Nel mezzo dei tanti cambiamenti che l’istruzione ha avuto e continua ad avere in questi anni, dovremmo chiederci come operatori del settore se le riforme scolastiche che incidono o che incideranno sulla nostra economia e sul nostro welfare come quella del ‘4+2’ (la possibilità di diplomarsi in quattro anni) e dell’istruzione terziaria degli Istituti tecnologici superiori (ITS), siano le scelte più efficaci per frenare il grave disallineamento tra il bisogno di cultura industriale necessaria ad affrontare la competitività in un contesto di employability (occupabilità) e l'offerta dei ‘saperi’ delle istituzioni scolastiche. Da più di un trentennio si fanno riforme senza preoccuparsi degli effetti di contesto che queste producono, mostrando un’acclarata miopia progettuale. Se gli enti istituzionali coinvolti, compresi molti media che ne caldeggiano la venuta e non si capisce a che titolo, nelle loro dichiarazioni esprimono un giudizio sostanzialmente positivo, forse più condizionati dalla speranza che dal realismo, non mancano le profonde perplessità provenienti dal mondo della scuola che andrebbero ascoltate per un dibattito pubblico che finora è sempre mancato. Quando si parla di istruzione cala il sipario sul dibattito pubblico, dando per necessaria l’applicazione di ogni riforma perché tutti i bisogni della società vengono rigettati nell’ambito scolastico con intenti salvifici pensando la ‘scuola’ come un grande bidone aspiratutto. In tempi non lontani si paventava l’idea che sarebbe giunta una riforma calata dall’alto tipo “4+2” destinata a comprimere il quinquennio in quattro anni e proiettare i ragazzi negli ITS Academy sulla falsariga dei percorsi di istruzione e formazione professionale (IeFP) che rilasciano un diploma di Istruzione e formazione professionale (EQF4) spendibile a livello regionale ed europeo di più di un decennio fa. Allora si guardava chi prospettava questa possibilità come a un visionario apocalittico. Oggi, che la riforma è nelle carte e nelle parole del Ministro, dobbiamo dire: adesso colleghi cosa ne pensate di questa riforma che verrà?
Iniziamo dunque dalla nuova filiera dell’istruzione tecnico-professionale denominata ‘4+2’, presentata come il punto di forza di tutte le riforme. Essa trae origine dalla preoccupante mancanza nel mercato del lavoro di competenze e di professioni tecniche, probabilmente più a quelle riconducibili all’addestramento professionale. Questo è un fatto accertato. Ma mentre la soluzione viene pubblicizzata dal MIM come miracolistica, i fatti al contrario meriterebbero approfondimenti meno di parte. Probabilmente creerà più problemi di quelli che risolverà abbassando ancora di più l'asticella dell'alfabetizzazione.
La filiera formativa tecnologico professionale introdotta dalla Legge 8 agosto 2024 n. 121, istituisce un percorso di quattro anni di scuola tecnica o professionale seguiti da due anni negli ITS Academy (denominati Istituti tecnologici superiori dalla legge 99 del 15/7/2022). Il D.M. 256 del 16 dicembre 2024 ne disciplina la sperimentazione dal 2025/2026, prevedendo la collaborazione tra scuole, ITS, Regioni e imprese. L’obiettivo dichiarato è rafforzare l’occupabilità dei diplomati e collegare l’istruzione con il tessuto produttivo locale, vecchia idea pedagogica di Carlo Cattaneo per la creazione di una scuola professionale sul territorio. In termini pratici, dunque, si tratta di un riassetto radicale dei professionali: il quinto anno, tradizionale momento di maturazione e consolidamento professionale, verrebbe eliminato, mentre la formazione post diploma verrebbe assorbita dal biennio degli IST. Sul piano normativo, la riforma non è ancora obbligatoria. La Legge 121/2024 e il D.M. 256/2024 parlano esplicitamente di ‘sperimentazione’ e di ‘adesione volontaria, previa delibera del Collegio dei docenti e del Consiglio d’Istituto’. Le scuole possono candidarsi su base progettuale con un piano formativo condiviso con gli ITS e le imprese. In un’intervista a OrizzonteScuola il Ministro ha dichiarato che “sarà obbligatoria, e ogni scuola dovrà proporre almeno un corso organizzato in collaborazione con ITS e imprese”. In un’altra occasione, sempre riportata da OrizzonteScuola, ha affermato che “la filiera 4+2 è stata resa obbligatoria due settimane fa con decreto-legge”. Ora, quando si riforma qualcosa andrebbe considerato l’intervento come un progetto di cambiamento che modifica un prima rispetto a un dopo. La costruzione di un progetto di cambiamento deve sempre essere accompagnata dall’uso degli strumenti delle pianificazioni strategiche. E per farlo si parte da una semplice analisi dei punti di forza e di