Non mi piacciono i programmi di intrattenimento che vanno per la maggiore per cui che sia condotto da Insegno, da Gerry Scotti o Liorni poco importa. Sono quei grandi contenitori familiari che vanno in onda di solito alla sera prima di cena rattristando la scena familiare e lasciando poco spazio alla parola, che entrano in casa tua senza chiederti il permesso. Devo dire, però, che provo una antipatia pronunciata per Pino Insegno, non so bene il perché di questa antipatia, sarà forse per quel suo modo di fare sempre un po' fuori luogo, sempre un po' in ritardo che non sai se dica il vero oppure no, se ti prenda in giro o meno. Mi sembra che non sia mai realmente sulla scena, che non sappia mai perché stia lì, goffamente bloccato dentro un vestito tagliato male su di lui e che porta male. Non so le ragioni profonde di questa antipatia che avverto, ma qualcosa quando lo guardo mi stona drammaticamente. Pino ha avuto tutto dalla televisione, diciamolo. Spazio, microfoni, prime serate, doppiaggi d’autore, l’appoggio sistematico dei poteri televisivi. Eppure, a mia memoria, non ha mai prodotto nulla che sia rimasto nel tempo che la gente ricordi con una certa facilità tanto da identificarlo a prescindere. Come il famoso ‘allegria’ di Mike Bongiorno per esempio che ha segnato (inspiegabilmente) un'epoca della televisione. Ma tant'è. Invece Pino no. Nessuna invenzione, nessuna battuta passata alla storia per lui. È rimasto sospeso se possiamo dire in una zona grigia e anonima fatta di una presenza ingiustificata, di una falsa simpatia condita da illusioni di grandezza che nessuno ha mai davvero condiviso se non lui stesso. Ora i piani alti lo vogliono restituire al prime time come una sorta di risarcimento politico, e lo sconcerto aumenta perché possiamo elencare almeno dieci ragioni valide per cui Pino Insegno dovrebbe fare altro e non stare lì a rattristarci le serate. Vediamole.
Perché non ha mai fatto ridere nemmeno quando faceva parte della ‘Premiata Ditta’ che gli ha permesso di uscire allo scoperto verso il grande (si fa per dire) pubblico. La Premiata Ditta era già a suo tempo un format debolissimo fatto da sketch scoloriti, imitazioni approssimative, tempi comici da dormitorio pubblico e da balere di terza categoria. Eppure, anche dentro a quel minestrone mal riuscito, scondito e un po’ tirato per le orecchie, lui era sempre il meno divertente, il meno incisivo, quello che insomma era ‘di troppo’ rispetto al contesto. Faceva da spalla, ma senza alcun ritmo quindi era una spalla a metà possiamo dire. Era un protagonista ma senza quel carisma che buca il video tipico dei protagonisti. Era sempre in scena, certo, ma mai nel cuore della scena. Sempre un po’ fuori dal perimetro teatrale e dalla funzione che avrebbe dovuto mantenere. Oggi, incredibilmente, viene dipinto come se fosse stato una colonna della comicità italiana. Potenza della narrazione, ma la verità è che non faceva ridere allora, e non fa ridere oggi a maggior ragione.
Perché ogni programma da solista da lui condotto è un esempio palese del vuoto pneumatico televisivo. Ogni volta che gli è stata affidata una trasmissione da condurre, l’effetto che produce sul pubblico è stato sempre lo stesso: soporifero e stantio, attraversato da un disagio preoccupante per cui non sai se c’è o ci fa, un effetto di secondarietà e di déjà vu. Programmi nati morti, ahimè, e dimenticati nel giro di due palinsesti, con ascolti da daytime e l’entusiasmo di un funerale con quattro o cinque persone che accompagnano il morto. Una tristezza infinita. Non ha mai inventato un linguaggio, un ritmo, una cifra. Eppure nonostante tutte queste mancanze continua a ripresentarsi sullo schermo con l’aria di chi vuole riconoscenza.
Perché la sua faccia smentisce la sua voce. Eh sì, dobbiamo proprio dirlo, ha una grande voce, questo sì. Da doppiatore vero. Ma il cortocircuito che lo inceppa subito dopo scatta non appena lo si vede con quel suo volto sgommato con l'espressione da ‘non so che’, da ‘...ma che ci faccio qui’. Ha l’espressione tipica di chi non è mai del tutto a fuoco, la presenza scenica di un impiegato statale sul palco di un teatro mentre recita Beckett, l’energia e l’imbarazzo di un supplente che si è dimenticato gli appunti a casa e non sa come fare lezione. Ed è un vero dramma, perché tutta la potenza della sua voce svanisce appena lo si inquadra. Appena fatto, sparisce la magia.
