Premessa doverosa a questa semplice analisi sulla crisi del diritto che vediamo profilarsi nel nostro orizzonte: Maduro non mi entusiasma tanto meno lo ammiro, come non mi entusiasma Putin. Sgombriamo subito il campo da facili equivoci. Ciononostante, e non a loro difesa, due parole su quello che è accaduto in questa escalation sembra doveroso, anche perché fino ad ora politica e media ci hanno propinato fino alla noia il facile ritornello “c'è un aggredito e un aggressore” ma non si può sbandierarlo ai quattro venti solo quando fa comodo e tacere in altre occasioni. O è un principio giuridico basilare oppure no. Dunque, Donald Trump, questo neo Caligola dei tempi moderni, si sta muovendo con decisione e rapidità imbarazzanti, si può ironizzare quanto si vuole sulle sue uscite sempre troppo sopra le righe su Groenlandia, Iran, Messico, Canada, Colombia, Cuba, ma sbaglieremmo obiettivo nel renderle delle semplici e farneticanti esternazioni. Infatti non lo sono affatto. Lo stile di Trump è, se vogliamo, la perfetta espressione della politica internazionale americana da sempre, ma con un minor rispetto formale per le evoluzioni verbali su diritto e ragioni umanitarie che tanto ci piacciono. Trump va dritto al punto come il classico sceriffo dei film Western, come hanno immortalato Burt Lancaster o Gary Cooper nei loro gloriosi film hollywoodiani. Come loro, e forse più di loro, nella sua semplice ideologia egli afferma di essere ‘la legge’. È evidente che questo stile di governo implica due sole opzioni possibili sul piano politico: la sottomissione volontaria del malcapitato stato oppure l'esercizio della forza che giunge come una esecuzione sommaria. L'esercizio della forza possiede tutta una sua evoluzione interna che passa dallo strangolamento economico del paese bersagliato, all'atto corruttivo della dissidenza interna per finire all’ intervento militare diretto. Cosa possiamo trarre da tutto questo movimento di cui Trump è un acceleratore? Innanzitutto che siamo alla fase finale della superpotenza americana perché, avendo perso il monopolio mondiale del potere geopolitico (unipolarismo), oggi gli USA devono riconfigurare il proprio potere, che e in crisi sia internamente che esternamente, tanto in chiave economica quanto per la loro egemonia. E per farlo giocano la partita con le migliori carte che hanno ovvero la loro (per ora) supremazia militare e una valuta ancora internazionalmente appetibile. Ragionano dunque come i vecchi imperi coloniali, tendono a preferire la sottomissione volontaria o in alternativa l'insediamento di un proprio plenipotenziario locale (come i "vicerè" e i "governatori" spagnoli di una volta). A lungo per il nostro sistema mediatico internazionale questo atteggiamento americano è stato chiamato "pax americana" e ci andava bene. Pax si fa per dire ovviamente. In fondo,Trump rappresenta una vera novità dal punto di vista comunicativo perché ha ridotto i formalismi linguistici, non dissimula quello che pensa e come lo pensa. Usa direttamente la forza anche con il linguaggio per indurti a capire chi sia il più forte. È un perfetto energumeno. È uno yankee. Per quanti devono analizzare sociologicamente e antropologicamente il cambiamento di sistema mondo che è in atto, questo atteggiamento risulta più chiaro e senza fraintendimenti se si è capaci di guardare oltre gli eccessi. Gli USA stanno usando tutti i mezzi a loro disposizione per allargare le aree di estrazione di risorse che, tradotto, significa: le Americhe possibilmente con Groenlandia inclusa, l'Europa, il Commonwealth, il Medio Oriente. Poiché è abbastanza furbo da capire che non può affrontare direttamente Russia e Cina che sono i suoi competitor nello scacchiere politico, Trump cerca allora di condizionare l'accesso alle risorse di cui queste altre potenze hanno bisogno (la Cina ad esempio) e di fomentare turbolenze ai loro confini (come in Ucraina, Georgia, Taiwan) per ostacolare una politica di ampio respiro nelle altre parti del mondo. È una politica di accerchiamento che, in fondo, è nata dopo la caduta del muro di Berlino. Per immaginare di limitare questa specie di ‘Reich americano’ di cui il presidentissimo si vanta, penso possa riuscirci solo l'unica cosa che farà veramente recedere gli americani da questa politica di dominio: un opposto e deciso uso della forza fatto da Russia e Cina