Nell'età dei social cosa è la morte? Abbiamo ancora tempo per includerla nel nostro vertiginoso vissuto quotidiano o forse tendiamo a eliminarla come un fastidioso fraintendimento tra noi e il nostro vissuto? Forse dovremmo concentrare il nostro ragionamento su come e quanto è cambiato il concetto stesso di obsolescenza, di questa usura che il tempo provoca nel nostro corpo. I morti in questa nuova realtà non ‘muoiono’ mai, ma non per questo smettono di essere morti. E’ un tema che seguo da tempo per le sue implicazioni antropologiche. Ultimamente ho preso in manoVivere per sempre, nuovo saggio di Davide Sisto, che parla proprio di questo difficile rapporto antropologico dopo aver scritto La morte si fa social dieci anni fa. Esperto di tanatologia e autore di volumi che trattano di come gli sviluppi tecnologici impattano sul nostro modo di pensare, di pensarci e di pensare il mondo, con particolare riferimento al rapporto che intratteniamo proprio con la morte, in questo lavoro si esplora un contesto radicalmente mutato dall’irruzione dell’intelligenza artificiale generativa: non più soltanto profili Facebook che diventano memoriali di noi stessi, ma app e sistemi che promettono di «parlare con i morti» o mantenerne la presenza attraverso avatar e voci sintetiche. Non a caso tra i primi temi che Sisto affronta c’è quello del foreverismo, che “non va confuso con la conservazione museale o l’archivio. Si spinge ben oltre, poiché pretende – rimosse la nostalgia e il lutto – che le cose registrate continuino ad animarsi, ad aggiornarsi, a crescere come se fossero sempre vive e disponibili. Esse devono ‘persemprificarsi’. Solo così si eliminano la nostalgia e la miseria, dunque l’assenza e l’irreversibile”. E’ “la fine della nostalgia” come dice Jankélévitch, della nostalgia come miseria dell’irreversibile. Se togliamo infatti l’irreversibile facciamo in modo che le cose durino per sempre e viene meno la miseria che è, in fondo, il senso di assenza e nostalgia, “più c’è la possibilità di reiterare all’infinito, meno c’è la nostalgia della fine”. Questa ’persemprificazione’ è il punto antropologicamente più importante del nostro discorso perché sta modificando la nostra memoria collettiva e come la usiamo. “Facebook è diventato un luogo in cui la presenza della morte è stata accettata. È un megafono in cui le persone ricordano le persone. Per i meno giovani è anche un luogo che permette di informare a proposito della morte, quindi serve a creare una specie di posto in cui comunicare che il proprio caro è morto. Rispetto ad altri social c’è un’attenzione maggiore nei confronti del morto, perché è considerato centrale. TikTok è invece un modo per parlare della persona che soffre. Diventa interessante perché è in prima persona: parlo di me per mostrare come sto soffrendo, come sto affrontando ed elaborando il lutto, e così fa anche YouTube. Instagram sta nel mezzo, è il social più utilizzato da influencer e digital creator, quindi un luogo in cui si cerca di parlare di morte e togliere il tabù, diffondendo contenuti sulla morte in senso lato” (Sisto). Si tratta di un effetto indotto del processo di documentazione che accompagna ogni aspetto dell’esistenza di tutti noi. Che tutti i nostri atti (anche quelli mancati) producano dati intercettati dai dispositivi con cui interagiamo abitualmente (di tipo wearable come smartphone e smartwatch, ma anche PC, televisori, carte di credito, carte fedeltà, videocamere di sorveglianza, rilevatori di accesso vari…) è un concetto ben noto, come l’utilizzo di questi dati per l’ottimizzare (nell’atemporalità dell’era digitale, altrimenti detta “eternidì”) i nostri profili. Ma in questo caso l'autore introduce un'intuizione fondamentale che cambia il discorso: nella misura in cui vengono memorizzati, archiviati, insomma resi documenti, i dati in qualche misura ci trascendono, esistono ed esisteranno a prescindere dal fatto che noi esistiamo ancora. Essi stanno lì. In altre parole, alimentare la nostra dimensione digitale online significa conferirle sempre più autonomia rispetto alla nostra esistenza concreta e oflline (che poi sarebbe meglio definire onlife, secondo la definizione di Luciano Floridi). Proprio su questo punto ci imbattiamo in uno dei passaggi più decisivi: “Da un lato la morte è l’evento che rompe l’ibridazione tra online e offline per antonomasia: sottraendo la presenza fisica del singolo individuo al mondo offline ne riduce al tempo stesso la presenza digitale nel mondo online. Non c’è più il soggetto che anima e guida, attraverso la sua estensione tramite gli schermi, i molteplici prolungamenti digitali della sua identità, coinvolti nell’eternidì. Viene meno il tronco da cui si diramano i tanti rami digitali. Dall’altro però la morte non può far niente contro l’enorme macchina fotocopiatrice. Anzi, il suo drammatico palesarsi conferma implicitamente l’ubiquità e la disponibilità che ogni singola persona ha acquisito nel corso della vita frequentando l’eternidì. Il Tristo Mietitore non può nulla, in altre parole, contro la presenza intangibile acquisita dai nostri io digitali: la registrazione dei dati che di fatto li compongono li rende ignari del destino mortale dell’identità biologica” (Sisto). In questo scenario dunque