Perché il suo umorismo è fermo a quando la gente diceva ancora "macchietta". Il repertorio da cui trae le sue idee è praticamente fossilizzato, proviene dal mesozoico: sono battute da sagra da paese alquanto mal riuscite e infarcite da doppi sensi sfiancati, tormentoni che non sono mai diventati dei veri tormentoni. Finge una freschezza che non ha, è perfettamente incartapecorito dentro il suo personaggio. Tenta il varietà, ma sembra uscito da una replica di un programma malriuscito di terz'ordine. Il suo è un umorismo decadente, privo di cattiveria, priva di energia. Eppure si comporta come se il pubblico non lo capisse. Ovviamente non è così perché lo capisce fin troppo bene.
Perché ha un ego smisurato di chi ha fatto la storia della televisione senza che la storia e la televisione se ne accorgessero. Parla da maestro navigato, si atteggia a caposcuola, si presenta come un veterano. Eppure nessuno lo ha mai studiato, nessuno lo cita, nessuno lo imita. Diciamo che è uno che ha attraversato la televisione italiana per decenni senza mai passare come un interprete. Appunto: un passante anonimo. Ma con la prosopopea di chi si atteggia a protagonista.
Perché continua a tornare solo grazie ai favori di qualcuno. Non è richiesto da nessuno, non è atteso da nessuno, non è virale. Eppure puntualmente torna sulla scena. Sempre, come i mostri. Perché evidentemente qualcuno lo vuole lì, nonostante tutto. Perché forse serve a qualcuno, non certamente al pubblico che lo subisce passivamente. Il suo ritorno è frutto di una telefonata che a noi costa cara.
Perché trasuda una forma di antipatia latente, malcelata, saccente. Non è un simpaticone, anzi il suo ghigno sprezzante lo rende antipatico; ma neppure il burbero che apprezzi. È quel tipo di presenza che mette a disagio chi lo guarda perché non sa spiegare il perché sia lì. Ironizza sempre un po’ fuori tempo, sembra avere un problema con chiunque abbia meno carriera o più talento.La sua ironia è nervosa tipica di uomo che non è diventato quello che sognava di essere. E il pubblico lo capisce benissimo.
Perché in ogni format sembra sempre l’intruso venuto lì per caso. Non importa il contesto in cui opera: game show, varietà, satira, quiz, cultura. Tutto è tarato sul piatto. In ogni struttura televisiva sembra un corpo estraneo da cui non si può trarre spunti. Non ha un’identità chiara, non produce una firma che lascia il segno, diciamo che si limita a galleggiare nella mediocrità, a fare il compitino sufficiente, a replicare meccanismi già visti da altri che hanno fatto meglio come i dati share dicono chiaramente.
Perché è l’icona della tv che non si rigenera mai, sempre uguale a se stessa ma che non evolve. È il volto stesso dell’autoreferenzialità che si alimenta della propria mediocrità: quella tv che si nutre di sé stessa, che si specchia nelle proprie nostalgie, che richiama sempre gli stessi nomi per paura di rischiare qualcosa di nuovo. E così mentre i giovani talenti restano ai margini, lui torna inesorabilmente a rattristare le nostre serate.
Perché rappresenta il trionfo del mediocre che si erge a necessario. Non è proprio un disastro. È molto peggio: è la normalità scambiata per competenza. La bruttezza spacciata per bellezza. La stupidità passata per saggezza. È il livello base di ogni palinsesto. Il grado zero della programmazione. Ma guai a farglielo notare perché lui si sente una leggenda della televisione. Il nostro Pino Insegno non è un problema, è un sintomo manifesto di una patologia tipica di questo paese. È il riflesso di un sistema familistico, amicale, da consorteria caciottara che premia la fedeltà più del merito, la continuità del vuoto pneumatico più che del coraggio, l’amicizia molto più del talento. Finché verrà proposto come un volto autorevole che non è e non ha, la televisione pubblica in piena caduta libera continuerà ad assomigliare a un tempo passato bloccato in un loop. Come facciamo a dirlo a Pino e ai tanti Pino che lo guardano?