perché gli americani riconoscono solo le ragioni della forza disprezzando tutto il resto. Per ora si sono mossi con serenità perché le loro aggressioni non sono costate nulla, nessun morto della middle class è avvenuto ma fino a quando durerà tutto questo beneficio? Una seconda questione importante è data dal fatto che tutto ciò ci porta a ragionare sulla giustizia e sul diritto internazionale che stanno naufragando miseramente nella palude americana. Se vogliamo dirla tutta, di fronte alla violazione del diritto internazionale da parte degli USA nei confronti del Venezuela perché qui c'è stata la violazione della Carta delle Nazioni Unite negli artt. 1 e 2, alcuni osservatori hanno sostenuto che il diritto internazionale forse non è realmente mai esistito. E con ragione credo. Anche Hegel a suo tempo ebbe a sostenere che tra stati sovrani non ci può essere un diritto vigente perché non esiste un organismo terzo in grado di definire le leggi e le sanzioni più efficaci per gli stati. Dunque qualche ragionevole dubbio esiste anche ora. Poteva essere l’ONU poiché questo organismo terzo venne creato proprio per ragioni simili ma, come si è visto ampiamente nel corso del tempo, le "condanne dell'ONU" si concretizzano soltanto nei confronti di stati deboli mentre i vertici della catena mondiale - Stati Uniti in testa - sfuggono a qualunque condanna e sentenza. Chi potrà oggi sentenziare l'America in questi suoi eccessi? Forse questa Europa asfittica e prona agli americani? Se allora si può dire che è giusto supporre che "il diritto internazionale non è mai esistito", bisogna aggiungere altresì che il diritto è sempre la componente formale della giustizia. Ma esistono vieppiù anche gli aspetti informali che hanno un peso reale. Per cui, per quanto ci sia una tendenza a considerare reali solo gli aspetti formali, sembra chiaro che senza quella cosa così informale che è il ‘senso di giustizia’, nessun diritto può avere alcun senso tanto meno essere giusto. Possiamo avere la migliore Costituzione, ma se poi abbiamo nello stesso tempo una Corte Costituzionale priva del ‘senso di giustizia e di cosa sia il giusto’ allora quella Costituzione rimane un principio astratto senza forza perfettamente inutile a dirimere le azioni. Ci ritroviamo nostro malgrado con solo ‘proporzioni di giusto e di sbagliato’ in quanto tutte queste valutazioni che richiedono senso critico e intelligenza politica sono alla portata di esigue minoranze illuminate e non della massa orientata. Prendiamo ad esempio l'intervento delle forze armate statunitensi in Venezuela. Ebbene, dal discorso pubblico fatto da Trump possiamo comprendere se non la realtà del problema, almeno le intenzioni che hanno portato all'evento bellico. Infatti, dopo aver ricordato le solite ragioni inventate a tavolino per giustificare l' intervento (Maduro capo di un cartello di narcotrafficanti, il Venezuela che ospita "forze straniere ostili", riproducendo esattamente quello che gli americani fecero per Saddam Hussein) ha ammesso con franchezza che “d'ora in poi gli USA saranno in controllo della produzione petrolifera, di quanto viene prodotto, come e a che prezzo”. Mi sembra chiaro l'intento. Ha anche aggiunto che saranno solo gli USA di fatto a governare il Venezuela ("We’re going to run the country until a safe, proper, and judicious transition can take place"). Più chiaro di così sembra impossibile eppure il silenzio dei media è enorme. Di sicuro queste sono le intenzioni odierne dell'amministrazione americana, ribadendo con toni minacciosi che quanto successo a Maduro può succedere a chiunque altro qualora si mettesse di traverso (possiamo chiamarla la versione di Trump della "dottrina Monroe"). Possiamo dunque sostenere che le ragioni per giustificare l'intervento si riassumono in questi semplici concetti: a) la sicurezza interna degli USA (militare e rispetto al narcotraffico); b) il controllo sulle fonti petrolifere (il Venezuela da solo possiede il 20% dei giacimenti mondiali, il doppio dell'Arabia Saudita); c) Una ripresa vigorosa della dottrina Monroe, dove l'America Latina è destinata ad essere l'area di sfruttamento coloniale o neocoloniale degli USA. Questo è imperialismo bello e buono c'è poco da aggiungere. Ora, facciamo un breve confronto con due casi che occupano il dibattito pubblico attuale: il rapporto complicato che lega