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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

venerdì 21 novembre 2025

LA TRAPPOLA DELLA TECNICA: “ORMAI SOLO UN DIO CI PUO’ SALVARE”

La riflessione di Heidegger sulla Tecnica è nota: l’uomo è chiuso nella trappola della tecnica da cui non uscirà per colpe proprie. Questo è ormai pacifico. Da forma di dominio dell'uomo la tecnica è diventata dominio sull'uomo nell’età della sua riproducibilità. Già nel 1966 Martin Heidegger, in una lunga e densa intervista concessa al settimanale tedesco Der Spiegel  resa pubblica solo dopo la sua morte a dieci anni di distanza come lui pretese, egli pronunciò una delle frasi più enigmatiche e credo ambigue del panorama filosofico del Novecento: «Ormai solo un Dio ci può salvare». In quella semplice frase che non era affatto una dichiarazione teologica ma un giudizio severo sull’intera civiltà moderna e dunque nel suo declino, Heidegger condensava l’esito finale della sua intera ricerca iniziata quarant’anni prima con Essere e tempo (1927): la convinzione cioè che l’uomo, perdendo il senso dell’ essere, si fosse smarrito in un mondo costruito da sé stesso ma che ormai non sarebbe più riuscito a controllare. Questo senso di sottomissione rappresenta la trappola della tecnica. Egli dunque sosteneva che la Tecnica non è soltanto un insieme di strumenti al servizio dell’ uomo come ai più sembra, ma una vera forma di pensiero, un modo di guardare e organizzare il mondo che ha preso il sopravvento sull’individuo. In fondo rappresenta la mentalità dell’efficienza, del calcolo, del dominio che pretende di ridurre tutto, anche la vita e la stessa natura, a qualcosa di puramente manipolabile, controllabile e riproducibile: «la tecnica, nella sua essenza, è qualcosa che l’uomo di per sé non è in grado di dominare, ma da cui piuttosto è dominato. La tecnica strappa e sradica l’uomo sempre più dalla Terra […]. Tutto ciò che resta sono problemi di pura tecnica». In queste semplici parole quello che avrebbe dovuto renderci liberi ci ha resi dipendenti e schiavi. Per cui, l’uomo moderno che si è emancipato da Dio e dalla natura proprio per affermare la propria autonomia, si ritrova invece schiavo di un apparato tecnico che decide per lui ritmi, bisogni e perfino desideri. La libertà si è trasformata in automatismo, il libero arbitrio in un sogno preconfezionato. A proposito Heidegger aggiungeva una frase che oggi sembra quasi una profezia: «non è più la Terra quella su cui oggi l’uomo vive». L’uomo, sottolinea, non abita più il mondo ma una sua ‘proiezione artificiale’. Si è separato dal suolo, dal limite, e dunque dal reale. Certo che quelle parole, pronunciate nel 1966, oggi non rappresentano più un giudizio filosofico ma, come poi egli scrive nello stesso testo, «la lampante constatazione di un dato di fatto». Viviamo in un tempo (buio) in cui noi e le nostre menti sono intrappolate nella rete, in connessioni continue che sostituiscono la presenza e prosciugano il silenzio, dove non abbiamo più rapporti reali ma solo virtuali. La Terra stessa è devastata, antropizzata, ridotta a risorsa da sfruttare e resa oggetto del nostro delirio di sopraffazione. Abbiamo distrutto l' ecosistema e non sappiamo come ricomporlo. Heidegger, dunque, aveva previsto che l’ umanità, staccandosi dalla propria dimora naturale, avrebbe perso la capacità di “abitare poeticamente” il mondo. Invece di fiorire nel mistero, lo ha come dire colonizzato a suo uso e consumo. Invece di accogliere ha voluto possedere. Eppure in questa diagnosi severa che fa Heidegger c’è, forse, una speranza che non è una semplice nostalgia ma un invito per un rovesciamento spirituale. I giornalisti di Der Spiegel gli chiesero infatti: “Cosa può fare la filosofia di fronte a tutto questo? E cosa può fare il singolo individuo?”