Siamo di fronte a una crisi irreversibile dell' Occidente su questo credo non ci sia nulla da eccepire. Nemmeno sperare. E con esso sta scomparendo tutta una sequenza di valori che pensavamo caratterizzanti l' occidente. Il degrado del nostro sistema, del nostro sentire comune preannuncia la fine dello spazio pubblico di condivisione della vita collettiva, quella forma di intelligenza collettiva che ci ha permesso di progredire. Uno dei problemi più evidenti che emerge quando il degrado della vita pubblica coincide con la fine della vita sociale, ma più in generale da tutta una decadenza culturale così esplosiva ed evidente come la nostra, è quello di auto-interrogarsi sul famoso "che fare?" di leniniana memoria per trovare uno sbocco possibile all'irreparabile.Dunque, “che fare?” per provare a mettere ordine in questo disordine?
Intanto, quello che non possiamo modificare certamente è la nostra collocazione - e forse anche la nostra responsabilità- nella scala generale di questo Occidente dove sembra evidente che la spinta innovativa della ‘modernità - prima di diventare post-modernita’ con tutto quello che ne è conseguito - si è completamente esaurita mentre, al contrario, tutti gli squilibri del sistema - oligarchia, plutocrazia, tecnocrazia, nichilismo, individualismo che vanno a braccetto - stanno dilagando senza però creare tra loro la più semplice delle compensazioni possibili e auspicabili: quella che si annullino a vicenda in questa gara suicida. Anzi. Di fronte a questa arroganza del sistema ciò che si può fare è forse preparare "il dopo" a questo sistema che collassa su se stesso, caotico ma nello stesso tempo anche privo di ogni immaginabile direzione. Dove stiamo andando infatti? Ma soprattutto cosa ci serve per definire eventualmente questo "dopo" che verrà?
In un periodo così frammentato e individualistico, come prodotto inevitabile di questo capitalismo consumistico, globalizzato e de-individualizzante, per costituire organizzazioni politiche funzionali è realistico pensare che sia necessario remare da parte nostra contro tutte queste energie a lungo termine. La spinta caratteriale di cui, sembra, la nostra epoca ci prepari è quella della diffidenza, la ricerca verso il frivolo, l'inutile, il contingente che divide gli individui piuttosto che unirli. Sarebbe necessario costruire quello che Aristotele chiama "amicizia politica", un orientamento verso il "bene comune", ma pare estremamente difficile visto quello che vediamo all'orizzonte. Andando sul più semplice, forse anche a livello individuale potrebbe essere interessante proporre quello che Zhok chiama “archivio del male”, una operazione di documentazione di tutte queste narrazioni che il potere di queste oligarchie ha prodotto col tempo. Infatti, scommessa di questi oligarchi e dei politici che li implementano guardando ai loro interessi è di riuscire a imporre la loro rappresentazione del mondo anche se i fatti dicono l'opposto. Fateci caso, è una operazione che negli ultimi decenni sta diventando sempre più solida e frequente. Mentono sistematicamente ripetendo e delegittimando chiunque pensi diversamente da loro e dai loro interessi. Impongono la menzogna così facilmente e credo, a conti fatti, che nessuna epoca storica passata sia stata più esplicita di quella attuale nel portare a compimento questo progetto, soprattutto grazie ai mezzi di comunicazione e a un giornalismo mainstream che diventa il loro braccio armato. E qui siamo al compimento di quello che Heidegger ha definito l'“età della Tecnica”, la forza di chi costruisce questa narrazione è possibile infatti solo grazie alla nuova tecnologia straordinaria che impera sull'umano. Non solo, è evidente che dietro tutto ciò si nasconde come immaginava ancora Heidegger quel fattore culturale di fondo che non possiamo non vedere: la cultura di cui queste classi dirigenti occidentali sono il prodotto è una cultura radicalmente relativista e nichilista in cui si dà per scontato l'inesistenza di valori essenziali per la collettività umana. Ci muoviamo perfettamente nella menzogna perché è da troppo tempo che non crediamo più ai valori della verità. E per questo motivo non siamo più neppure autonomi nel vedere la realtà per quello che essa è. In fondo la menzogna ci serve per vivere, non così possiamo dire della verità. Questo è uno dei drammi dell' epoca attuale nonostante crediamo ciecamente alle nostre narrazioni spacciandole per verità assodate. Ecco perché ogni cosa può essere ribaltata il giorno dopo con una facilità disarmante, cancellando le eventuali incongruenze in cui essi incorrono, perché fondamentalmente non credono né al valore della verità né all' autonomia della realtà. Ecco l'importanza di quegli archivi del male come sosteneva Zhok che possono essere fatti sul piano personale, diventando in questo modo una forma di resistenza, cosí cara a Foucault, rappresentata come si diceva prima dalla costruzione di archivi che conservano la memoria di tutte queste contraddizioni, cancellazioni che i diversi sistemi di potere hanno prodotto nel tempo. Per questo motivo viene meno l'esercizio dell'oblio e prende forza il senso della memoria perché, come la storia insegna, le menzogne hanno sempre - e meno male per noi - la caratteristica di cadere in contraddizione prima o poi. Da qui quella costante necessità di eliminare la storia anche dai processi educativi fatta dai politici, perché chi governa la narrazione dominante, e ovviamente anche gli apparati mediatici, conta sulle proprie capacità di far sprofondare nell'oblio ogni menzogna attraverso una nuova menzogna sicuri che nessuno obiettera’ nulla vista l'ignoranza degli eventi. La lotta per la storia sarà dunque la lotta per ripensare il domani per una società veramente a misura di uomo. La storia è sempre politica mentre la forma narrativa come pensa Ricoeur è assolutamente costitutiva della forma storica e che – rispetto alle due modalità interne alla filosofia critica (la prova documentale e la spiegazione) – essa non è una semplice manifestazione che viene ad aggiungersi esteriormente, senza contribuire al valore cognitivo. Al contrario, essa rivela un’ intrinseca «ambizione di verità» affidata precisamente alla dimensione narrativa del discorso storico, la quale fa in modo che l’ accostamento fra la storia e la critica letteraria diventi proporzionale al distacco della storia dalla pretesa veridicità della scienza. La lezione si presenta pertanto come una messa in discussione dell’idea stessa di verità, la quale lascia aperta la questione di fondo: in che senso si può dire che la storia è un «racconto vero» in opposizione al romanzo che è un «racconto di finzione»?