Russia e Ucraina (specificamente il Donbass) e il rapporto tra Cina e Taiwan. Per quello che concerne il rapporto tra Russia e Donbass siamo di fronte a una violazione del diritto internazionale (l'aggressione militare di uno stato sovrano è innegabilmente tale; come per gli USA l'Irak, l'Iran, la Libia, il Venezuela e via dicendo che non sembrano contemplati). Sul piano informale la Russia ha invaso il Donbass (come prima la Crimea) appellandosi a ragioni di sicurezza interna (minacce alla base di Sebastopoli, previsto ingresso nella Nato) e per ragioni di tutela delle popolazioni russofone. Sembra chiaro come, in questo caso e diversamente dal Venezuela e da altri casi che hanno coinvolto gli USA, sia la "minaccia ai confini", sia la "tutela della popolazione" siano ragioni credibili e forse plausibili. La minaccia Nato sarebbe stata realmente ai confini (di più, proprio sul suo confine più vulnerabile coinvolgendo l'accesso navale al Mediterraneo) e la popolazione russofona in Ucraina era davvero oppressa (dalla strage di Odessa in poi). Per cui la Russia ha una parte di torti in quanto ha violato il diritto internazionale, e nessuno lo nega, ma ha anche profonde ragioni informali che rendono questa violazione comprensibile anche se non giusta. Confrontando le due cose, il Venezuela non confina con gli USA (2200 km in linea d'aria), non stava per diventare parte di una "Nato dei Brics" e non ha nessuna parentela storica o culturale con gli USA, siamo di fronte a differenze impossibili da non vedere. Prendiamo ora il rapporto tra Cina e Taiwan. Se la Cina per esempio domani invadesse Taiwan sarebbe una violazione del diritto internazionale in un senso molto più limitato di quello fatto dalla Russia in Ucraina, perché Taiwan non è ad oggi uno stato pienamente riconosciuto a livello internazionale. Solo 12 stati minori riconoscono Taiwan come Stato indipendente (sono Belize, Guatemala, Haiti, Isole Marshall, Palau, Paraguay, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, eSwatini, Tuvalu e Città del Vaticano). In questo senso, dunque, giuridicamente Taiwan ha un' esistenza dubbia come Stato autonomo, ma fino a quando gli USA non hanno avviato una politica di trasferimento di armamenti nell'isola la Cina non pareva interessata a modificare i rapporti con quella che considera una sorta di provincia a statuto speciale. Oggi, però, soprattutto alla luce delle tendenze indipendentiste emerse nell'isola, la Cina è seriamente preoccupata perché l'area di mare circostante Taiwan è una ‘zona strategica’ per garantire la libertà dei traffici marittimi cinesi. Infatti geograficamente le coste cinesi sono circondate a nord dal Giappone e a sud dalle Filippine, entrambi alleati degli americani. Il Giappone fornisce agli USA oltre 120 basi militari, di cui la maggiore è ad Okinawa, le Filippine una decina, di cui la maggiore è Palawan. È chiaro allora che se Taiwan rientrasse nell'orbita degli USA di fatto gli americani sarebbero in grado di effettuare un blocco navale integrale in quella zona. Allora, se domani la Cina invadesse Taiwan sarebbe una discutibile violazione del diritto internazionale, riprovevole come ogni esercizio unilaterale di violenza lo è. Sul piano informale però le ragioni cinesi di sicurezza sarebbero comprensibili, e d' altro canto Taiwan è culturalmente cinese (vi si parla il mandarino). Tutto ciò giusto per dire che quando si parla di ‘giusto” in queste guerre dobbiamo valutare l'impatto geopolitico che ne scaturisce e quanto potrebbero cambiare gli attuali rapporti politici. Al di là di cosa pensano le anime angeliche, le guerre servono a ridefinire i confini geopolitici e i rapporti di forza e non vengono fatte per scopi umanitari. Gli americani da questo punto di vista stanno aprendo le porte a una nuova fase del riassetto del sistema mondo fino ad ora conosciuto (in cui loro stanno perdendo centralità politica ed economica) basato però su rapporti di forza di stampo hobbesiano in cui l'uso della forza prevale sul diritto. Dopo secoli si sta rimettendo in discussione quella idea di “pace perpetua” tanto agognata da Kant secondo una realpolitik di stampo hegeliano da cui rigurgita questo stato di guerra come forma di "igiene dalla putredine della storia". La guerra è ormai a tutti gli effetti la politica attuata con altri mezzi ed è il diritto a farne le spese.

