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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

venerdì 25 ottobre 2024

PERCHÉ "UCCELLACCI E UCCELLINI" È UN FILM CONTRO L'IDEOLOGIA?

Ultimamente ho rivisto un vecchio film di Pasolini che è Uccellacci e uccellini trovandolo interessante non tanto per le sequenze cinematografiche quanto per il contenuto che trattiene nelle sue complesse metafore. Uccellacci e uccellini del 1966, come è noto, è un film di Pasolini che attraverso la metafora degli uccelli parla del boom economico italiano degli anni Sessanta e della lotta di classe di un paese tra arretratezza e innovazione. E lo fa come dicevo attraverso la metafora degli uccelli. Quello che salta immediatamente all’occhio sorprendendoci è il nome di Totò che Pasolini sceglie come attore centrale. La scelta di Totò sembra bizzarra non solo per le ideologie politiche contrapposte (Totò un po’ fascista, un po’ monarchico) ma anche per quanto concerne le regole del regista per la scelta del cast perché prediligeva attori non professionisti che questi si abbandonassero alla sua direzione interpretando un’altra versione di se stessi con spontaneità. Ma da questo punto di vista la contraddizione è solo apparente perché l’obiettivo di Pasolini è decodificare la maschera di Totò dandogli un altro volto. Quella maschera clownesca di napoletana bonarietà che ha fatto della comicità di Totò un cliché che una determinata borghesia ha voluto imporre nell'Immaginario collettivo viene, per così dire, destrutturata senza però snaturarla. Ninetto e Totò sono padre e figlio Innocenti, di nome e di fatto. Intraprendono un pellegrinaggio laico, un viaggio senza meta, accompagnati da uno strano corvo proveniente dal futuro, cittadino della capitale di un paese chiamato Ideologia, residente in via Karl Marx 70 volte 7. Si susseguono discorsi disparati, dalle più infime necessità materiali alle più disparate disquisizioni su vita, morte, natura e politica. Ci troviamo in una periferia romana per il linguaggio ma che potrebbe appartenere a un qualsiasi altro posto ai limiti della Terra. A conferma di ciò troviamo indicazioni stradali che indicano le distanze chilometriche dalle capitali del Terzo Mondo. È tutto un mondo in costruzione, dunque, mentre il mondo arcaico della campagna viene deturpato dal capitalismo, nemico al quale l’autore come sappiamo si ribellerà fino alla triste morte. L’ultimo baluardo della resistenza rappresentata dal sottoproletariato (la lotta di classe tradita) inizia a crollare sotto il peso del senso di inferiorità di uomini e donne delle borgate nei confronti della borghesia. I giovani popolani infatti non cercano più di imporsi per quello che essi sono ma provano a mimetizzarsi nel modello dello studente o nel proletariato urbano perdendo la loro innocente origine. I proletari diventano piano piano dei piccoli borghesi prodotti del consumismo con l’aumentare del potere d’ acquisto e dunque subiscono il processo di omologazione che il capitalismo impone alla società. E proprio in questo processo di omologazione anche l’intellettuale di sinistra subisce una crisi profonda, profetica per Pasolini. In questo loro peregrinare senza meta i protagonisti incorrono nel funerale di Palmiro Togliatti che rappresenta la fine di un’ideologia che ha dato i suoi frutti solo in un certo periodo eclissandosi. Il corvo è, come è noto, nelle mitologie greche e nel simbolismo cristiano ‘’il proprio presagio di morte’’ e, in concomitanza con il funerale di Togliatti, sembra chiaro a quale morte l’uccello faccia riferimento. Il divario tra le masse e gli intellettuali diventa sempre più marcato creando una frattura insanabile tra partito e popolo. I messaggi espressi dagli intellettuali hanno i connotati di una gara di dialettica fatta di moralismo e prosopopea che non fa presa sul popolo. Il logorroico corvo infatti essendo metafora del film morirà proprio sotto le mani di Totò e Ninetto affamati. La fame è il motore del proletariato, ma è anche il compito nascosto degli intellettuali quello di venire assimilati, se non proprio metaforicamente divorati, riuscendo a trasmettere le proprie idee quanto più è possibile. Ninetto, Totò e il Corvo camminano in quest’ epoca di profonde trasformazioni e incertezze catturando allo stesso tempo l’ironia di un mondo che fu. In questo girovagare il corvo parla molto cercando di coinvolgerli, vuole insinuare dubbi e risvegliare coscienze. Nella periferia del