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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

mercoledì 28 agosto 2024

UN IMMAGINARIO DIALOGO PER PARLARE DELLA FINITUDINE

 

'Il tempo ci avanza in fretta, ma siamo noi che siamo in ritardo’ dice Seneca. La vita è breve ma tra le diverse amenità che dobbiamo accettare indipendentemente da noi, c’è una domanda che gira ininterrottamente nella nostra testa: come possiamo dare un senso alla nostra breve esistenza? Giusto per non cadere in un esistenzialismo di comodo dove il nichilismo sembra essere la parola più gettonata per spiegarlo, sarebbe forse più opportuno trovare il senso logico di questa finitudine, capire cioè da dove dobbiamo guardarla. Mi è capitato tra le mani questo bel libro di Telmo Piovani, un affermato filosofo della scienza, che ha scritto in questo caso non un trattato di filosofia della biologia come ci si sarebbe aspettati, ma un vero romanzo filosofico per trattare il problema della finitudine e cercare di dare ‘un senso’ all’esistenza sapendo che quest’ultima ha una fine. Come si intuisce è un tema tra filosofia e biologia, tra sophia e bios. Un romanzo, dunque un trattato di finzione in cui gli attori sono Jacques Monod e Albert Camus, il letterato premio Nobel e il biologo premio Nobel, in una narrazione assolutamente fantastica dei fatti dentro un racconto di pura finzione che fa da filo conduttore alla sottile domanda che fa da sfondo. Come è noto Camus muore in un incidente d’auto con il suo amico Gallimard, il famoso editore, il 4 gennaio 1960. In questo racconto fantastico, invece, Camus non muore nell’incidente e ricoverato in ospedale al Centro Hospitalier di Fontainebleau riceve settimanalmente la visita del suo vecchio amico Monod col quale sta scrivendo un libro sul ‘senso della vita’. Mentre guardano le bozze si immergono nel loro passato ricordando le avventure durante la resistenza parigina e così, di ricordo in ricordo, prende forma una ‘visione del mondo’ in cui la scienza ha col tempo svelato la finitudine di ogni cosa, soprattutto di noi mortali. La domanda che fa da schermo al racconto dei due Nobel è come sia possibile trovare e dare un senso all’esistenza accettando la nostra stessa finitezza. Per Camus, è noto, la strada maestra dell'uomo che pensa è quella di combattere contro l'assurdo e la mancanza di senso dell'esistere. Un assurdo che non è nella natura dell'uomo in quanto tale, ma nei "modi" con cui l'uomo struttura negativamente il proprio esistere e il proprio convivere. Per un uomo che «non sa che farsene di Dio», perché ha solo sé stesso su cui contare per dare senso all'esistere, Camus rifiuta la rinuncia della lotta umana conto il non-senso: è necessario ribellarsi al non-senso in nome della solarità e della "misura". Da questa semplice considerazione, i due amici guardano a tutte le possibilità laiche tese a sfidare la morte che ancora non riesce a dare senso alla vita, e così facendo danno origine a un cambio di paradigma: accettare la morte non significa accettare il nichilismo ma, al contrario, significa accettare la solidarietà umana andando incontro a una vita piena vissuta tra fragilità e libertà. Fragilità e libertà sono i punti di riferimento che nel romanzo a quattro mani si fanno lucidamente strada fino alla morte di Camus che Monod vivrà con profonda angoscia. Quello di Jacques Monod non è uno dei nomi più popolari per il grande pubblico di oggi, eppure è stato uno dei protagonisti più grandi della biologia moderna assieme a Jacob. Insignito del premio Nobel per la medicina nel 1965 per le sue ricerche sulla regolazione cellulare più specificatamente sul controllo genetico della sintesi delle proteine con Jacob e Lwoff, Monod pubblicava nel 1970 quel capolavoro che è Il caso e la necessità. Il libro è un saggio filosofico che prende il via da considerazioni di carattere scientifico, ma è anche un’acuta riflessione sulla contraddizione di fondo che minaccia la società moderna - scienza o non scienza? - e sulle grandi e piccole rivoluzioni epistemologiche che il progresso della conoscenza scientifica ha imposto all’uomo nel tempo stravolgendo il suo modo di vedere le cose. Il caso e la necessità si apre con una domanda precisa: cos’è che differenzia gli esseri viventi dagli oggetti inanimati? Se oggi un ipotetico visitatore alieno sulle tracce di Flaiano giungesse sul nostro pianeta, come farebbe a distinguere tra artefatti ed entità biologiche, tra un’ automobile e un cavallo ad esempio? Questo si chiede Monod come principale leit motiv della sua riflessione. Ora, questo strano esperimento mentale consente di individuare le caratteristiche principali dei viventi che seguono questo schema come una specie di diagramma di flusso: lo sviluppo umano dipende non da fattori esterni ma da una complessa serie di interazioni biologiche interne, proprietà che Monod chiama “morfogenesi autonoma”; queste ultime sono in grado di mantenere più o meno inalterata la propria struttura di fondo attraverso le diverse generazioni (Monod la chiama “riproduzione invariante”); la loro struttura illustra e realizza un progetto, uno ”scopo” (Monod la chiama “teleonomia”). L’approccio