Ho letto recentemente l’opinione del docente e scrittore Roberto Contessi su Il Corriere della Sera il cui intento era difendere la scuola di oggi (dunque le novelle riforme) dall’ accusa di essere una scuola più facile di quella di ieri per via della digitalizzazione e dei processi educativi alternativi degli ultimi periodi. Al contrario, a suo avviso, piuttosto che essere così ‘alternativi’ la scuola odierna è ferma ai metodi del passato, almeno per quanto riguarda le lezioni, i compiti, le interrogazioni. Per non fraintendere il suo pensiero ripropongo il suo intervento.
“Più e più volte ritorna nella discussione intorno ai mali della scuola italiana, la tesi secondo la quale a partire dagli anni Sessanta e Settanta si sarebbe diffuso tra i docenti di ogni grado scolastico un metodo di insegnamento, definito ‘progressista’, che si sarebbe concentrato sulle attività pratiche più che su quelle teoriche. Fa parte di questa narrazione, la tesi secondo la quale le aule delle scuole elementari, medie e superiori si sarebbero riempite di maestri e docenti portatori del verbo di un prete toscano, Lorenzo Milani, e di uno studioso campano, Tullio De Mauro, che avrebbero indotto a trasformare l’istruzione in una diffusione di tecniche pratiche e di attività di apprendimento collettivo, con il risultato nefasto di abbassare le capacità astrattive dei ragazzi e tollerare comportamenti di ribellione, in una sorta di permissivismo e buonismo generalizzato. Se le cose stessero così, i sostenitori di questa tesi auspicano il ritorno di un apprendimento dagli aspetti teorici e astratti più spiccati, condotto, se possibile, attraverso la centralità delle ore di lezione svolte in classe, o, al massimo, in un laboratorio scolastico. Insomma, bisognerebbe mettere al bando i fronzoli di metodi di apprendimento partecipato (qualsiasi cosa questa espressione voglia dire), restituendo dignità al maestro o al professore in cattedra. In sostanza, il metodo aureo sarebbe: libro, appunti, spiegazione, studio a casa, interrogazione o verifica scritta. Agli eventuali studenti ribelli, oppure a disagio, bisogna applicare strumenti di contenzione: note disciplinari, uso del voto di condotta come strumento di controllo, prova orale obbligatoria all’Esame di Stato. La debolezza di questa narrazione sta nel fatto che il sistema scolastico italiano si è sempre fondato, in linea di massima, sulla centralità delle nozioni teoriche e sul metodo spiegazione-studio-interrogazione. Ecco perché questa narrazione è una montatura. E’ ben vero che, a partire dagli anni Sessanta e Settanta, alcuni docenti o studiosi di pedagogia hanno proposto e sperimentato tecniche di insegnamento alternativo, che, se vogliamo, possiamo anche definire ‘progressiste’: ma tali tecniche non si sono mai diffuse. Mai. I libri che le sostenevano sono spesso il racconto di felici avventure, che di tanto in tanto sono state applicate prendendo una cosa qua e una cosa là, ma, come hanno sempre confermato tutte le sacrosante indagini concrete come la Timss, oppure le indagini sostenute dalla Fondazione Agnelli o anche dallo stesso Ministero competente, non tanto i maestri di scuola elementare, ma soprattutto i docenti di scuola media e superiore non si sono mai mossi dal metodo cui loro stessi erano stati sottoposti nella loro adolescenza. L’effetto ‘imprinting’, quello che evidenziò molto bene Konrad Lorenz con le sue paperelle, è il migliore sistema di apprendimento possibile. Io imparo imitando quello che fa la mia guida: se la mia professoressa insegna grosso modo come insegnava la professoressa dei miei genitori e dei miei nonni, tutti ci ritroviamo nello stesso metodo, parliamo la stessa lingua, usiamo lo stesso codice. Quindi è una grossa montatura sostenere che la scuola sia stata invasa da un sistema di insegnamento ‘progressista’, perché non è il dato storico rilevabile. Nessuna statistica si può portare a supporto, se escludiamo alcune scuole o alcuni istituti dello Stivale che godono storicamente di una tradizione di qualità e che hanno mantenuto tale tradizione pur modificando parzialmente la didattica. Ma quello è un altro discorso: sono isole felici. Ogni montatura, però, è costruita con uno scopo. In