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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

martedì 26 agosto 2025

SIAMO PROPRIO SICURI CHE RICOLFI E MASTROCOLA ABBIANO RAGIONE SUL ‘’DANNO SCOLASTICO’’?

Esiste una scuola progressista? Possiamo dire che la scuola di ieri era diversa da quella di oggi benché molti sostengano di no perché, in fin dei conti, i docenti insegnano come lo si faceva ieri ovvero con lezioni frontali e verifiche? Vorrei tornare un attimo sulla questione se nel nostro paese è esistita realmente una “scuola progressista” che recentemente è stata messa in discussione. Vedere se e come possiamo imputare a lei questa caduta verticale del ‘sapere’ nelle nostre istituzioni scolastiche e nei nostri centri di ricerca, oppure se ha in realtà migliorato il nostro processo di alfabetizzazione alzando la media. I dati Ocse-Pisa tra il 2013 e il 2022 dicono qualcosa di specifico che va certamente contestualizzato, ma sembra chiaro che siamo di fronte a una reale perdita di conoscenza e di proprietà linguistiche sia dei nostri giovani, sia degli adulti fino a sessantacinque anni (analfabetismo disfunzionale di ritorno). Ecco dunque per molti versi la presa di distanza generale per la ‘massificazione dell' istruzione’ avvenuta negli anni Sessanta dopo la legge Codignola. Ma è veramente così? Oppure questo scadimento culturale è dovuto al contrario alle diverse riforme che si sono attuate tra gli anni Novanta e Duemila che hanno comportato l'entrata in scena dell'autonomia scolastica? Questa grande trasformazione ha avuto il beneplacito di molta pedagogia odierna, preparata da molti di loro ha avuto l' accondiscendenza del ministero dell' istruzione che ne ha subito fagocitato le teorie creando una commistione tra pedagogisti ed enti specifici come Indire (l’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) e Invalsi (l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione). Per questo la responsabilità dei pedagogisti, non tutto per colpa loro, sembra evidente. Essere contro i pedagogisti non vuol dire abiurare la pedagogia perché un po’ di pedagogia serve. Bisogna però fare dei distinguo nel modo in cui la utilizziamo. Il problema è che sembra quasi impossibile oggi farne a meno. Per questo motivo ritorno sul tema della ‘scuola progressista’ riprendendo un vivace dibattito su “scuola e docenti” a tre voci apparso su Repubblica nel 2022 in cui si percepisce che le interpretazioni di Ricolfi, Mastrocola e Luciano Canfora vengono accomunate troppo disinvoltamente ma in realtà mostrano differenze sostanziali. Che oggi la psicopedagogia sia imperante e credo abusata nella sua utilizzazione nei nostri sistemi educativi, non credo sia un mistero. Si perde anche troppo tempo a pensare a come dobbiamo insegnare piuttosto che a insegnare, cercando di trovare metodi sempre più accattivanti per attirare l'attenzione dello studente come se studiare fosse anche un po’ giocare facilitandolo nel compito. Ora, che Ricolfi e Mastrocola ritornino spesso sul tema non è un mistero e quasi sempre colpevolizzando i docenti, non così si può dire per Canfora il cui obiettivo sono i pedagogisti e la pedagogia tout court. Ad esempio, quando Ricolfi sostiene: “gli insegnanti dovrebbero avere l'umiltà di accettare che le grandi lezioni le fanno altri. Forse è questa una delle grandi promesse future della tecnologia”, afferma una posizione personale che nessun pedagogista ha mai affermato a onor del vero. Vedremo di capire il vero intento di Ricolfi perché lascia perplessi questa idea che “le grandi lezioni debbano farle gli altri” e non i preposti docenti, evidentemente lui e pochi esclusivi maestri per auctoritas. Ora, che in Italia si manifestino parecchie idee curiose e confuse quanto basta, per non dire peggio, su come si dovrebbe fare scuola è ormai cosa nota. Alcune di queste grandi considerazioni, si fa per dire, vengono propagandate da chi di scuola dice di essere o si presenta come esperto ma non lo è. Uno di questi è il sociologo Luca Ricolfi che assieme a sua moglie, la scrittrice ed ex insegnante Paola Mastrocola, ha scritto recentemente un pamphlet dal titolo Il danno scolastico, il cui assunto è che la scuola sia stata rovinata dal lassismo di sinistra che ha distrutto la bella scuola di un tempo in cui si imparava veramente. Gli autori partono da una ipotesi della Mastrocola del 2017, quella della disuguaglianza, ovvero: una scuola di bassa qualità che prepara male, che è fortemente permissiva, che tende a promuovere tutti, a non bocciare, a ridurre le richieste cognitive, è una scuola che alimenta la disuguaglianza sociale e il tasso di iniquità. Possiamo misurare il grado di iniquità come il rapporto tra chi nei ceti alti al termine degli studi raggiunge il ceto alto e chi tra i ceti bassi, al termine degli studi, raggiunge i ceti alti.  