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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

domenica 6 luglio 2025

LO SFALDAMENTO SOCIALE CHE PROIETTIAMO DENTRO DI NOI

Più che una società di individui sembriamo zombie in cerca di identità. Credo che l'opera di sfaldamento della società civile sia un dato compiuto che non fa presagire nulla di buono da qui in avanti. Da quando la politica ha preso di mira scuola e ricerca (la mia data è il 1993 con il ministro D'Onofrio) il grande lavoro di demolizione della democrazia reale è all’opera consapevolmente. Le riforme scolastiche che possiamo definire delle vere 'schiforme' con l'aiuto dei monopoli mediatici, assieme al crescere dell’ ideologia dell’antipolitica e di quella filosofia molto 'old style america' a incentivare la competizione individuale illimitata che abbiamo fatto nostra, sono stati i vettori trainanti dello sfaldamento che vediamo al nostro orizzonte e che proiettiamo dentro di noi. Diciamo che è stato un lavoro preparato da almeno due generazioni e che ora si è completato. A nostro danno. Non è stato il calo dell' intelligenza umana a causare tutto ciò come alcune ricerche recenti hanno cercato di mostrare e che comincio a pensare verosimili in taluni contesti. Mi sembra che la gente abbia perduto la capacità aggregativa di organizzarsi, di dialogare, di costruire insieme qualcosa che abbia valore collettivo. Di pensare la politica in modo 'politico'. Diciamo che le persone hanno smarrito il senso collettivo delle cose. Non vi è più spirito di gruppo associativo che è la vera meta della società umana. Viviamo irrealmente nello stato individuale di negazione della società: l’azione collettiva ci sembra morta. Zero società, zero comunità. Anche i residui di quei pochi moti collettivi che si sono timidamente evidenziati in questo ventennio e che si sono appellati a qualche “situazionismo” di maniera, ai flash mob, a qualche estemporanea opera di dissociazione dal sistema, anche giusta in verità, per “ottenere la visibilità dei media” come forma di azione collettiva, ha fallito miseramente l'obiettivo perché implicitamente non hanno fatto altro che chiedere al sistema di prendere in considerazione le loro lotte, la loro partecipazione proprio là dove questo sistema è nato chiaramente per rendere inoperose queste stesse voci che sono sgradite al sistema. La società dello spettacolo non ama lo spettacolo in sé ma la ‘spettacolarizzazione’. I media ormai agiscono da amplificatore del potere politico con qualche eccezione naturalmente. Per quanto riguarda le classi dirigenti, mi sembra ovvio che la demolizione della sfera politica con la fine della prima repubblica abbia portato a un declino verticale della qualità del ceto politico, pensando in modo scellerato che la società civile fosse meglio di quella politica. Che profonda idiozia è stata quest'idea che ha portato al dilettantismo delle classi dirigenti politiche attuali, e quando non sono dilettanti sono tecnocrati mandati dall'Eurocrazia a conservare lo status quo, l'ultimo dei quali ha portato, a meno di essere ciechi e in lockdown cognitivo, al baratro questo paese di cui ora ci lamentiamo. In realtà è stato preparatorio a tutto il resto. A livello di società la situazione è preoccupante perché l’intera attenzione sociale delle persone è rivolta alle sole dimensioni privatistiche e sentimentali riducendo l'io minimo, per riprendere Christopher Lasch, a un "groviglio di schizo-impressioni paranoidi" immaginando che (forse) il mondo cambierà se solo porteremo alla luce con abbastanza intelligenza qualche intimo rimasuglio sopito di orgoglio di quel che resta della psiche infranta (C. Lasch, L'io minimo, Milano, Feltrinelli). In attesa che un giorno prossimo venturo un nuovo Adorno ci racconterà di questa follia e della sua inevitabile crisi, per ora tra programmi trash e informazioni mainstream tutto serve a mantenere lo stato di rimbecillimento generalizzato. Lo vediamo spiace dirlo guardando questa ultima generazione che per quello che riguarda i rapporti strutturali, storico sociali, il mondo del lavoro, le norme sociali, il senso di comunità è ridotta al grado zero. Zombi che camminano. Forse non è neppure tutta colpa loro se guardiamo bene. Schiacciati sulla ridondanza dei media che agiscono peggio dell'oppio che pensavamo essere la religione perché, è sotto gli occhi di tutti, oggi le promesse per un mondo virtuale che addormenta la coscienza sono ovunque intorno a noi, perennemente operanti sotto forma di paradisi artificiali del sistema pubblicitario, creando stili di vita omologati dalla metanarrazione della TV, del cinema, da tutte quelle narrazioni diseducative e disarticolate  della televisione trash che popolano i nostri palinsesti. Un grande blob come quello creato dalla mente geniale di Ghezzi ci travolgerà. Ci rinchiudiamo in un mondo virtuale, totalmente impermeabile e incapace a percepire quello che accade fuori dalle nostre finestre perché incapaci a dargli un senso. Come uscirne dunque? Bella domanda perché se vi è risposta, questa dovrebbe partire dalla coscienza della catastrofe come possibilità di rinascita che per ora non è avvertita come tale. Solo che oggi queste catastrofi coinvolgono il mondo intero, la stessa esistenza in vita di tutti noi. Se veramente ci fosse una via d'uscita a parte la catastrofe, forse, dico forse dovrebbe passare da quella che potremmo chiamare la fine degli egoismi e immaginare che qualcosa si potrà fare anche se non tutti la faranno nello stesso momento ma semplicemente aderendo a un progetto che magari non piacerà fino in fondo, che forse non definirà completamente chi siamo ma che sarà in grado di germogliare, forse cambiare col tempo e di attecchire su un terreno oggi desertificato. Tutto ciò richiede un senso di responsabilità forte che superi la dimensione 'egoica' in cui ci siamo ficcati, anche con la nostra complicità, onde evitare quella fine della vita, quella fine del genere a cui questa catastrofe annunciata ci conduce per mano con la nostra adesione. Imparare a coltivare le idee e le persone come si innaffiano i fiori, e sperare…Basterà? L’umanità a volte ha mostrato che è capace di fermarsi a un passo dal baratro, non sempre ma qualche volta, bisognerebbe capire quanto e come siamo capaci di essere membri attivi di questo organismo mondo di cui ci disinteressiamo e da cui ci allontaniamo colpevolmente pensando che non sia affare nostro questo mondo.