mondo, le anime alla deriva in questa fiaba pessimista non giungono da nessuna parte tantomeno sanno dove andare smarrite diventando metafora di un mondo che pur cambiando non cambierà mai le condizioni di fondo. In questo eccentrico “road movie” non intravediamo alcuna fine del viaggio. Riusciamo però a percepire alle fondamenta tutti i contrasti che oggi infervorano nel nostro Paese omologato. Che è forse quello che Pasolini voleva insinuare con il tradimento dei chierici, di questi intellettuali di sinistra che non parlano più al Popolo nascondendosi dietro l’ideologia e il linguaggio forbito. Quando Pier Paolo Pasolini diresse Uccellacci e uccellini aveva alle spalle alcune opere già note nel panorama cinematografico italiano, ma soprattutto una prospettiva di fondo della sua produttività. L’autore, infatti, chiuse con La ricotta la sua fase epico-lirica del poema popolare aperto con Accattone col quale aveva iniziato a percorrere quella linea nazional-popolare vicina alle idee di Antonio Gramsci. Il processo che ha portato Pasolini a maturare le riflessioni presenti in Uccellacci e uccellini passa, tuttavia, dal controverso Vangelo secondo Matteo. Qui si nota un momento dove il filone ideologico pasoliniano non rientra nella fedeltà storica e filologica ma procede per sostituzione (esempio, il mondo ebraico) attraverso un cambio di prospettiva: il mondo ebraico dei tempi di Gesù diventa l’Italia meridionale degli anni ’60 con la sua vita arcaica, pastorale, pre-industriale, preistorica. Il Vangelo secondo Matteo è solo esternamente un film che mantiene la fisionomia di un’opera cattolica visto che non è un lavoro di un cattolico praticante. La figura di Cristo scelta da Pasolini non ha dei lineamente morbidi come nell’iconografia ufficiale. Il suo è un Gesù sconcertante il cui volto esprime forza e decisione come forza e decisione emerge dal vangelo di Matteo. Quello che sembra evidente è che il Vangelo secondo Matteo costituisce un elemento che attraversa tutta la storia di Pasolini: un'adesione realistica all’oggetto che rappresenta nei film. E, allo stesso tempo, pone un problema religioso che non è assolutamente privato ma che si oggettiva nella fede e nel mito di Gesù. A ben vedere, costituisce lo stesso rovesciamento tenuto dallo scrittore nel costruire le storie dei romanzi coi parlanti romani o friulani. Il Vangelo secondo Matteo può essere collocato, col suo racconto profondamente ideologico, nella linea nazional-popolare gramsciana. E la scelta della sostituzione che si è accennata diventa il segno più eclatante del realismo del suo film. Con ciò è possibile intendere l’opera come documento utile a riportare tutto il mondo antico e passato alle esperienze contemporanee. È infatti attraverso il realismo che il regista cerca di demistificare ogni situazione storica. Ed è sempre con realismo che l’autore cerca di piegare razionalmente la conoscenza irrazionale che nel caso del film è la morte. E proprio perché non ci riesce Pasolini sfrutta al meglio come mezzo principale la religione. Tutte queste posizioni e scelte ideologiche, come lo spiegare l’irrazionale mediante il razionale, si concludono proprio con Uccellacci e uccellini. L’irrazionale, in questo caso, diviene proprio l’ideologia, la quale deve fare i conti con un realismo esasperante, ai limiti quasi del cinismo che investe l’intera vicenda. Il film diventa una favola tutta allegorica interpretata da Totò e Ninetto Davoli in prima persona. I due come si è detto vestono i panni di un padre e di un figlio che vagano per le periferie e le campagne circostanti di Roma in piena speculazione edilizia. Tuttavia, durante il loro cammino si imbattono in un corvo. Questo decide di scortarli per tutto il tragitto decidendo di narrare loro una storia: quella di Ciccillo e Ninetto. Entrambi sono due frati che hanno il compito di evangelizzare i falchi e i passeri, e per quanto il loro tentativo vada a buon esito, non riusciranno a mettere fine alla loro rivalità. Il resto del film si svolge attraverso una serie di visioni medianti le quali i protagonisti incontrano diversi individui strani. In tutto questo, il corvo parla in tono intellettualistico e altisonante finché, a conclusione del film, Totò e Ninetto, stanchi delle sue chiacchiere saccenti e moraliste, lo uccidono e lo mangiano. Non vi è dubbio che in Uccellacci e uccellini subentra un discorso che ruota intorno al Potere, il quale assume una precisa connotazione sia nella