Discutiamo un po’ del nuovo accesso a Medicina e della denuncia fatta da Antonella Viola che afferma a chiare lettere «Il nuovo sbarramento penalizza studenti e famiglie» a cui dovrebbe seguire una richiesta di scuse pubbliche, condita da una critica senza sconti al nuovo sistema di selezione per l’accesso alla facoltà di Medicina. Ha ragione oppure risulta eccessiva? L’ ultimo aspetto della denuncia è quello che mi intriga di più. Il messaggio lanciato anche sui social da Antonella Viola, docente di Patologia generale all’ Università di Padova, dopo gli esiti del cosiddetto “semestre filtro”, sottintende che il meccanismo introdotto per superare il numero chiuso si è rivelato inefficace e dannoso, e questo va da sé, soprattutto dal punto di vista emotivo ed economico. Su questi due punti mi riservo di capire un po’ meglio le ragioni di questa sortita.
Ora, i risultati delle prove, in particolare quelle di Fisica, hanno mostrato percentuali di insuccesso così elevate che hanno alimentato frustrazione e senso di ingiustizia tra i candidati. «Non è corretto attribuire tutto alla scarsa preparazione dei ragazzi», sostiene Viola, che respinge l’idea secondo cui gli studenti di oggi sarebbero meno inclini allo studio rispetto alle generazioni precedenti. A suo avviso, il problema risiede piuttosto in strumenti di valutazione incapaci di cogliere le reali competenze. E su questo aspetto la mia volontà di comprensione aumenta poiché vorrei capire meglio ‘in cosa’ consistano questi strumenti di valutazione così inadeguati per cogliere le reali competenze degli studenti. Esistono altri modi per capire se uno sa oppure non sa? Dove si nasconde la conoscenza da cui trarre la competenza? Questo è un problema serio che sta diventando sempre più ideologico a scapito della stessa capacità professionale dei futuri laureandi, di tutti i laureandi in generale. La docente invita anche a riflettere su come sia cambiato il ‘modo’ di apprendere. E questo è un problema delicato poiché esistono quantità di studi, articoli, osservazioni di pedagogisti , psicopedagoghi, psicologi, cognitivisti che hanno discettato a sufficienza su questo argomento facendolo giungere a un terreno di scontro ideologico che ha modificato l’impianto dell’istruzione e così facendo anche il modo di studiare. La centralità della memoria, un tempo fondamentale, ha lasciato spazio a processi diversi dove le informazioni vengono spesso “esternalizzate”. «Questo non significa essere meno capaci, ma semplicemente diversi», osserva senza però definire meglio cosa intende dire con ‘esternalizzazione’. Un cambiamento che, secondo Viola, dovrebbe spingere le università a ripensare sia la didattica sia i criteri di selezione. Sulla didattica ho i miei dubbi, sui metodi di selezione credo che debbano essere cambiati ma dobbiamo intenderci sul ‘come’ sia possibile e/o utile farlo perché le scelte attuate in questi anni per accedere hanno privilegiato test a risposta chiusa che reputo un affronto per la conoscenza. Certo sono più facili da correggere perché hanno metodi standardizzati, ma per comprendere lo studente che si ha di fronte, se sa, se ha attitudine, se è motivato, su come conosce la materia lascia a desiderare. Infatti, interpellata sulla possibilità di formare i futuri medici tenendo conto di queste trasformazioni, la professoressa chiarisce che il compito non può ricadere solo sui singoli docenti. Dunque? Servirebbe, piuttosto, un progetto strutturato, elaborato con il contributo di esperti di pedagogia (ma se alla fine sono proprio loro che hanno orientato da anni questi metodi di accesso?) in grado di adattare l’insegnamento universitario alle nuove generazioni senza abbassare il livello della preparazione. Nel dibattito si inseriscono anche posizioni più severe come quelle di quanti hanno definito le prove “semplici” e accusato gli studenti di non impegnarsi abbastanza. la professoressa Viola, pur riconoscendo il valore scientifico di questi colleghi, ribadisce che un fallimento così diffuso non può essere spiegato con una presunta mancanza di studio, cosa su cui sono in parte concorde, ma sottolinea che «la realtà è cambiata e noi dobbiamo prenderne atto», evidenziando come molti studenti oggi si preparino soprattutto su materiali forniti dai docenti che risultano essere molte volte più sintetici rispetto ai manuali tradizionali. E questo è un male diffuso creato dalla invenzione dei crediti per i quali ogni tipologia di credito ha una determinata quantità di pagine da svolgere. E’ un problema quantitativo chiaro nato con l'introduzione della perniciosa idea dei crediti perché una volta non era così, c'erano i minimali fissati a livello ministeriale e i massimali definiti dalle singole università. Chi si è laureato con il vecchio ordinamento lo sa bene poiché esistevano esami, in genere i fondamentali, che avevano una struttura quantitativa di libri da preparare enorme e risultavano ostacoli spesso difficili da superare al primo esame. Con i CFU e con i crediti non è più così, almeno in tutte le facoltà che hanno introdotto il 3+2, altro profondo disallineamento verso il basso delle università. Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dall’intelligenza artificiale ovviamente. Studi recenti indicano che l’uso massiccio di questi strumenti può ridurre alcune funzioni cognitive, come la memorizzazione e la gestione della complessità. «Proprio per questo», spiega Viola, «è necessario costruire percorsi formativi che stimolino il ragionamento critico anziché affidarsi a meccanismi automatici». Dal punto di vista umano, la docente racconta di studenti che sono stati sottoposti a ritmi intensissimi: lezioni dall’alba alla sera, poco tempo per lo studio individuale e un carico di stress elevato. Un quadro molto diverso da quello vissuto dalle generazioni precedenti, cosa su cui dissento pur comprendendo le ragioni di questo eccessivo tour ridotto a pochi mesi per ottenere i CFU necessari. «Vedo impegno e sacrificio quotidiano, ed è per questo che sento il dovere di chiedere scusa» conclude la Viola. Quanto al futuro di questa modalità, il giudizio sul semestre filtro è netto: l’esperimento non ha mantenuto le promesse e auspica un ripensamento radicale del sistema di accesso a Medicina, pur riconoscendo i limiti strutturali legati alla carenza di spazi, docenti e posti nelle scuole di specializzazione. «La politica deve riconoscere che questa strada non funziona e aprire un confronto serio per trovare soluzioni nuove», conclude. Ora, come è strutturato e come funziona questo semestre ‘filtro’ che non è, come è noto, un semestre? Il semestre filtro è un percorso di accesso per Medicina, Odontoiatria e Veterinaria senza test d'ingresso iniziale dove gli studenti frequentano corsi (Biologia, Chimica, Fisica) per circa tre mesi e sostengono gli esami. Per accedere alla graduatoria nazionale bisogna superare tutti e tre gli esami con voto minimo 18/30. Il punteggio totale ottenuto in questi esami determina la posizione in graduatoria decidendo così chi si immatricola ai corsi. Ci si iscrive online entro le scadenze previste pagando una quota e scegliendo la facoltà di interesse. Si seguono poi lezioni obbligatorie (in presenza o online) in Biologia, Chimica e Fisica, da settembre a novembre. Si sostengono i tre esami nazionali, ciascuno con 31 domande a risposta aperta e chiusa, da 45 minuti. È necessario superare TUTTI e tre gli esami, ottenendo un voto minimo di 18/30 in ciascuno. Il punteggio totale (somma dei voti) determina la posizione in una graduatoria nazionale. I posti disponibili vengono assegnati ai candidati in base al loro posizionamento in graduatoria, come nel vecchio sistema dei test. Prima osservazione. È curioso che questi CFU si orientino solo su biologia, chimica e fisica, come se le università non si fidassero delle conoscenze (e non delle competenze) degli studenti che escono dagli istituti superiori. Da un punto di vista oggettivo sembra così e le indagini Ocse-Pisa lo confermano. Allora non sarebbe meglio ritornare allo status quo ante, a una scuola meno orientata a includere tutti per forza (anche coloro che non mostrano attitudine) ma più mirata alle conoscenze di base? Oppure che la stessa università dedicasse più tempo a questi aspetti formativi di ‘base’ che, però, cozzano con il sistema strutturato dell'Università: qui si viene per specializzarsi non per alfabetizzarsi. Teniamo conto poi che i docenti universitari non si sono mai occupati di 'didattica' tecnicamente parlando, per cui ci vorrebbe una rivoluzione culturale che certamente non partirà dall'interno delle università e dai loro docenti. Seconda osservazione. L'uso smodato dei test. I test sono un abominio sia per la didattica, sia per comprendere lo stato delle conoscenze acquisite. Toglierle sarebbe forse il modo migliore per capire la realtà degli studenti, delle loro conoscenze e delle loro motivazioni. Ma questo costerebbe molto e richiederebbe più tempo per le commissioni con costi elevati. Terza osservazione. Perché continuare con i test di ingresso quando abbiamo la più bassa percentuale di laureati in Europa? In fin dei conti c'è sempre stata una selezione naturale nel sistema universitario: molti si perdono per strada per tanti motivi, chi arriva in fondo ha il suo merito e riesce nell'impresa. Questa idea di voler aumentare il tasso di laureati per raggiungere il livello degli stati europei (questa è la ragione del 3+2) ha creato aspettative e definito una realtà spesso di laureati con conoscenze approssimative rispetto alla media precedente. Il risultato è che oggi non abbiamo un tasso di laureati maggiore rispetto a prima, in compenso sono meno preparati o con profonde lacune. Quarta osservazione. Il baronato accademico. L'aumento esponenziale di persone che accedono all’università mette in crisi non solo la struttura stessa (non siamo in grado di assorbire tutta questa popolazione) ma soprattutto mette in crisi il corpo dei docenti che non è in grado di coprire questo fabbisogno tecnico ed educativo nello stesso tempo. Ci vorrebbero più docenti in una struttura la cui possibilità di accesso non è libera ma si muove attraverso cooptazione e metodi familistici.
A me sembra che questi siano i motivi per i quali siamo in totale caduta libera con metodi inadeguati di accesso a scapito di risorse umane che potrebbero essere utili. Ritornare a una scuola orientata su conoscenze appropriate salvaguardando il diritto a tutti di accedere, ma selezionando in modo intelligente coloro che hanno mostrato capacità adeguate per continuare sarebbe il metodo più produttivo di procedere. Se si legge il rapporto 2024 del Censis si comprende che esiste una situazione deficitaria dell'istruzione che si riduce a essere“una fabbrica di ignoranti”. Ed è questo che definisce lo sviluppo di una nazione o meno. Per cui non significa, almeno per chi scrive, tornare alla scuola gentiliana, significa ridare senso a una istruzione che istruisca, che parli di conoscenze, che crei lavoro per specialisti che sappiano farlo. Non tutti possono fare le stesse cose, ma ognuno potrà trovare la sua strada nella scuola e nell'università e solo il tempo lo dirà. Chiamiamo inclusione questa possibilità di accesso a prescindere dal reddito, non che tutti debbano se non hanno qualità necessaria. E la qualità la si comprende quando si è messi alla prova. Ma se non si libera l'istruzione superiore e l'università da questi vincoli e da questo ‘blocco ideologico’ non si arriverà a nulla di buono, test o senza test.

