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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

giovedì 19 giugno 2025

COME SI NEUTRALIZZA UN INTELLETTUALE SCOMODO COME PASOLINI

A freddo, possiamo dire che le scelte attuate per la prima prova per l’esame di Stato hanno rasentato il comodo e il discutibile. È sempre così in queste prove di rito ma, diciamo, si poteva fare di più. E credo di meglio. Mi soffermo solo un attimo sulla scelta riguardante Pasolini. Ora, la scelta di una poesia del giovane PierPaolo tratta da un’opera del 1942-43 per la precisione Appendice I a “Del Diario”, mi è sembrata francamente abbastanza lontana dal ‘nostro’ Pasolini, quello che conosciamo nei suoi risvolti polemici e neorealistici molto lontana dall’intellettuale contro degli anni Sessanta. In questa lirica, infatti, il poeta lascia percepire la sua evidente nostalgia per l’infanzia che fu, per un’ innocenza e una serenità perse e mai più ritrovate che, a tratti, sembrano riecheggiare il tema trainante di Pasolini. Quella stanza descritta fin dall’inizio, il silenzio, la notte nella sua oscurità segnano lo sfondo amaro per il mutare del suo volto che si trasforma da bambino a uomo: la riflessione esistenziale sul proprio percorso di vita, seppur ancora breve, porta a contrapporre il divenire di una persona all’immobilità della natura. Staticità contro mutamento, tanto uno accelera quanto l’altro è fermo. Qui il problema centrale è solo il mutare del tempo, la percezione realistica del profondo cambiare che la durata ci obbliga a pensare nel nostro ‘Io’. La dimensione del tempo bergsoniano prende il sopravvento in tutto il suo magistrale contributo. La natura non cambia ma cambia l’ anima di chi la contempla dando così corpo ad una asimmetria tra soggetto e oggetto, mentre l’illusione che ci portiamo dietro di poter afferrare questo tempo, di possederlo e forse anche di comprenderlo, si dissolve come si dissolve la neve al sole o la luce del giorno al farsi della sera. Il suo lasso di tempo è certamente e assolutamente breve ma il suo moto è perenne mentre quella stanchezza che nel seguire della lirica si fa sempre più manifesta mima la stanchezza di ogni uomo appena riflette su di sé. Ma il tempo continua a fluire imperterrito e inesorabile mentre la luna non è mai realmente statica: essa riappare nuova ogni sera, ogni giorno, ogni mese mentre la campagna celebra una nuova serenità con il rinnovo cantare dei grilli. Un suono che forse dà serenità ma che sorge inaspettato come ogni suono che rompe il silenzio della natura. La solennità della luna sembra contrapporsi al coro degli insetti sulla terra, così come si contrappone al canto del poeta. Agli occhi di ogni giovane - così come al giovane Pasolini - tutto appare come idillico, bello eppure ma la delusione non sparisce e, anzi, è sempre pericolosamente vicino alla nostra strada, dentro di noi. Il tema del tempo ritorna certamente in diversi brani della produzione di Pasolini, ma forse mai con questa innocente malinconia un po’ décadence. Dunque, perché allora dico che rimane molto distante dal ‘nostro’ Pasolini? Forse perché la stessa figura di questo intellettuale scomodo è diventata col tempo, come dice giustamente Giulio Ferroni, “una figura pop”, una figura che va bene a destra e sinistra se però viene destituita, ripulita dei suoi temi più polemici e vitali che da “Officina” (1955 con Leonetti e Roversi e poi anche Fortini) alla sua triste morte - che rimane ancora così oscura - Pasolini ha mantenuto inalterato. In fondo in questo Diario non c’è ancora il Pasolini critico della società dei consumi o il Pasolini che guarda neo-relisticamente alle borgate romane cercando di ritrovarvi una genuinità, una purezza che quella stessa società dei consumi aveva completamente dissolto. Se mi si consente di dire: non è né carne né pesce. Mi sembra dunque che questa scelta per un grande della nostra letteratura - per me con Fenoglio, Calvino, Vittorini e Fortini il massimo della nostra generazione letteraria e intellettuale tra il dopoguerra e gli anni del boom economico - sia stata un po’ codina, meglio ritirarsi nei buoni sentimenti vagamente esistenzialisti ed estetizzanti del giovane Pasolini piuttosto che porre all’attenzione dei nostri giovani il battagliero e fine interprete intellettuale che prende le distanze da ogni ideologia che viene imposta, da destra come da sinistra tanto che il film Uccellacci e uccellini risulta come il capolavoro della fine delle ideologie che Pasolini porterà sulla scena in modo crudo e senza appello: a conferma di ciò troviamo indicazioni stradali che indicano le distanze chilometriche dalle capitali del Terzo Mondo. È tutto in costruzione, il mondo arcaico della campagna viene deturpato dal capitalismo, nemico al quale l’autore si ribellerà fino alla triste morte. L’ultimo baluardo della resistenza rappresentata dal sottoproletariato inizia a crollare sotto il peso del senso di inferiorità di uomini e donne di borgata nei confronti della borghesia, i giovani popolani non cercano più di imporsi per quello che essi sono, ma cercano di mimetizzarsi nel modello dello studente e negli oggetti di consumo che la società propone. I proletari diventano piccoli borghesi, macchine del consumismo con l’aumentare del potere d’acquisto. Anche l’intellettuale di sinistra subisce una crisi, profetica, infatti nel loro pellegrinaggio senza meta i protagonisti incorrono anche nel funerale di Palmiro Togliatti che rappresenta la fine di un’ideologia che ha dato i suoi frutti solo tendenziosamente. Nella periferia del mondo, le anime alla deriva in questa fiaba pessimista non giungono da nessuna parte. Per questo Uccellacci e uccellini è una critica radicale del capitalismo e dei prodotti della società dei consumi che si è fatta ideologia deteriore. Meglio ripiegare in fondo su un Pasolini innocuo e innocente nel suo sentimento di abbandono per un tempo passato piuttosto che il Pasolini che furoreggia negli Scritti corsari per denunciare una società che ha smarrito sé stessa. Lasciamo stare se poi la critica alla società dei consumi che egli fa è una critica ‘regressiva’ e non ‘progressiva’ intendendo con questo termine che, pur avendo egli individuato in sede di diagnosi dove risieda il malessere sociale della nuova società come prodotto del capitalismo, la sua critica rivolgendosi al passato per una società contadina, agreste naturalmente ‘pura’ è in fin dei conti un piegarsi improponibile a un nostalgico mondo che certamente non solo non esisterà più ma nemmeno era esente da contraddizioni. Questa sua visione diciamo ‘reazionaria’, che reagisce cioè d' istinto alla violenza della nuova società dei consumi, anche se non può essere certamente propositiva indica però un punto d’incontro e di scontro per ragionare su dove stiamo andando ‘come società’, cosa che nella scelta attuata per l’esame di Stato prendendo una lirica giovanile e acerba nulla di tutto questo è stato possibile. E così facendo si disinnesca un grande intellettuale che forse avrebbe meritato una considerazione più in linea con la sua vita per dare più senso alle sue parole. Ma forse questo è il punto e nulla di ciò può definirsi fraintendimento innocente.