. Heidegger, dopo una lunga pausa, rispose con una calma che aveva il peso dell’evidenza dei fatti: «Se posso rispondere brevemente e forse un po’ grossolanamente, ma comunque in base a una lunga meditazione del problema: la filosofia non potrà produrre nessuna immediata modificazione dello stato attuale del mondo. E questo non vale soltanto per la filosofia, ma anche per tutto ciò che è mera intrapresa umana. Ormai solo un Dio ci può salvare». Non era un gesto di resa, ma una constatazione, una semplice presa di coscienza delle cose: la ragione da sola non basta più a salvare l'uomo. La tecnica è diventata una potenza impersonale e autonoma e l’uomo non può dominarla con gli stessi strumenti che l’hanno creata. Alla domanda su quale fosse, allora, la via possibile da seguire Heidegger rispose con una delle pagine forse più poetiche del suo pensiero: «Ci resta, come unica possibilità, quella di preparare nel pensare e nel poetare una disponibilità all’apparizione del Dio o all’assenza del Dio nel tramonto». Non si tratta, questo mi sembra il senso, di attendere dei miracoli. L’apparizione di Dio può anche non avvenire, forse non avverrà mai, ma l’attesa stessa diventa salvifica. Rendere la mente disponibile a questa attesa significa liberarla dall’onnipotenza, dal bisogno di spiegare, calcolare, controllare, affrancarsi dal dominio sulla natura. Significa accettare che ci sono dimensioni dell’essere che non possono essere manipolate da nessuno e da nulla. Heidegger lo chiama “das andere Denken” che significa "pensare ad altri", "pensare agli altri" o "considerare il pensiero altrui", cioè l’altro pensiero: un pensare che non pretende di dominare, ma appunto di ascoltare; che non costruisce, ma accoglie. È un pensiero poetico, capace di stupore, di silenzio e forse anche di gratitudine. «Tale apparizione può anche non avvenire, ma non è decisiva: se attesa, libera l’Io dal suo delirio di onnipotenza e ne dilata e ne ripulisce lo sguardo» In questa frase penso si racchiuda il cuore della sua ultima filosofia: l’attesa come atto di purificazione. La modernità ha dovuto insomma “superare Dio per affermare l’Io”. Oggi il nostro compito è esattamente l’opposto: superare l’ Io per ritrovare Dio. Non un Dio dogmatico o tappabuchi per quanti sono spaventati dal futuro, ma quello che Heidegger chiama il Divino: l’Indisponibile, l’Inconoscibile, l’Assoluto, il Mistero, il Silenzio. In un’epoca in cui tutto è misurato e consumato, tutto è manifesto, il Mistero è l’unico spazio di libertà che resta. Superare questo ’Io’ pesante e ingombrante significa abbandonare l’illusione di essere il centro del mondo, accettare di non poter dire tutto, né possedere tutto. È un atto di umiltà, dunque, che non nega la ragione ma la purifica dal suo delirio di onnipotenza. Solo così si potrà uscire almeno con la mente e con il cuore dalla trappola. Ecco allora che lo scopo è proprio quello di capire cosa significa e come fare. Il primo passo consiste nel comprendere le reali dimensioni di queste nostre trappole, sia di natura sociale sia individuali. Le nostre trappole non sono più catene visibili ma meccanismi invisibili di connessione, produzione, ego e velocità. Comprenderle non è un atto intellettuale, ma una forma di consapevolezza che riconduce l’uomo alla sua origine. In questo senso Heidegger non ci propone una fuga dal mondo, ma un ritorno alla terra dell’ essere, quella che la tecnica ha sepolto sotto i circuiti e gli schermi standardizzati. Solo chi sa sostare nel silenzio può di nuovo “abitare poeticamente la Terra”. E forse proprio in quel silenzio potrà ancora accadere quello che Heidegger chiama “l’apparizione del Dio nel tramonto”: non la rivelazione di un’entità metafisica, ma la riscoperta di una presenza che da sempre ci sfiora e che l’uomo, finalmente, può tornare a riconoscere come a qualcosa che gli serve.