debolezza della pianificazione (si chiama analisi Swot), analisi che osserva i punti di forza (Strengths) e le debolezze (Weaknesses) poi le opportunità (Opportunities) e le minacce (Threats). L’analisi Swot, costruita raccogliendo i pareri più autorevoli e argomentati degli esperti anche diversi tra loro, e ascoltando soprattutto gli operatori scolastici, consentirebbe di limitare le valutazioni soggettive che inquinano giudizi e conclusioni. Secondo alcune fonti ministeriali e articoli di Tecnica della Scuola, Studenti.it e OrizzonteScuola, dal 2026/27 la filiera dovrebbe diventare ordinamentale, cioè parte stabile dell’offerta formativa nazionale. Ma anche in questo caso, “ordinamentale” non significa “obbligatoria per tutti”: significherà che tutte le scuole potranno attivarla, non che tutte saranno tenute a farlo. Almeno per ora. Un percorso quinquennale tecnico o professionale prevede oggi circa 1056 ore annue (32 ore settimanali per 33 settimane), per un totale di 5280 ore. Con la riduzione a quattro anni, si perdono 1056 ore complessive, equivalenti all’intero anno scolastico. Il Ministero parla di “invarianza di organico” e di recupero attraverso didattica laboratoriale, PCTO potenziati e moduli interdisciplinari, ma l’aritmetica resta: un anno in meno implica meno ore di insegnamento. La vera compensazione sarà possibile solo con una rimodulazione profonda dei curricoli e con un serio investimento nei laboratori. Se la sperimentazione resta circoscritta, l’impatto sugli organici sarà neutro. Ma se la riforma diventasse ordinaria come sembra senza aumentare le ore annue o le sezioni, il rischio di riduzione dei posti diventerà inevitabile. Il Ministero garantisce che nella fase sperimentale non si perderanno posti, ma a regime, con un ciclo scolastico più corto e un minor numero di sezioni, gli ITP rischiano di diventare “perdenti posto”, soprattutto negli indirizzi a bassa iscrizione. Il pericolo è che la filiera 4+2 riduca la presenza della scuola nei territori, sostituendola con corsi terziari regionali o fondazioni ITS. Formalmente, l’adesione al 4+2 richiede la delibera del Collegio dei Docenti e del Consiglio d’Istituto, ma la rapidità dei tempi e la pressione ministeriale rischiano di ridurre questi passaggi a una mera formalità. Il Collegio resta, però, l’unico spazio di democrazia interna dove si possono discutere gli impatti didattici, le rimodulazioni orarie, la tutela dei laboratori e delle compresenze come da Testo Unico. Ignorare questo ruolo significherebbe svuotare il senso della collegialità e trasformare le scuole in esecutrici di decisioni prese altrove. La riforma 4+2 è dunque una partita aperta collegi permettendo. Può rappresentare una svolta positiva per il legame tra istruzione e impresa anche se non è detto, ma anche un ridimensionamento dell’identità dei percorsi professionali con una riduzione dei posti di lavoro per i docenti tecnico-pratici. Questa è una fotografia realistica.
Una rappresentazione ordinata e approfondita di un progetto di cambiamento, nel caso in questione della riforma scolastica dell’istruzione tecnica e professionale, metterebbe in luce quelle valutazioni di positività e criticità che dovrebbero essere analizzate, conferendo loro una legittimazione di maggior oggettività per poi costruire i necessari meccanismi di comunicazione, di attuazione, di monitoraggio e di misure correttive della riforma. Questo non è successo: è mancato un dibattito qualificato e come dicevo ‘pubblico’. Molti hanno osservato, giustamente, che saremmo in presenza di una riforma senza ancora i contenuti e quindi vuota. Ne ha scritto recentemente anche il Cnel nel suo primo rapporto sulla produttività 2025 evidenziando un ritardo strutturale dell'Italia con una crescita media dello 0,2% dal 1995, nonostante l'occupazione sia cresciuta. Le cause sono la scarsità di investimenti in innovazione (digitalizzazione, R&S), la frammentazione delle imprese (PMI piccole) e i bassi salari, che creano un circolo vizioso. Il Rapporto propone riforme in formazione, fisco e semplificazione per invertire la tendenza. Si sottolinea inoltre come non sia entrata in funzione nemmeno la struttura tecnica prevista dalla stessa Legge 121/2024, individuata come strumento necessario per dare corpo e sostanza alla riforma. Nel frattempo dovremmo guardare i numeri, intendendo questi ultimi come il target degli aderenti attratti dalla riforma che rappresentano un segnale per interpretare la percezione degli attori o dei fruitori di queste novità; e dovremmo, a maggior ragione, guardare anche come si sono modificati gli scenari che avevano dato origine a questa riforma.
