare un padre che manca per una famiglia piena di problemi. A metà strada tra sacerdozio e assistenza sociale. È proprio questo poliedrico modo di intenderci il vero e profondo frutto distorto di quelle idee ‘progressiste’ e ideologiche post-sessantottarde che provengono da quel lungo ‘68 del nostro paese che qualche idea buona aveva, purtroppo date in mano a una intellighenzia politica orfana di una politica intelligente e priva di saggi strateghi. Ecco perché la scuola, l'istruzione sta diventando il terreno di lotta per una politica priva di idee ma sufficientemente attenta ai propri interessi di bottega.