di Monod è quindi riduzionistico: gli esseri viventi sono ”macchine chimiche” che si costruiscono a partire da processi molecolari e tendono invariabilmente verso la moltiplicazione e la conservazione della specie. Approccio che porta lo scienziato francese a riconoscere la parte fondamentale della sua riflessione: che il ‘caso’ ha rivestito nella formazione delle entità viventi una parte decisiva. Ma il caso ha anche una sua ‘logica’. In una lunga sezione in cui vengono analizzate le basi chimiche della vita e dei suoi meccanismi, egli mostra come sia stato il caso ad aver permesso la formazione delle prime forme biologiche. Le molecole organiche e la struttura dei componenti fondamentali della vita devono la loro origine a una semplice casualità, all’interazione di atomi e particelle in ambienti adatti. Persino la struttura del DNA e il suo linguaggio tradiscono un’origine casuale. Monod sottolinea altresì che affermare tutto ciò non equivale a un’ammissione di ignoranza - appellarsi al caso non vuol dire non essere capaci di comprendere le regole alla base della vita -: il caso è semplicemente un dato di fatto, un elemento fondamentale della realtà di cui noi dobbiamo prendere coscienza. Negli organismi viventi, però, il caso è stato cooptato trasformandosi in ‘necessità’. In milioni di anni di evoluzione essi hanno messo a punto una lunga serie di meccanismi di replicazioni e di equilibrio: meccanismi necessari senza i quali la loro sopravvivenza sarebbe impossibile. Il DNA, sorto grazie al caso, è diventato il linguaggio attraverso cui le strutture viventi si replicano per mezzo di leggi necessarie. Ed è sempre per pura casualità che compaiono quelle mutazioni che permettono l’evoluzione e la nascita di nuove specie che attraverso i meccanismi della selezione naturale si trasformano in necessità venendo trasmessi invariabilmente attraverso innumerevoli generazioni. Alla società occidentale, straziata culturalmente dall’antitesi fra la scienza basata sul principio di oggettività e la non scienza che si richiama a concezioni animistiche - connaturate all’essere umano, certamente, e risorgenti nelle religioni e nelle concezioni politiche moderne - Monod è convinto che ci siano dei caratteri genetici che determinano l’ angoscia esistenziale che costringono l’uomo a cercare il significato dell’esistenza creando miti e storie. Questi si pongono a fondamento della legge che garantisce il funzionamento e l’unità del corpo sociale, sulla falsariga di Durkheim per il quale ogni religione è intrinsecamente collettiva costituendo una forma di coesione sociale che unisce  gli individui attraverso pratiche comuni e credenze. “Come spiegare”, altrimenti, “l’universalità nella nostra specie del fenomeno religioso su cui si basa la struttura sociale” dice Monod? A questa dinamica sarebbero riconducibili appunto tutte quelle visioni del mondo che Monod cataloga come ‘animistiche’ che spiegano l’intero percorso evolutivo del cosmo riconducendolo a un progetto complessivo in cui l’uomo ha un posto d’onore. In questa categoria troviamo “tutte le religioni, quasi tutte le filosofie, perfino una parte della scienza, che sono testimoni dell’ instancabile, eroico sforzo dell’umanità che nega disperatamente la propria contingenza”. Ecco, contro tutto ciò Monod propone un’etica della conoscenza basata sulla semplice ricerca della conoscenza e sull’accettazione della parte biologica dell’uomo, un’etica che parte dalla constatazione della solitudine dell’uomo in un universo dominato dal caso e dalla necessità ma che nondimeno permette di raggiungere una vera e autentica libertà perché il fondamento della scienza, secondo Monod, è il principio di oggettività che viene fatto risalire a Galileo e Cartesio e coincide con l’assenza di un progetto che governa il divenire del mondo materiale e degli esseri viventi. Questo fa sì che la scienza non possa accettare le storie che raccontano il divenire del cosmo riconducendolo ad un progetto universale assegnando un posto di rilievo agli esseri viventi e all’uomo in particolare. Alla sua comparsa l’evoluzionismo lasciava una possibilità di mantenere una visione antropocentrica nel pensare l’uomo come erede ultimo e necessario del processo evolutivo, ma a partire dalla seconda metà del novecento questo non sarebbe più possibile, in quanto una ipotetica teoria universale potrebbe prevedere la possibilità degli esseri viventi ma non la loro necessità. Il problema centrale che oggi ci troviamo di fronte è che la scienza su cui la nostra società è basata entra in conflitto con i nostri sistemi di valori, nel senso che distrugge le storie che li giustificano. In fondo noi perseguiamo dei valori il cui fondamento è negato dai tratti distintivi di una conoscenza di cui non possiamo fare a meno. 

Alla fine del romanzo ‘’Monod alzò lo sguardo con espressione interrogativa. Camus si era addormentato, sul lato sinistro. Il riquadro dei parametri in alto segnava un’anomalia in rosso, sottolineata da un leggero bip. Due medici entrarono di corsa nella stanza e chiesero a Monod di uscire’’. Camus era deceduto. Il racconto finisce così: con la vita, la morte, la morte che spiega la vita.