Semplifico ma il tasso di iniquità in Italia è pari a 4.0. In sostanza se nasci in una famiglia ricca, agiata, se sei figlio di avvocatohai una possibilità 4 volte maggiore di fare l’avvocato o il notaio, rispetto ad un tuo compagno che nasce in una famiglia di idraulici. Secondo Mastrocola, una scuola permissiva, di bassa qualità, aumenta tale tasso di iniquità. Una scuola di qualità invece riduce quel rapporto a meno di 3 e, in luoghi come il sud, fa una differenza enorme. Una scuola di qualità è davvero una scuola che fa la differenza, che premia ma soprattutto permette ai meritevoli di svincolarsi dal loro stato sociale e di invertire la rotta. In realtà gli autori non dicono però cosa sia per loro una scuola di qualità, limitandosi a raccontare quello che hanno visto nella loro esperienza scolastica. Non citano nessuna teoria o modello pedagogico degli ultimi 60 anni. Non citano mai nomi come Malaguzzi, Dewey, Castelnuovo, Visalberghi, Montessori, Ciari, Massa, Frabboni, Bertolini, Maragliano, Bertagna, Laporta solo per citarne qualcuno. In realtà non citano mai neppure le scienze o la storia dell’arte o la musica. La loro, almeno per la Mastrocola, è una visione esclusivamente ‘letteraria’ dell'istruzione che fu. Citano una scuola che non c'è, elitaria dove pochi ci andavano e in cui la pedagogia risultava estranea ai processi. E questo pesa nella loro analisi. La loro tesi è semplice, sulla cui conclusione forse non avrei molto da obiettare se non su quando tutto ciò sia realmente accaduto. E allora non seguo più gli autori perché per me le cose non stanno così. Le riforme del 1962 sulla media unificata e del 1969 con gli interventi sull'abolizione dell’esame di ammissione al liceo classico e la legge  Codignola n.910 che liberalizza l’accesso all’università, hanno forse delle colpe ma non questa, anzi. La vecchia massificazione non ha infatti prodotto nessun sfacelo nell’istruzione ma è vero il contrario. Semmai è la teoria dell'inclusione (quale?) che furoreggia da trent'anni in qua, diciamo dall'autonomia scolastica targata Bassanini-Berlinguer, che l’ha prodotta abbassando i livelli tra istruzione superiore e universitaria con il 3+2 che sarebbe arrivato a ruota. Perché la ratio di quella riforma è partita dalla coda per arrivare poi alla testa e non il contrario. Mastrocola e Ricolfi sono dei grandissimi laudatores temporis acti (espressione di Orazio) e ancora più grandi spregiatori della scuola di massa che per loro ha abbassato il livello e creato generazioni di ignoranti. Ma siamo certi che quella massificazione dell’istruzione abbia prodotto questo stato di analfabetismo di ritorno o non sia stata a produrla invece questa continua semplificazione in nome dell’inclusione? I tre autori sono concordi negli assunti di fondo verso la scuola contemporanea che non ha un solo pregio o un punto di forza. Ma il problema di fondo è capire questa ‘contemporaneità’ quando comincia. Per il duo Ricolfi-Mastrocola dal 1962 con una egemonia della sinistra che impera lungo la cultura italiana; per Canfora da quando i pedagogisti hanno avuto questo straordinario potere nei salotti ministeriali. Sono due cose ben diverse. Ci sono dei grossi distinguo da fare perché per il duo Ricolfi-Mastrocola il vulnus è l’ egemonia (in senso gramsciano) della sinistra, per Canfora è l’egemonia dei pedagogisti il problema. Stupisce nel caso di Ricolfi, che è un affermato sociologo, il fatto che in tutte le sue critiche non fa mai capolino alcuna considerazione sociologica di grande respiro: la scuola che Ricolfi e a ruota Mastrocola criticano