Cosa ci dà fastidio quando sentiamo parlare di teoria gender? Partiamo intanto da questo fatto: quello che chiamiamo “teoria gender” non esiste perché è un termine coniato negli anni ‘90 in ambienti conservatori cattolici, utilizzato per denunciare gli studi scientifici di genere, noti nel mondo anglosassone come “gender studies”. Il problema è che quanti usano questa espressione, oppure utilizzano apertamente il termine “ideologia gender”, sostiene che questi studi mirino a distruggere la famiglia e l'ordine “naturale” della società. Vero o meno, la questione in ballo è l'ordine sociale che viene messo in discussione da questioni di identità. Usata dall' estrema destra contro i movimenti femministi e Lgbtqia+ e impiegata per ostacolare i progressi nei diritti civili, negli ultimi periodi sta progressivamente uscendo da questi confini andando verso frange di popolazione non propriamente tradizionaliste o proclive alla famiglia tout court. Mi chiedo se non ci sia stato un eccesso ideologico in questa utilizzazione esagerata. Se, infatti, chi agita lo spauracchio di questa teoria diventata nel frattempo cospirazionista afferma che diffondere la “teoria gender”, ad esempio nelle scuole, rappresenterebbe un presunto “indottrinamento” nei confronti di bambine e bambine con l'obiettivo di alterare la loro identità di genere e il loro orientamento sessuale, dall'altro lato ci sono i diritti delle persone e le loro identità da salvaguardare. Ecco il punto: ed è il rapporto tra identità e dimensione sociale messa in discussione dalla sessualità. In realtà, "teoria gender" sta diventando piano piano un termine ombrello per creare e ottenere consenso attorno a posizioni sessiste e omofobe. Anche di chi omofobo non è. E su questi effetti bisognerebbe ragionare: non è che l'eccesso dei termini gender, l'obbligo a utilizzarli facendone una bandiera pedagogica e un po’ pedante a cui non possiamo sottrarci abbia, in fondo, creato un effetto boomerang? Se la teoria gender dunque probabilmente non esiste, esistono al contrario in ambito accademico quelli che chiamiamo studi di genere. Si tratta di un approccio multidisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’ identità di genere. Come è noto, sono nati negli anni ‘70 e ‘80 in Nord America diffondendosi in Europa grazie al movimento femminista e agli studi gay e lesbici. Una grossa parte di questa esplosione fu dovuta anche, se non soprattutto, grazie a una certa parte della filosofia francese sensibile a questi temi, da Foucault a Deleuze, che hanno un po’ colonizzato al contrario il pensiero continentale americano uso esclusivamente al pensiero analitico. Tra gli anni Settanta e Ottanta le università americane trattarono come dei guru molti di questi filosofi creando alla fine un pensiero, se non una scuola di pensiero, che si è aperta in modo originale a questi approcci. Penso a Judith Buttler a proposito Una distinzione chiave in questi nuovi studi è tra sesso biologico e genere: il sesso comprende caratteristiche biologiche, mentre il genere rappresenta una costruzione culturale che definisce comportamenti associati alla femminilità e alla mascolinità. In sintesi, mi sembra chiaro, chi parla di "ideologia gender" si oppone all'idea che possa esistere una identità di genere diversa dal sesso biologico. Non ho mai amato fino in fondo Simone de Beauvoir, ma ‘il Castoro’, come la chiamava Sartre, diceva “maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa”. Intendendo dunque che i teorici degli studi di genere sostengono piú semplicemente che il genere sia appreso e non innato, sottolineando che si nasce maschi o femmine ma si diventa uomini o donne attraverso l’influenza culturale. Potremmo discettare a lungo su questa affermazione, ma il senso della diversità di vedute sta tutta qui. Il rapporto tra sesso e genere varia in base a geografia, periodo storico e cultura. Di conseguenza, i concetti di maschilità e femminilità sono per forza dinamici, mentre, pensano i detrattori e gli ideatori della “teoria gender”, si nasce maschi o femmine e il sesso biologico è l’unica cosa che conta davvero. Una delle prime studiose a introdurre il concetto di genere come sistema che trasforma il dato biologico in una struttura binaria fu l’ antropologa Gayle Rubin nel suo Lo scambio delle donne del 1975. Non entro in un ambito non mio, mi limito a osservare che tutto quello che sappiamo fino ad ora è che la nostra identità è un complicatissimo e intricato mosaico di categorie come sesso, genere, orientamento sessuale e ruolo di genere tra loro combinate, una realtà in continua evoluzione. O involuzione. Per questo motivo, dunque, le persone non binarie, ovvero tutte quelle che non si identificano nel genere maschile o femminile, parlano di “sesso assegnato alla nascita” per sensibilizzare l'opinione pubblica su quanto sia limitante classificare le persone come maschio o femmina in base alle caratteristiche