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Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
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"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

sabato 22 novembre 2025

PERCHÉ SIAMO COSÌ CONTRARI AL RITORNO DEL MITO DEL 'BUON SELVAGGIO'

Il Tribunale dei Minori dell’Aquila ha deciso, una volta scoperto il caso, di allontanare i bambini dai genitori per affidarli ad una struttura protetta. Da qui le critiche molte anche a ragione. Nel frattempo, come ha riportato Open, l’avvocato della famiglia ha annunciato che farà ricorso contro la decisione del tribunale dei minori dell’ Aquila per questa motivazione: “Nell’ ordinanza si insiste ancora sull’ istruzione dei minori che, secondo i giudici, non avrebbero l’autorizzazione all’home schooling. Alla più grande viene anche contestato l’attestato di idoneità per il passaggio alla classe terza perché non ratificato dal ministero. Attestato che, invece, c’è ed è anche protocollato”, spiega il legale. Quale è il punto dolente della questione per quello che ci interessa? È chiaro mi sembra: è quello dell’istruzione dei bambini. Il punto che crea dibattito è appunto quello sulla scuola. E qui dovremmo forse chiederci se è normale che uno Stato entri a gamba tesa sulle sorti e l'autodeterminazione di una famiglia le cui scelte non ci piacciono quando, per molti casi analoghi, rimane completamente indifferente. La madre è australiana, una ex istruttrice di equitazione, lui il padre è inglese, un ex chef, entrambi hanno scelto per i loro tre figli l’unschooling. Dunque, cosa significa unschooling? Che i loro bambini non frequentano una scuola come tutti gli altri, ma l’istruzione viene impartita loro direttamente dai genitori seguendo un percorso autoguidato e “spontaneo”. I genitori dicono: “Non vogliamo portarli a scuola. Vogliamo che crescano qui nella natura. Imparano dai libri che abbiamo in casa (inglese, italiano e matematica) ma soprattutto guardando noi lavorare nell’orto, fare il pane, cucinare, usare la motosega. È un modo diverso di acquisire nozioni. Non solo studiando su un libro”. Possiamo chiamarla istruzione? Ha il senso di una formazione a tutto tondo? Questo sistema educativo mette in crisi l'istruzione statale e come un qualsiasi Stato la pensa? Questo mi sembra il vulnus dell'intera questione: uno Stato ha il diritto e il dovere di intervenire al riguardo? Formalmente forse si. Se l'educazione primaria non viene garantita verrebbe meno uno dei suoi compiti. Ma allora perché non interviene tutte le volte quando questo accade? Perché ha permesso allora l'unschooling come sottolinea il legale della famiglia? Oppure siamo di fronte a carenze materiali che qui vengono poste in discussione? Infatti, la famiglia vive nel casolare in pietra senza acqua corrente, senza gas, senza un bagno all’interno delle quattro mura domestiche, senza l’allaccio per la corrente elettrica. Un pannello fotovoltaico garantisce loro quel poco di luce che serve in casa per ricaricare il cellulare utilizzato per le emergenze. Mangiano quasi esclusivamente ciò che regala la terra. Eppure sembrano felici. Chiunque li abbia incontrati ha raccontato di una famiglia unita e serena. Il budget mensile  per la spesa e la benzina non supera i 300 euro. Come fanno a procurarseli ci si domanda? Sappiamo che non hanno alcun sussidio dal Comune. La madre dichiara di ricavare qualche denaro dalla sua attività di consulente  sui temi del benessere psicofisico e dalla rendita di beni familiari che la donna ha ancora in Australia. Il marito si occupa invece dell’orto e provvede a procurare cibo alla sua famiglia oltre che fare piccoli lavori. Dunque, una vita agreste all'insegna del mito del 'buon selvaggio’ che ama la vita bucolica in contesti pre-politici. Questo mi sembra uno dei motivi di questa paura generale: come è possibile che qualcuno accetti di vivere senza comodità, seguendo vite che oggi nessuno immaginerebbe? In fondo bisogna essere 'green' ed ecologisti solo quel tanto che basta al sistema, poi è necessario titornare nei ranghi del capitalismo consumistico a cuj siamo affiliati. Guardate che questa domanda alberga nel cuore di ognuno di noi visto che non siamo disposti a rinunciare a nessuna delle nostre comodità. Siamo ipocriti a tal punto da seguire e obbligare a far seguire figli e studenti l'Agenda 2030 come un mantra indiscutibile, ma ci scandalizziamo poi di fronte a vere e proprie scelte green ed ecologiste compiute da una famiglia che vuole vivere secondo quelle modalità 'green'. In fondo questa scelta è contro questa civiltà egoica del benessere, dell'omologazione culturale del consumo che nessuno degli 'integrati' accetterebbe mai. Piaccia o meno è una scelta anticonvenzionale fino al paradosso, politicamente poco politically correct. Dice no a questa società ma non al senso di comunità. Faremmo tutto questo a un componente della comunità Amish? A un Sinti? A un Rom? No perché sappiamo che queste sono culture protette. Per cui quello che esce da tutta questa (brutta) storia è la paura che persone della nostra società pensino di vivere in modo diverso da noi. Quello che ogni società non ama è infatti la diversità, l'incapacità all'adattamento culturale come, in fondo, sembra che questa famiglia faccia vedere a tutti noi e che rivendichi, rinfacciandoci che loro vivano felici rispetto a noi che lo sembriamo apparentemente. Forse è anche questa loro felicità che ci dà fastidio a fronte della nostra inquietudine. Pensiamoci un attimo e chiediamocelo in cuor nostro senza timore. Io forse non lo farei e neppure avrei questo coraggio di rinunciare a tutte le comodità che questa società mi offre, ma questo basta per impedire ad altri di pensare e vivere diversamente secondo i loro principi che non ledono la comune convivenza? Basta tutto ciò per togliere loro i figli come se fossero pessimi genitori o, peggio, genitori che procurano violenze ai loro figli? Cari concittadini domandatevelo in cuor vostro e chiedetevi cosa in tutta questa faccenda vi ha dato quel fastidio insopportabile. Al fondo di tutto ciò quello che uscirà è quella nostra antica paura nei confronti del diverso, della diversità sia che questa abbia le sembianze della follia oppure del ritorno al mito del buon selvaggio che rompe le regole della nostra società...