questo caso, il fine è quello di addossare i mali della scuola del 2025 ad una supposta rivoluzione di mentalità accaduta intorno a dei libri e a delle comunità di docenti che vi hanno creduto, pur se quelle comunità sono rimaste chiuse e non si sono diffuse, purtroppo o per fortuna. A pensare bene e senza malizia, chi sostiene questa montatura è un ingenuo, vittima di un inganno. Molti insegnanti e anche molte riforme della scuola in effetti hanno lasciato la facoltà di poter insegnare in modo ‘progressista’. I docenti sono bravi, e lo so bene io per primo, ad affermare sulla carta qualcosa e, invece, a fare ben altro in classe: compilare una bella proclamazione di intenti ad inizio anno, spesso ha un valore solo burocratico, e non indica un mutamento di metodo. Se quegli intenti non vengono applicati, la dichiarazione può dare l’impressione che stia cambiando qualcosa, mentre nella sostanza nulla è diverso. A pensar male e con un po’ di malizia, ogni narrazione che esprime una montatura, secondo una brillante intuizione dello storico Marc Bloch, è una ‘propaganda’, cioè serve a deresponsabilizzare una comunità, addossando la croce ad alcuni maestri, appunto i citati Lorenzo Milani e Tullio de Mauro, per invitare tutti a fare un bagno di sano realismo. A quel punto, don Milani e De Mauro, sono presi e strumentalizzati, immaginando un Eden scolastico prima del loro arrivo. Attenzione però: non esiste una medicina che, con uno schiocco di dita, risolva la debolezza culturale di una parte dei giovani e degli adulti del nostro Paese, debolezza che è sotto gli occhi di tutti. Inoltre, abbiamo oggi una certezza quantitativa che di nuovo smentisce la propaganda: nel 2025 la parte culturalmente più debole della popolazione è proprio quella adulta over 50, che dunque non è stata bene formata dalla scuola dei bei tempi andati. Quella scuola aveva il grosso limite di abbandonare al loro destino i suoi studenti: i pochi forti erano promossi, i tanti deboli erano bocciati. Oggi non possiamo più permetterci lo stesso errore”.
Fin qui l’analisi del nostro scrittore che è anche un docente, uno del mestiere. Dunque, secondo l’autore, dagli anni Sessanta e Settanta non è avvenuta alcuna rivoluzione pedagogica ‘progressista’ riguardante l’insegnamento, nessun apprendimento collettivo né tecnico pratico che abbiano abbassato le capacità astrattive dei nostri giovani attraverso un permissivismo, diventato col tempo buonismo, in modalità deteriore. Tanto è vero che se le cose fossero realmente così, basterebbe ritornare ai vecchi modelli con lezioni fatte in classe e appunti pedissequamente presi mettendo al bando ogni forma di apprendimento partecipato, restituendo così dignità al professore in cattedra o al maestro oggi maltrattati. Una narrazione che infatti fa acqua da tutte le parti sotto molti punti di vista. Ma non credo per le ragioni addotte dal nostro autore. In questo credo che l’autore sbagli ma vedo di spiegarmi meglio. Secondo il nostro, infatti, la scuola non si è mai allontanata veramente da questo modello imperniato sulla centralità del ‘teorico’ sul ‘pratico’ (vecchio retaggio della riforma Gentile) e sulla lezione frontale. Che qualcosa si stesse muovendo nel sottoscala della scuola non vi è alcun dubbio, ma che queste pratiche fossero diffuse onestamente ce ne corre. Avrebbero potuto, insomma, ma non riuscirono mai a superare il muro della tradizione. Ci furono perciò delle isole ‘felici’, ma mai veri arcipelaghi strutturati. In questo senso si può anche concordare con l’autore facendo dei distinguo ovviamente. Eppure qualcosa comunque stona in questa analisi ridotta all’osso, perché l’arrosto a cui si vuole approdare dopo il molto fumo viene confermato dalle ricerche che Fondazione Agnelli e Timss portano alla ribalta e che il nostro porta a esempio per corroborare la sua ipotesi: che i docenti delle scuole medie e delle superiori non si sono mai allontanati da questo vecchio schema da cui sono soggetti fin dalla loro adolescenza, quel metodo dell’imprinting di Lorenz memoria che fa sì che impariamo come le famose paperette per imitazione seguendo i nostri maestri. Da qui a sostenere la tesi che la scuola non abbia mai avuto un metodo ‘progressista’ da