fisiche, principalmente genitali, osservate alla nascita. Allo stesso tempo, tutte le associazioni transgender parlano di “percorso di affermazione di genere” (non di "cambio sesso") per esprimere il processo attraverso il quale una persona esplora, comprende ed esprime il proprio genere, che può essere in linea o differire dall’assegnazione di genere alla nascita. Questo percorso può coinvolgere una serie di esperienze, riflessioni e decisioni personali, inclusa la possibilità di adottare un nome diverso (quello di elezione), l’ utilizzo di pronomi diversi, e, in alcuni casi, l’accesso a trattamenti medici o chirurgici per armonizzare il corpo con l’ identità di genere percepita e desiderata. La narrativa anti-gender che si oppone a tutto questo risale alle posizioni di Dale O'Leary, una medica statunitense affiliata all’dOpus Dei e collaboratrice del Narth, i centri di “terapia di conversione omosessuale” fondati da Joseph Nicolosi, terapia considerata ormai inutile e dannosa, oltreché contraria all’etica professionale, da organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite e da istituzioni professionali come l'American Psychiatric Society e l' Ordine italiano degli psicologi. Tutto si sviluppa dalle politiche emerse durante la Conferenza mondiale sulle donne del 1995, in cui l’uso del termine “gender” da parte di gruppi per i diritti delle donne e delle persone Lgbtqia+ fu contestato dai sostenitori delle famiglie cosiddette “tradizionali”. Al di là di come la pensiamo, a favore o contro del genere, quello che turba in questa operazione non è il diritto ad avere un altro sesso, benché pensi con Foucault che non so quanto sia necessario disquisire sulla necessità di averlo ‘un sesso vero’, ma l' ideologia obbligazionista che si è succeduta nella società nel volerla imporre fin nel linguaggio, politically correct o meno, e non solo nelle norme giuridiche sulle quali non ho nulla da eccepire. Sono favorevole a ogni allargamento dei diritti, se non se ne sacrificano altri però. E questo mi sembra sia realmente accaduto. In primis, quello del libero arbitrio ad accettare o meno una questione così delicata. Soprattutto se entra prepotentemente in scena tutta una colonizzazione dell'immaginario che passa da film, fumetti, romanzi, giornali, trasmissioni, talk show tutte orientate a far passare il messaggio del ‘genere’ attraverso una pedagogia altamente pervasiva e inquietante. Non hanno risparmiato neppure le vecchie favole per bambini sulle quali siamo cresciuti, credo anche ‘bene’, o i giochi come i Lego perché i mattoncini con i quali essi si ‘incastrano’ giocando farebbero passare il messaggio del ‘maschile e femminile’, educando così le giovani menti a pensare solo in termini, appunto, di maschile e femminile. Mi chiedo dove possa arrivare la patologia delle ideologie inclusive. Patologia che crea inevitabilmente una profonda ritorsione. Una ritorsione, un rigurgito per il voler districarsi dall' identico che si vorrebbe affermare. Senza comprendere fino in fondo che questa colonizzazione dell'immaginario obbligata nasconde, molto più di quanto si creda, una specie di ortopedia pedagogica come la chiamerebbe Foucault delle nuove generazioni in senso liberalprogressista, in modo che introiettino fin dalla giovane età il paradigma liberal-capitalistico e consumistico, ovvero il completamento ideologico della società del capitale sul piano dei costumi sociale. Questo mi sembra il punto su cui bisognerebbe discettare. Il capitalismo del libero consumo prevede necessariamente la neoliberalizzazione integrale del mondo della vita, deve come si dice abbattere ogni limite coerentemente alle esigenze del capitale per cui noi siamo solo corpi e merci pronti all'uso. In fondo, per dirla attraverso Hegel, il sistema capitalistico ha il compito di produrre e ridurre l'intero mondo sociale a un sistema di bisogni per consumatori atomizzati senza legami solidi privi di solidarietà umana. Tutto questo, per conseguenza, deve annientare ogni aspetto etico, dalla famiglia allo Stato, passando per la sfera pubblica, i sindacati, la sanità e la scuola. È il trionfo del Capitale su quella che è la natura dell'uomo, o ciò che dovrebbe essere rispetto a questa seconda natura come direbbe Adorno. Per quanto riguarda la famiglia, Hegel docet, significa che la sua distruzione passa per la ridefinizione degli esseri umani come semplici consumatori sessualmente indefiniti, in un mondo così variegato di corpi ridotti a pura merce quello che conta è il numero non la loro identità, e i prodotti di consumo si adattano molto bene a questa situazione perniciosa e diversificata di individui pronti all’uso. Un processo di neutralizzazione della famiglia e di liberalizzazione dell' immaginario sessuale di nuove generazioni pronte a mercificarsi e immolarsi nella società dello spettacolo. Specchio della loro disidentificazione.
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