Non dimentichiamo che l’obiettivo principale dell’istruzione tecnica e professionale è il sostegno della nostra economia industriale e il mantenimento dei suoi fattori competitivi in uno scenario completamente nuovo ad alta variabilità e imprevedibilità e, conseguentemente, il mantenimento del nostro welfare anche attraverso una buona employability. Tutto ciò richiede la creazione di nuovi saperi e nuove competenze con una visione proattiva (pianificazione) e anticipatrice che necessita non un potenziamento ma una rivoluzione copernicana dell’istruzione tecnica che deve, però, essere attrattiva per gli studenti generando maggiore interesse per le scuole tecniche (questo è il vero problema più difficile da affrontare anche per le gravi inadeguatezze nelle attività di orientamento).
Da un'analisi numerica emerge che gli iscritti all’istruzione secondaria superiore sono annualmente poco più di 500mila, di cui poco meno della metà confluiscono nei due percorsi quinquennali dell’istruzione tecnica e dell’istruzione professionale. Gli iscritti del 2025 alla nuova sperimentazione 4+2 dovrebbero essere qualche migliaio, quindi circa il 2-3% del totale degli iscritti agli istituti tecnici e professionali (con prevalenza nel Mezzogiorno), di cui meno del 50% negli indirizzi strettamente industriali, ovvero quelli che interessano maggiormente la nostra economia. Poi ci sarebbe il rimanente 97% che riguarda gli iscritti ai percorsi quinquennali tradizionali che abbisognano, più di tutti, di una vera urgente riforma ancora al di là da venire a cui nessuno pensa. C’è da chiedersi allora: se non ci fosse stata la sperimentazione 4+2 queste poche migliaia di nuovi studenti dove sarebbero confluiti? Un'opinione condivisa sostiene che si sarebbero iscritti prevalentemente all’istruzione professionale quinquennale. E allora, domandiamoci, per quale ragione si sono invece iscritti alla 4+2? Sembra che ci sia una eterogeneità nelle risposte e nelle stesse motivazioni. Ma la ragione principale che si può percepire, per ora, è la scelta di un percorso di studi per il conseguimento del diploma più breve; quindi l’attrazione per il quadriennio contrapposto al quinquennio. Dunque, meno tempo-scuola. D’altra parte, non essendoci nemmeno i nuovi programmi e i contenuti da mostrare, anche gli orientatori della scuola media non avevano alcun elemento oggettivo per un argomentato indirizzo di scelta.In questa situazione di valutazione un po’ superficiale c’è un rischio importante che non dobbiamo sottovalutare. La parte più preponderante dei potenziali frequentanti la 4+2 sembrano appartenere alla categoria di coloro che si indirizzano preferibilmente all’ istruzione professionale. Sappiamo anche che l’istruzione professionale odierna è quel pezzo di offerta scolastica che nell’immaginario collettivo, ma anche negli indirizzi dati dagli stessi orientatori, è considerata un percorso scolastico di Serie C. Per cui se la riduciamo ancora di più verso il basso solo con una diminutio quadriennale e senza nessuna contropartita, c’è il rischio reale di generare anche un percorso di Serie D. Infatti, il rapporto 2024 del Censis rivela che l’80% dei diplomati quinquennali dell’ istruzione professionale non raggiunge gli obiettivi minimi di apprendimento (una “fabbrica di ignoranti” soprattutto quella professionale che non ha competenze di base, riferisce il Rapporto). Non c’è da sperare che ciò avvenga invece nelle materie professionali. Sappiamo anche che circa il 40% dei diplomati di scuola media non raggiunge anch’esso gli obiettivi minimi di apprendimento. Conseguentemente, a questi dati sarebbe ragionevole pensare e preoccuparsi, a maggior ragione, che una buona percentuale di questi ragazzi non performanti in uscita dalla terza media vada a finire all’istruzione professionale e quelli invece un po’ meno non performanti all’istruzione tecnica (anche quest’ultima è considerata un percorso di Serie B rispetto a quello dei licei di Serie A). Ma questo è l’esito dell’orientamento scolastico attuale. Tutto questo per dire che in uno scenario futuro verosimile, gli iscritti alla 4+2 potrebbero, in una percentuale importante, non raggiungere gli obiettivi minimi di apprendimento. In una recente intervista apparsa su ‘Tecnica della scuola’ lo stesso direttore di Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, commentando i dati di Eduscopio ha sottolineato gli stessi problemi lamentando l'identico rischio che è quello di mantenere e/o di peggiorare questo scostamento non performante fino al diploma nel lungo periodo. Ma è anche ragionevole supporre che in una situazione del genere, il successivo biennio +2 riguardante un percorso ITS adattato anch’esso al ribasso per i diplomati quadriennali abbia poche speranze di essere frequentato. Una buona analisi Swot fatta seriamente potrebbe identificare subito questa situazione come uno dei maggiori rischi della riforma e aiutare a individuare le misure correttive possibili.
