Guerra o genocidio? A Gaza non c’è una guerra ma è in atto con colpevole nostra adesione da quasi 2 anni lo sterminio di un popolo da parte dell’esercito più potente del pianeta per tecnologia e armamenti nonché per sostegno morale, politico grazie agli americani. Netanyahu aveva sempre lasciato intendere di voler chiudere il discorso con la questione palestinese. A conti fatti, la morte di questi civili che vediamo quotidianamente a Gaza non sono solo delle ‘vittime collaterali’ di un conflitto assurdo e più che sessantennale, sono l’obiettivo programmato e perseguito anche attraverso la pratica dell’affamamento. In un certo senso, inserire il genocidio compiuto da Israele in Palestina nel lungo elenco delle guerre “ordinarie” vuol dire in fondo normalizzare il male assoluto senza renderlo per quello che esso è: male radicale. Chi ha la responsabilità di educare e fare opinione dovrebbe riflettere con più attenzione su questa distinzione. Non è esagerato pensare probabilmente che oggi in Palestina si stia consumando sotto i nostri occhi il grande Olocausto del XXI secolo. E lo vediamo in televisione comodamente seduti sul divano. Per riprendere una metafora che sta prendendo sempre più piede in quedto periodo, non si presenta come una delle tante guerre combattute fin dai tempi di Caino e Abele perché, spiace dirlo, non è un duello come si osserva nell' Eliade omerica. È una contrapposizione identitaria. La totale inerzia dei governi europei è una semplice e colpevole complicità consapevole di questa contrapposizione. Massimo Cacciari ha scritto oggi su La Stampa: “Assistiamo impotenti alla più formidabile de-costruzione di ogni forma di Diritto che sia mai esplosa in epoche di grande crisi…Quei ‘diritti’ valgono soltanto quando si tratta di demonizzare il Nemico, per noi contano nulla. Tra questi ve n'era uno che sembrava ormai impossibile dimenticare - o almeno si aveva il pudore di mascherare il nostro farne strame: un esercito non poteva far guerra alla popolazione civile. Si distruggevano città, si bombardavano campagne e villaggi, ma pure vi erano guerre tra eserciti in corso, vi era un Paese nemico di cui si reclamava la resa incondizionata. Non si sganciava l' atomica su Hiroshima per buttare a mare i giapponesi. Una prepotenza di questa immane dimensione, che prosegue senza alcuna sanzione di alcun tipo che tenti almeno di frenarla, non può alla fine che volgersi contro gli interessi ultimi, strategici di chi la commette. È regolarità storica. Certo essa, combinandosi ad altre violazioni di ogni principio di diritto interna-zionale, può trascinarci tutti al disastro- anche in questo caso, insieme ai suoi complici, rumorosi e silenti, essa non resterebbe impunità". Inutile dire di meglio, anche perché non dobbiamo cadere nell'abbaglio morale della fin troppo citata kantiana “pace perpetua”, miraggio di cui neppure Kant è stato immune perché la sapeva impossibile visto “il legno storto” che la declarava. La guerra è sempre stata ahimè una grande purificazione, una rimessa in discussione di poteri e territori geopolitici, “madre di tutte le cose” come dice Eraclito a cui si demanda l'idea imberbe di ripulire il putridume che resiste sotto la terra immobile da secoli. La pace è un accordo tra contendenti che cercano un legame ma solo a posteriori. Ma se l'uomo, come qualcuno pensa, non è né un 'buon selvaggio' né un 'lupo per l'altro uomo' ma “un essere chiamato a scegliere di evolversi”, come avrebbe dovuto farlo Caino, scegliendo tra “la sua animalita’” o “la sua umanità”, dobbiamo allora porci alla fine di questo discorso se, come Caino, è stato realmente in grado di farlo oppure no. Perché noi neghiamo la vita del nostro simile anziché migliorare la nostra? perché preferiamo bestializzare l'umano che è in noi anziché addomesticare la bestia? Ecco, questa è la domanda che non avrà mai una risposta certa perché, in fondo, al ritirarsi di Dio dal mondo come pensava Jonas per il nostro bene non è seguita la capacità dell'uomo di rimanere innocente in questo ritirarsi. L'uomo non è stato capace di uscire da quel mostro che egli è e che la guerra fotografa ineluttabilmente fino in fondo. In un mondo senza Dio, nessun intervento divino sarà mai possibile come è stato possibile nel mondo greco che ha permesso un passaggio di livello attraverso il destino. Nel nostro mondo imperfetto questo ‘salto’ dovrebbe farlo il diritto perché alla fine di tutto, questa purificazione che chiamiamo guerra, serve all'umanità per cercare di dargli un senso, uno scopo, serve come collante al gruppo sociale per i più disparati motivi giustificando l'abominio senza intaccare il Caino che dorme dentro di noi. Semplicemente in questo scambio simbolico in cui la necessità della guerra si offre al mondo, noi dobbiamo ammettere tristemente che ciò che vediamo profilarsi all'orizzonte non ‘la guerra’ ma un'altra e più forte tendenza che nasconde l'umano dentro di sé: la sopraffazione del proprio simile fino all'annullamento fisico, culturale, morale di una parte di noi. Questo è il genocidio, la cui invenzione permette alla guerra di nutrirsi di vita perché nonostante tutto, a differenza della guerra, essa non toglie putridume ma lo genera. Paradossalmente, esiste dunque una distanza specifica e radicale tra la ‘guerra’ e il ‘genocidio’, in fondo molto lontani nonostante il loro comun denominatore di appartenenza al male. La guerra rigenera, da Eraclito a Hegel questa è la sua funzione storica, mentre il genocidio è totale sopraffazione e annullamento nell'uomo dell'umano. Mostrano entrambe il lato nascosto di quel legno storto e imperfetto che chiamiamo uomo incapace di prendere il posto di quel Dio che lui stesso ha ucciso prima che quest'ultimo si ritraesse dal mondo per lasciarci quello spazio di autonomia che agogniamo senza essere capaci di attuarla. Uno spazio incompiuto, come si vede, che noi non siamo in grado di colmare nonostante Dio o in assenza di Dio.