cui allontanarsi è un passo. Il ‘vecchio’ è sempre stato presente nei gangli del sistema educativo come vizio di origine; le poche isole felici (ma che furono di più a onor del vero) non attecchirono mai e dunque lo 'sfacelo' a cui assistiamo oggi non è dovuto alle ‘riforme’ perpetuate negli ultimi trent’anni, diciamo dall'autonomia in poi, che hanno cercato in realtà di svecchiare i vecchi metodi a cui tutti noi siamo legati, bensì a quel sistema che molti vorrebbero riportare in auge di utilizzazione del metodo frontale. Dunque, con una bella capriola torniamo al vero punto dolente dell’intera faccenda: insistere con un sistema morto e sepolto come l’insegnamento tradizionale non farebbe che peggiorare la situazione esistente. Per cui ovviamente c’è un gran bisogno di vere novità come quelle che abbiamo avuto dall’autonomia in poi. Ma l’ aspetto più subdolo a mio parere è quando si afferma a un certo punto che questa ‘montatura’ (di chi poi?) è costruita con lo scopo di “addossare la colpa dei mali della scuola del 2025 ad una supposta rivoluzione di mentalità” accaduta intorno a idee e docenti che hanno creduto a quei metodi che in realtà non si diffusero mai. In realtà i docenti, naturalmente pigri e indolenti, avrebbero potuto compiere quella rivoluzione ma per comodità o pigrizia hanno fatto altro, ovvero riciclare la solita minestra. E dato che ogni narrazione diventa anche propaganda come Marc Bloch insegna, quest’ultima è servita per deresponsabilizzare una intera comunità (quella scolastica) dando la colpa ad alcuni maestri (come ad esempio don Milani, De Mauro, Mario Lodi, Gianni Rodari) per tornare con forza a un sano realismo (procediamo con la lezione frontale e pochi fronzoli) immaginando un Eden scolastico perduto prima del loro (don Milani, De Mauro et similia) arrivo (dunque dell’arrivo, oggi, delle nuove riforme che vogliono svecchiare la scuola). E per giustificare tutti questi salti mortali che ci sono, viene estratto dal cappello un dato quantitativo che dovrebbe essere spiegato meglio proprio rispetto ai report Ocse-Pisa dal 2013 al 2022 che mostrano una debacle complessiva tra tutti gli individui presi in considerazione tra i 15 anni e i 65 anni: che nel 2025 la parte culturalmente più debole, ovvero quella che “non è stata ben formata a scuola”, è proprio quella degli over Cinquanta, quelli che avrebbero dovuto avere una formazione old style dei bei tempi andati che invece è risultata deficitaria secondo i parametri dei nostri report. E questo oggi non ce lo possiamo permettere conclude l’autore.
I dati Ocse-Pisa a leggerli dicono ben altro complessivamente, dall'analfabetismo disfunzionale di ritorno alla situazione drammatica degli studenti che perdono sempre più posizioni sia per gli aspetti linguistici che per le conoscenze scientifiche come per le stesse capacità di problem solving visto che non traggono informazioni utili da ciò che leggono. Infatti non leggono più e la scuola non aiuta a farlo. Per cui, aggiungo io visto quanto segue, secondo l’autore ben vengano queste nuove riforme veramente ‘rivoluzionarie’ e maggiormente attente agli apprendimenti individuali che però hanno reso questa scuola più fragile fin nell’uso linguistico accettando forme aziendaliste di conduzione. L’autonomia, chissà se e quando lo si capirà, è servita proprio a smantellare il sistema istruzione non a renderlo più efficace. Generalizzare è ovviamente troppo facile e pensare che in tutte le scuole, le università si siano applicate all’istante le istanze dei tradizionalisti è un eccesso di semplificazione fuorviante ma, cosa ancora più fuorviante, è quello di pensare (e ovviamente credere) che buona parte di questi tradizionalisti si siano spalmati nelle scuole per danneggiare con la loro non cultura e ideologia l’istruzione nel suo complesso. Forse occorrerebbe per maggiore precisione vedere cosa sia successo negli ultimi trent’anni nel sistema dell’istruzione. Partiamo innanzitutto dall’abolizione degli esami di riparazione con il ministro D'Onofrio e dell’ introduzione del debito formativo, dall’introduzione dell’autonomia scolastica con Berlinguer e Bassanini, dall’introduzione della riforma dei cicli (2+3), dagli insegnanti di matematica