è una specie di grosso monolite che non ha nessun contatto con il resto della società. Sembra che la politica non ci abbia mai messo naso per peggiorarla ma sia peggiorata solo per il lassismo metodologico, scientifico della sinistra teso a uniformare menti e corpi in una iniqua omologazione tipica di un paese a socialismo reale. Che gli eventi storici non abbiano inciso in questa trasformazione, che i cambi di governo non abbiano inciso minimamente. Il che per un sociologo è colpa grave. Nelle loro argomentazioni che la scuola italiana sia da anni vittima sacrificale di tagli e non riceva finanziamenti, è un tema che viene appena accennato come se si trattasse di un particolare insignificante. Non hanno nulla da dire sulla riforma della scuola del 1999-2000, la celeberrima legge quadro del febbraio 2000 n.30 sul riordino dei cicli e dalla legge del 1997 n. 425 che modifica l’esame di maturità, né da quella del 2003 della Moratti che abroga quelle di Berlinguer, né all’ulteriore riforma del 2009 o dalla brutta pezza della Buona Scuola la L.107 del 2015 concludendo con l’ulteriore Legge del 2024 che ha accorpato altre classi di concorso per insegnare discipline che di fatto non si conoscono (faccio un esempio per tutti, laureati in scienze geografiche vengono inseriti per l’insegnamento di italiano, storia e geografia). Tutto questo passa inosservato per il duo Ricolfi-Mastrocola, per cui i diversi report Ocse-Pisa dal 2013 al 2022 sull’ abbassamento dell’istruzione e sull’analfabetismo di ritorno sono il prodotto delle riforme del ‘62 e ‘69 non da quello che è successo negli ultimi trent'anni. Un caso di miopia interpretativa conclamata. Non è un caso che Canfora ammetta che “ci vorrebbe una vera riforma degli ordinamenti scolastici tale da determinare una buona preparazione e una diffusione non classista della conoscenza. Ma tutto ciò è possibile se si ha voglia di destinare al mondo della scuola ben più risorse. Ma ciò significherebbe cambiare gli assetti del bilancio dello Stato e quindi la società tutta”, spingendosi a dire che “bisognerebbe forse prevedere una rete di insegnanti che nel pomeriggio guidano gli scolari nello svolgimento dei loro compiti”. Certamente non dice come e con quali fondi dato che gli insegnanti bisognerebbe pagarli perché questo è un lavoro. Ma quello che ha dato l’allarme per taluni è quando afferma ingenuamente che “una volta mi permisi di scrivere che Giacomo Leopardi nel Dialogo di Tristano e di un amico, l'ultimo delle Operette morali, diceva: "dove tutti sanno poco, si sa poco ».[…]Tocqueville notava, osservando l'America, che "democrazia" significa una banalità diffusa equamente suddivisa. Sono convinto che questo fatalismo vada combattuto con dei contravveleni capaci di mantenere il livello elargendo a tutti un po”. E su questo aspetto forse Canfora avrebbe potuto spiegare meglio cosa intendesse perché non escludo che molti abbiano inteso che la scuola vada male perché troppo democratica. Cosa che non credo fosse nelle corde dell'illustre filologo. Ricolfi e la Mastrocola al contrario sparano a zero sulla scuola senza fornire molti dati che supportino le loro teorie. L’unico dato che Ricolfi cita è in questa frase: "Quarant'anni fa arrivava al diploma un ragazzo con licenza elementare su quattro. Oggi solo un ragazzo con licenza media su sei si laurea". Ricolfi verifica la sua ipotesi utilizzando i dati ISTAT recenti per il ceto sociale e i dati Invalsi come Proxy, non essendoci oggi alcun dato reale che misuri il grado di qualità delle Istituzioni scolastiche e il loro impatto sul processo di apprendimento. Resta un mistero, però, perché i dati citati sarebbero in grado di dimostrare ‘questo qualcosa’ perché di fatto Ricolfi non lo dice dato che nel 1982 la licenza media era già obbligatoria da un pezzo e quindi, se davvero solo uno su quattro riusciva ad arrivare al diploma, oggi la percentuale di laureati e diplomati tra i giovani, anche se comunque inferiore alla media europea, sarebbe in crescita rispetto al passato. Dunque? Meglio la prima scuola oppure quest' ultima anche se comporta diplomati/laureati di un livello più basso rispetto a quelli precedenti? Perché in fondo la questione si profila