cambia il senso stesso della morte che diventa, rispetto all’identità cui si riferisce, sempre più un attributo. In altre parole, la morte fisica dell’individuo non determina necessariamente la cessazione dell’identità. Passando in rassegna le tecnologie e le relative posture sociali e culturali che testimoniano il progressivo cambiamento del rapporto tra defunto e “dolente” (colui che piange un familiare, un parente o un amico venuto a mancare) vediamo questa trasformazione. Prima che venissero messe a punto applicazioni specifiche, con sempre più ampio ricorso alle IA, i social e le app di messaggistica venivano già utilizzate come una sorta di campionario di reperti multimediali (testi, immagini, video, vocali…) del deceduto con cui interagire simulando una conversazione certamente immaginaria, ma non priva di un portato emotivo a suo modo genuino sicuramente consolatorio. Si potrà forse obiettare che in fondo non c’è molto di nuovo in tutto ciò, che il parlare alla lapide del defunto come se potesse ancora ascoltarci si è sempre fatto, e che tutto sommato non è molto diverso dall’inviargli un vocale via whatsapp o un post sul suo profilo Facebook. Certamente. Tuttavia, dialogare con un bot che riproduce fedelmente il timbro e l’intercalare del caro estinto, formulando idee in linea con quelle che esprimeva in vita, basandosi su ricordi e legami affettivi reali, significa qualcosa di diverso a un livello emotivamente profondo. Significa cambiare segno al nostro rapporto con il dopo-vita, intendendo con ciò sia il nostro che quello altrui:“Presenza e memoria sono, ai tempi delle tecnologie digitali, le due facce della stessa medaglia.” Quanto le cose stiano effettivamente così possiamo sperimentarlo quotidianamente. Ad esempio quando andiamo al ristorante e immortaliamo un piatto per certificare nella condivisione la realtà dell’evento. Il cuore dell’ esperienza sembra battere in differita. Siamo presenti insomma anche come memoria del nostro hic et nunc e ne siamo così consapevoli da avere interiorizzato automaticamente, forse istintivamente, questo differimento del presente nel ricordo futuro. Di fatto, la nostra presenza è sempre parziale perché in parte dislocata in un altrove spazio-tempo digitale (come accade ognuna delle volte che utilizziamo lo smartphone). L'autore ci sintetizza questo aspetto: “stiamo vivendo il presente come un ricordo anticipato. Lo smartphone e i social media ci spingono, cioè, a vivere le singole esperienze sempre con un occhio rivolto alla loro rappresentazione futura e dunque alla loro cristallizzazione.” Se già questo modus vivendi ha radicalmente cambiato le dinamiche relazionali e il nostro stesso stare tra le cose del mondo, l’IA sembra destinata a recitare anche su questo terreno un ruolo da game-changer: “L’intelligenza artificiale cerca da anni di eliminare il confine tra la finzione e la realtà, riducendo lo scarto – finora insormontabile – tra ciò che è stato (e ora non è più) e ciò che noi vorremmo invece fosse per sempre. Il compito che attribuiamo all’intelligenza artificiale consiste nel riempire il tempo e lo spazio che, tracciando il confine tra i vivi e i morti, sedimentano i secondi soltanto nei ricordi dei primi. In altre parole, l’innovazione tecnologica cerca di sottrarre alle raffigurazioni statiche dei morti il loro silenzio, nonché la loro consueta arrendevolezza davanti a un dato di fatto incontrovertibile: una volta deceduto, nessun individuo ha più voce in capitolo nell’ambiente in cui ha vissuto”. L’IA diventa l’antidoto all’arrendevolezza del defunto: detta così può sembrare un’affermazione forte, eppure molto si sta muovendo concretamente attorno al tema. La Digital Death non è solo una questione “filosofica” come potrebbe sembrare ma ha ricadute significative dal punto di vista tecnologico e giuridico, in primo luogo in merito alla gestione dell’identità digitale dopo la morte fisica del suo titolare (cancellazione o meno, eredità, eventuali utilizzo). Se in quest’epoca di sdoganamento di ogni cosa, di desacralizzazione la morte continua a essere il tema tabù per eccellenza, scopriamo come possa costituire addirittura una chiave per decifrare aspetti del presente altrimenti sfuggenti, oltre che uno dei banchi di prova più emblematici che le nostre esistenze gettate nel tecnologicamente avanzato dovranno necessariamente affrontare. Non possiamo esimerci dunque da una domanda: se il digitale promette di “vivere per sempre” allora qual è la vera sfida culturale per il nuovo secolo? Accettare la finitezza oppure imparare a convivere con questa nuova forma di immortalità artificiale? Probabilmente stiamo entrando in una sorta “di saturazione e bisogna fare in modo che il passato così presente non ci porti a reiterare all’infinito persone e cose a cui siamo affezionati, ritrovandoci in un mondo in cui non si crea nulla di nuovo perché manca un momento di passaggio, una successione temporale tra ciò che finisce e ciò che deve iniziare” dice l'autore. In fondo è opportuno ricordare che “la morte continua a fare lo sporco lavoro che ha sempre fatto, ma non riesce a impedirci di creare le condizioni materiali per rendere la sua sentenza meno definitiva”.


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