provenienti dall’insegnamento di biologia e da scienze naturali, dall’ introduzione dell’alternanza scuola lavoro (che ha comportato che l’esperienza lavoro viene fatta durante l’anno scolastico e non l’estate), dall’interruzione dell’attività didattica per effettuare il recupero scolastico (di fatto significa sottrarre altri 20 giorni all’attività didattica piena), oggi con la scelta scellerata a mio modesto parere di farli a luglio dunque un mese dopo essere stati rimandati disinnescando così la loro potenziale utilità, dalla eliminazione delle materie a scelta della commissione degli esami di Stato e presentazione di un percorso da parte del candidato e crediti assegnati dal consiglio di classe (questi due ultimi provvedimenti hanno causato il crollo dello studio da parte dei ragazzi con scelta di alcuni brevi percorsi per lo più imparati a memoria). Per non parlare dell’educazione civica prima tolta dall’insegnamento delle medie e dai programmi di storia e oggi reintrodotta in modo raffazzonato spalmandola per tutte le materie. Per non dire della sparizione dell’insegnamento della geografia. Uno sfacelo continuo che nessuno docente nei tempi passati ha mai subito, le ore di insegnamento erano quelle e quelle facevano, oggi almeno un terzo di esse va in cose extra-scolastiche inficiando il lavoro programmato facendo del lavoro del docente un coacervo di pratiche burocratiche. Di fatto, dunque, il recente rifiuto da parte di alcuni candidati di sostenere l’orale, ridotto a un vero pro forma dove il 99,97 % viene promosso secondo gli ultimi dati del MIUR, ha mostrato una grossa falla del sistema che era sotto gli occhi di tutti (anche in quelli delle istituzioni preposte come Indire e dei suoi pedagogisti) ma mai da nessuno evidenziato in modo diretto cercando di intervenire. E tutto questo che ho descritto è accaduto grazie alla Riforma della scuola del 1999-2000, la celeberrima legge quadro del febbraio 2000 n.30 del riordino dei cicli e dalla legge del 1997 n. 425 che modificò l’esame di maturità, poi da quella quella del 2003 della Moratti che abroga quelle di Berlinguer, poi all’ulteriore riforma del 2009 e dalla brutta pezza della Buona Scuola la L.107 del 2015 concludendo, per finire, con l’ulteriore Legge del 2024 che ha accorpato altre classi di concorso per insegnare discipline che di fatto non si conoscono (faccio un esempio per tutti, laureati in scienze geografiche vengono inseriti per l’ insegnamento di italiano, storia e geografia). Detto tutto questo, allora, assegnare responsabilità ai soli docenti molti dei quali erano ex sessantottini, ex movimentisti del ‘77 (che sia questo il problema?) ex tutto ormai nel volersi barricarsi dietro la lezione frontale e tutto quello che questo comporta, significa condannare un metodo che, per quanto ‘classista’ fosse stato allora nella sua struttura germinale, ha permesso grazie alle riforme dei Decreti Delegati del 1974 a molte generazioni post sessantotto di vedere nella scuola e nell’istruzione in primis una reale scalata sociale invidiata nel mondo che oggi non si dà più, facendo della scuola dell’inclusione la scuola che non solo ha abbassato i livelli delle conoscenze culturali ma che ha reso ancora più classista l’intero sistema. Oggi nessun giovane crede più alla scuola come modalità di realizzazione sociale e individuale. Infatti, questo è quello che tutte queste pessime riforme non hanno pensato tantomeno i politici soprattutto quelli targati ‘sinistra’ e questo fa pensare, chi ha i mezzi economici per tradizione, famiglia o censo per poter emergere lo farà ancora più disinvoltamente di prima perché hanno risorse che tutti coloro che questa scuola vuole ‘includere’ non hanno più visti lo svantaggio all’origine e la pochezza di una istruzione che è stata scardinata scientemente dalle elementari all’università. In fin dei conti hanno abbassato il livello della società civile aumentando la subalternità delle persone. Quanti non hanno mezzi economici e familiari emergono se traggono dalla formazione e dalla cultura la linfa vitale che diventa potente arma contro il sistema. Oggi non c’è più nulla, solo tanta ignoranza tarata verso il basso. Beh, a pensar male ci si azzecca qualche volta.