in questi termini: se porti l'alfabetizzazione a un livello maggiore probabilmente la qualità scende facendo scendere la media sul basso. E allora bisognerebbe ragionare su come riformare l'istruzione, dalla primaria all'università, senza scadere nella poca qualità ma su questo i pedagogisti non proferiscono parola come se si rendessero conto che prendere due piccioni con una fava è una faccenda difficile. Dulcis in fundo allora la vera bestia nera sembrano essere proprio i colleghi insegnanti. Secondo Ricolfi, infatti, il livello è bassissimo e la colpa è stata la creazione della "scuola media unica" la L. n.1859 che abolì la scuola di avviamento professionale. Cioè quella riforma che definì una scuola media unificata per tutti gli alunni evitando che già alla fine delle elementari alcuni frequentassero corsi professionalizzanti che li avrebbero portati a lavorare e solo gli altri, in genere quelli provenienti da famiglie benestanti, a continuare una formazione che li preparava al liceo e quindi alle università. Fu una grande lotta di giustizia sociale contro una dispersione scolastica classista cosa che non attira Ricolfi. “La parabola discendente, che nel Sessantotto diventa di massa, inizia nel 1962, con la riforma della scuola media unica. Una riforma che annacquava il latino e i programmi. Ma distruggere la classe insegnante ha richiesto venti trent' anni. Oggi, anche quella universitaria, è di livello bassissimo”. Insomma, per il nostro ogni laureato dopo la riforma del ‘62 è un analfabeta disfunzionale poco preparato, e questa conclusione è proprio difficile da digerire senza dati convincenti. Insomma, per Ricolfi la colpa è di chi ha tolto il latino e annacquato i programmi. Peccato che latino e programmi "seri" fossero riservati già allora a una esigua minoranza ricca o benestante non a tutti gli ordini. Gli altri indirizzi che non erano il liceo non avevano nemmeno la possibilità di avvicinarsi a quelle  materie. Riguardo la scuola moderna, invece, Ricolfi ha idee forse innovative ma veramente confuse. Infatti, se da un lato vorrebbe aumentare la ‘complessità’ senza dire come farlo, poi è totalmente contrario al fatto che si parli a scuola, per esempio alla primaria, di educazione ambientale perché è un argomento complesso a rischio indottrinamento. Per cui viene spontaneo dire o l'una o l'altra. Dice infatti: “la questione ambientale è complessa, non si può affrontare con bambini di prima elementare, come sta capitando in certi esperimenti pilota progettati da pedagogisti infatuati. È estremamente pericoloso, sia perché si mettono i bambini di fronte a problemi di cui non sono all'altezza, sia perché c'è un rischio di indottrinamento.” L’idea che le cose si possano spiegare a più livelli in maniera differenziata a seconda dell’età non viene presa in considerazione. Questo viene confermato anche dalla successiva piega presa dalla conversazione in cui la Mastrocola interviene dicendo che “la DaD poteva essere usata in modo diverso, magari regalando ai ragazzi grandi lezioni video. Ti ammazzo di bellezza un'ora sola al giorno, invece di tenerti appeso al computer sei ore, dopodiché vai, leggi, studia, corri, balla. Una lezione online di Canfora o Baricco o Rovelli sarebbe stata una splendida occasione.” Anche qui i due non sembrano proprio rendersi conto che la scuola è fatta di tanti livelli diversi e di diverse età: dire che la DaD avrebbe dovuto basarsi su grandi lezioni significa non rendersi conto che l’apprendimento non funziona così a tutte le età. Bruner e Howard Gardner insegnano. Quindi questa idea, forse, potrebbe diventare accattivante quando si insegna in una classe terminale di un liceo a indirizzo umanistico o anche scientifico, dove probabilmente gli alunni possono essere interessati a una lezione di Baricco o Canfora. Ma proporla in altri indirizzi incondizionatamente o alle secondarie inferiori sarebbe impraticabile oltre che inutile, visto che i ragazzi morirebbero di noia non avendo i mezzi per affrontarla. E questa è più colpa di una legge che non ha riformato i diversi curricula scolastici di cui avremmo bisogno anziché parlare di competenze. Ma anche sulle ‘grandi lezioni’ ci sarebbe da dire. Non è chiaro, proprio