Le condizioni del mismatch (condizione di disequilibrio tra domanda e offerta nel mercato del lavoro) che hanno dato origine alla riforma 4+2, a seguito dei mutati scenari, sono in continuo cambiamento ben oltre le fisiologiche variazioni per cui andrebbe fatta una nuova attualizzazione dei disallineamenti in atto. In Italia, ad esempio, il divario riguarda a oggi il 38,2% della popolazione (circa 10 milioni di lavoratori), arriva al 43% per le professioni intellettuali, scientifiche e ad alta specializzazione e il numero di candidati inadeguati (a livello di skills) per ricoprire i ruoli ricercati dalle aziende è in costante crescita.
La riforma che introduce la nuova filiera formativa tecnologico professionale ha trovato la sua genesi nell’importante mancanza di tecnici, stimata inizialmente in circa 100mila unità all’anno, proiettata per tutto il quinquennio successivo. Questa cifra oggi andrebbe calcolata con criteri un po’ più sistemici indirizzati soprattutto ai grandi cambiamenti in corso con le incertezze generate dal contesto anziché fidarsi dalla sommatoria espressa dei soli bisogni. Gli attuali andamenti occupazionali, corretti dalle crisi congiunturali e soprattutto strutturali del settore manifatturiero e dei servizi avanzati, calcolati per settori economici e per fasce contrattuali (a partire per esempio dai pensionamenti annuali e dai settori che richiedono i maggiori investimenti), ci offrono un quadro più completo di informazioni. Anche quei settori economici che non sono in crisi ma che sono condizionati dalle grandi incertezze stanno reagendo al mutamento degli scenari con il blocco o il calo delle assunzioni che, solitamente, erano previste per far fronte a una programmazione di ricambio del personale a medio e lungo termine. Per queste ragioni allora la percentuale della domanda di personale si sta spostando sempre più sulla dimensione reattiva (rispondere a posteriori a eventi già accaduti) anziché su quella proattiva (pianificando a priori): questo comporta per i nostri giovani due scenari diversi di employability che andrebbero approfonditi. Molti mestieri tecnici ancora incardinati nei loro collocamenti organizzativi tradizionali sono sempre più sottoposti a processi di esternalizzazione in contesti organizzativi completamente differenti e sempre più mutabili. Si pensi, per esempio, alle attività progettuali che sono sempre appartenute al processo di innovazione e sviluppo di nuovi prodotti e saldamente incardinate nella struttura organizzativa dell’azienda. Ora, anche per queste attività è in atto una progressiva esternalizzazione verso società di consulenza di servizi dove cambiano però le condizioni di employability.
Se da un lato, per queste professioni, non cambiano i saperi e le competenze di cui devono disporre – se non nel loro naturale aggiornamento contenutistico – cambia al contrario completamente il contesto dove devono generare le loro prestazioni. Questo incide in modo significativo sulle condizioni dell’impiegabilità dei mestieri: questioni contrattuali, salariali, di crescita professionale e di garanzia del posto di lavoro etc incidono sull' occupabilità. E sono proprio queste condizioni che definiscono non solo l’ attrattività e la sicurezza di una professione e del posto di lavoro ma cambiano anche la struttura del profilo di ruolo dello stesso mestiere.
Questa è la ragione per cui continuo a sostenere che al tavolo delle riforme non è sufficiente che ci siano solo le aziende che evidenziano i saperi e le competenze di cui hanno bisogno – spesso nella modalità on demand (su richiesta) – ma occorre che ci siano anche i soggetti che si occupano dei contesti organizzativi, delle politiche occupazionali e chi è in grado di offrire alla scuola una visione anticipatrice più proattiva andando oltre il semplice approccio reattivo. Quest’ultimo, infatti, è più coerente per soddisfare le esigenze più immediate dell’addestramento professionale che però attiene solo a una parte dei mestieri tecnici. È compito dello Stato, quindi anche della scuola, creare per i nostri giovani le condizioni dell’employability. Senza questa dimensione sarà molto difficile, se non impossibile, attuare qualsiasi riforma e quindi attrarre i giovani verso le professioni tecniche e fornire validi elementi agli orientatori per superare una visione ristretta e ormai consolidata in grado di rovesciare i vecchi paradigmi.