simbologia dei falchi che uccidono i passeri, sia nei due protagonisti, il padre Totò e il figlio Ninetto, che ammazzano il corvo e lo mangiano. In questa metafora cruenta vige, pertanto, una doppia lettura: da un lato il Potere è investito del suo bieco cinismo che si riversa nella classe più povera; dall’altro lato il Potere uccide l’ideologia (ovvero il corvo) e lo mangia (metafora dell’ideologia che diventa praxis). Pasolini stesso ha sempre affermato che la figura del corvo ha attraversato diverse fasi di lettura: «Prima si trattava di uno spirito saggio, un sapiente, in fondo un semplice moralista […] Poi da moralista è passato a filosofo. A questo punto è intervenuta l’idea di fare del racconto un film. Il filosofo ha dovuto quindi precisarsi». Questo corvo-filosofo è stato in un primo momento concepito come un saggio reale alla ricerca di una realtà non sistematica delle cose. Una specie di saggio-poeta che non aveva nulla da perdere, un novello Socrate che avrebbe potuto rappresentare l’immagine stessa di Pasolini. Totò e Ninetto proseguono per le loro strade, con perfetta innocenza, col loro candido cinismo, col loro agire secondo un’intima verità che credono di possedere. Lo scopo del corvo è quello di insegnare loro a essere quello che i due protagonisti sono per definizione. E nella concezione originale del film, stando a quanto afferma lo stesso Pasolini, il corvo non sarebbe stato mangiato, quindi assimilato. Se pensiamo a quella specie di angelo-messaggero che incontriamo in Teorema, possiamo supporre che forse Pasolini avesse in mente un altro corvo che giungesse finalmente a dare coscienza delle cose. Il corvo doveva apparire ideologicamente ben definito nel tempo e nella storia. Pertanto, divenendo metafora irrazionale dell’autore, ovvero ideologia, diventa a sua volta autobiografico per vestire i panni di quel realismo tanto ambito. Solo così Pasolini poteva dar voce al duplice marxismo che avvertiva sulla propria identità. Un marxismo innestato come una norma innocente 8la palingenesi) su una incrinatura di questa norma (il trauma). E un marxismo aperto a tutti i possibili sincretismi, contaminazioni e regressi, restando fermo sui suoi punti più saldi, di diagnosi e di prospettiva. Per questo, alla fine, prevale la contraddizione tra la passione e l’ideologia (che fu il titolo di una famosa raccolta di saggi dello stesso Pasolini). E per questo motivo, il corvo viene divorato: sia perché aveva concluso il suo mandato, sia perché gli uccisori assimilano la parte utile della sua linfa vitale. Importante diventa dunque la frase di Mao che lo scrittore ha posto come epigrafe al racconto del corvo: «Dove vanno gli uomini? Saranno nel futuro comunisti o no? Mah! Probabilmente non saranno né comunisti Né non comunisti…Essi andranno, andranno avanti, nel loro immenso futuro prendendo dall’ideologia comunista quel tanto che può essere loro utile, nell’immensa complessità e confusione del loro andare avanti». Se abbiamo presente il continuo camminare e camminare (quasi fosse una favola perversa) di Totò e Ninetto e se si nota la simbolica segnaletica stradale che appare nel film sul loro itinerario senza meta, non possiamo non pensare a quei due cartelli (verso Istanbul il primo a 4253 Km, verso Cuba il secondo a 13.257 Km) come un’ indicazione di fuga liberatoria dall’Occidente e dalla sua intrinseca ideologia. A questo punto allora diventa quasi impossibile non identificare il corvo con l’ideologia marxista di un momento storico preciso, quegli degli anni ’50, in cui stava per essere superata dagli eventi. Pasolini stesso ha affermato: «Dovevo precisare questo punto nella contraddizione, se il marxismo del corvo coincide col mio marxismo, poiché io sono in evoluzione, e sono cosciente prima di ogni altra cosa della crisi del marxismo degli anni cinquanta, egli non può avere una storia conclusa, non può essere così chiaramente superato e quindi mangiato. Se invece il marxismo del corvo non coincide con il mio, allora il corvo diventa un personaggio del tutto oggettivo, che dice cose che io non condivido più. È un personaggio noioso e antipatico». L’essere mangiato ispira alla fine due sentimenti tra loro equivalenti: ‘’il senso di liberazione’’ della sua ossessione ideologica che vuol spiegare e ‘’la compassione’’ per la sua brutta fine. Tutto ciò come superamento dell’ideologia marxista forse il tentativo di Pasolini di cercare in Freud quello che Marx non era riuscito a spiegare.