dal punto di vista didattico e pedagogico, cosa intendano Mastrocola e Ricolfi con questo termine. Perché per la didattica, senza essere pedagogisti oltranzisti di cui non faccio parte, una lezione per essere per lo meno efficace ha come primo presupposto l’interazione che in DaD è molto ridotta, nel caso di video registrati addirittura impossibile. Serve e non serve dunque. Serve se diventa una forma di approfondimento oppure quando lo studente, assente durante la lezione, la usa come una ripetizione o supplenza. Ricolfi invece pare proprio pensare che la scuola dovrebbe essere strutturata con classi che vengono costrette a seguire video in cui il «grande intellettuale» di turno (Baricco o Canfora, tanto per citare quelli che cita lui) parlano di un determinato argomento. Questo perché, come riportato nella citazione dell’incipit di questo post “gli insegnanti dovrebbero avere l'umiltà di accettare che le grandi lezioni le fanno altri. Forse è questa una delle grandi promesse future della tecnologia.”. Ricapitolando, secondo Ricolfi le grandi lezioni le possono fare solo i grandi intellettuali come lui o Canfora o Baricco o Rovelli, e forse la Mastrocola, mentre tutti gli altri ‘peones’ cosa dovrebbero fare in classe? I poveri insegnanti di scuola non sono in grado di fare grandi lezioni e, par di capire, nemmeno lezioni piccole, infatti si sono laureati dopo il mitico ’62 per cui capiscono poco o nulla di ciò che dovrebbero impartire. Il loro compito sarà forse quello di sorvegliare le classi mentre vengono costrette ad ascoltare i video dei grandi intellettuali, controllando che gli alunni non usino il cellulare per giocare ai videogiochi, e poi forse somministrare  agli alunni dei questionari per accertarsi che abbiano imparato bene quanto il grande maestro di turno ha insegnato loro. Una roba del genere francamente non l'avevo mai sentita. Abbastanza stupida, economicamente perniciosa e lesiva nei confronti di un’intera categoria. Questo invece per Ricolfi dovrebbe essere realizzato per alzare la qualità, proprio quel Ricolfi che paventava l’ indottrinamento alle primarie sul tema ambientale perché non vera conoscenza. Viene però molto difficile capire cosa di fatto possa essere perché ‘apprendimento’ di certo non è. Al di là di tutto questo ciarlare, resta da capire come Ricolfi penserebbe di attuare questa meravigliosa idea che ha nella testa. Forse lui e una ristretta cerchia di intellettuali selezionati forniranno gratuitamente alle scuole centinaia di ore di videolezione a costo zero sui più svariati argomenti? Un centro di raccolta 2.0 a beneficio dei guardiani. Perché la scuola conta più di 200 giorni di frequenza, coprendoli tutti si prospettano anni di superlavoro senza sapere il vantaggio dove effettivamente risieda. Come si nota ho preso di mira la coppia immarcescibile del sapere Ricolfi-Mastrocola eliminando Canfora perché credo che il suo intento fosse di tutt'altro intendimento. Perché Canfora c'è l'ha con i pedagogisti che hanno un super potere nella scuola di  oggi e nel ministero. E qui non mi sento di dissentire, anzi, ben sapendo che il pensiero unico dominante di oggi è più pedagogia, più inclusione, più intromissione degli specialisti nella vita attiva degli studenti. Una iper-medicalizzazione delle strutture educative che mi trova completamente in disaccordo perché questa iper-protettività’ che costruiamo intorno ai nostri studenti ci mostra non tanto la ‘libertà’ che cerchiamo come pedagogisti, ma il ‘controllo’ sociale che attuiamo seguendo lo specchio della società. La scuola diventa lo specchio della riproduzione sociale come aveva ben intuito Bourdieu che cristallizza il capitale sociale di partenza. In fondo, come ha argomentato Foucault, la pedagogia è un dispositivo di controllo che le società politiche usano secondo propri obiettivi e per proprie finalità. Noi abbiamo la necessità di spezzare questo controllo garantendo vera conoscenza e pensiero critico portando gli studenti a leggere. E questo costa fatica. La vera inclusione è garantire pari accesso al sapere non abbassarlo perchè, alla fine, il capitale sociale di partenza fa vincere la partita. E questa inclusione alla fine esclude chi non ce l’ha.