Informazioni personali

La mia foto
Ferdinando Sabatino, nato a Milano nel 1960 si è laureato in Filosofia morale con Franco Fergnani presso l’Università degli studi di Milano con una tesi sulla medicalizzazione e lo stato giuridico della delinquenza in cui applica le tesi di Foucault nei codici penali pre-unitari fino al codice Zanardelli. Professore di Storia e filosofia e di Filosofia e scienze umane, è esperto nei processi socioculturali delle comunicazioni di massa. Si è interessato al pensiero organizzativo delle strutture industriali, già docente presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario dell’Università degli studi di Milano, ha collaborato con la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di filosofia. Si occupa prevalentemente di storia dei sistemi di pensiero e di fenomeni collettivi, ha studiato le istituzioni totali come forme di potere su cui le società moderne hanno articolato aspetti ideologici di risocializzazione per giungere alle più sofisticate e complesse forme ideologiche contemporanee. Ha orientato recentemente i suoi interessi sui problemi della violenza collettiva ed etnica; sulla questione dei diritti e sul conflitto tra lavoro e capitale.
Powered By Blogger

Wikipedia

Risultati di ricerca

Translate

"...bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia"
Michel Foucault

venerdì 9 gennaio 2026

IL TRUMPISMO E IL NUOVO SISTEMA-MONDO

Facciamo il punto su questa profonda crisi del sistema capitalistico attuale perché, come mi sembra ovvio, qui è andato in profonda crisi il sistema neoliberale sul quale si appoggia questa globalizzazione a cui negli ultimi trent' anni abbiamo concesso processi di sviluppo e miglioramenti del nostro sistema di vita che sono invece peggiorati complessivamente in tutti i settori della vita. Tutto questo per riaffermare che non è mai esistita una globalizzazione dal ‘volto umano’ come molti esperti pensavano immaginando, alcuni innocentemente altri molto meno, che il capitalismo potesse generare benessere generalizzato. Dalla caduta del Muro di Berlino, momento collettivamente vissuto come prospettiva di libertà per uomini e paesi, le cose sono progressivamente peggiorate nella ‘stabilità forzata’ che si era avuta negli anni dell'addomesticamento del capitalismo come aveva scritto Habermas. Se le ragioni della globalizzazione sono partite dal vertice di Rambouillet del 1975, anno in cui informalmente i leader delle sei principali economie industrializzate si riunirono per affrontare la recessione economica e la crisi petrolifera dando vita al G6 (poi G7 con l'entrata del Canada), la strategia neoliberista ha proseguito indisturbata mettendo in crisi quell'addomesticamento che aveva comunque garantito una certa stabilità mondiale pur nella crisi generale dalla eguale non siamo più usciti. Dalla fine della guerra fredda con la caduta del muro il neoliberismo economico ha preso il sopravvento nelle democrazie occidentali prospettando un benessere che non è avvenuto, mentre al contrario sono peggiorate tutte le condizioni di vita, dai salari al lavoro che è diventato sempre più precario. Meno Stato è più mercato, la famosa frase della Thatcher, è diventata la regola sulla quale si sono basate le nostre vecchie democrazie occidentali che hanno accolto e accettato il neoliberismo come un processo di libertà ma soprattutto di sviluppo economico a cui hanno aderito, sbagliando, tutte le vecchie sinistre occidentali abiurando ai loro principi di fondo di difesa dei ceti meno abbienti. Il resto è storia e rimando al grande lavoro di Wolfgang Streeck “Tempo guadagnato”. Gli ultimi sviluppi dell'interventismo americano meritano una valutazione attenta perché siamo di fronte a una crisi del vecchio sistema-mondo con la quasi certezza che se ne formi  un altro basato su blocchi di dominio e non solo egemonici. Wallerstein permettendo, questa crisi di sistema sarà molto lunga e pericolosa perché l'attore principale, l’ America, è da molto che scalpita e non intende recedere dal trono che le viene piano piano eroso da sotto i suoi piedi. Probabilmente ragione Visalli quando sostiene che “siamo davanti al passaggio, sempre più traumatico, da un ordine unipolare, fondato su una versione particolarmente auto- compiaciuta dell'universalismo liberale di tipo "wilsoniano", ad uno contro che si prefigura sempre più per blocchi (anziché schiettamente moltipolare) basato su una logica di tipo "territorialista" (Arrighi) e quindi sul controllo diretto (e non più "via mercato") delle risorse” (Visalli). Anche le ultime esternazioni secondo le quali non ha bisogno per limitarsi del diritto internazionale ma solo della propria moralità, lascia perplessi perché ci fa tornare a una idea assolutista dello stato, una monarchia di stampo hobbesiano pre-rivoluzione inglese.

Nessuna abdicazione dunque, è questo il problema. Lo spostamento del capitalismo verso Oriente e il ‘problema Europa’ - che l'America ha sempre malvisto e procrastinato per molto tempo ma che la crisi odierna ha acuito - stanno portando a un insieme di crisi continue e ravvicinate di sistema che presto esploderanno sia nel vecchio continente che nello stesso mondo allargato. Ascoltando Trump, i suoi progetti, le sue esternazioni su altri capi di stato (la recente imitazione di Macron sui dazi prendendolo in giro per il suo accento è veramente stucchevole, e lo dice uno che certamente non ama Macron), i suoi tentativi di tramutare l’ egemonia in dominio su altri territori legittimi non possono passare inosservati. E non si tratta di boutade deliranti come molta stampa pensa visto il loro grossolano silenzio, colpevole e convivente. Siamo di fronte a un imperatore old style che preannuncia ciò che farà sapendo che nessuno oserà zittirlo. Un faraone se mi permettete di fare un paragone o uno sceriffo yankee come i loro film hanno proposto nell’immaginario collettivo. Gli americani stanno mostrando i muscoli perché rappresentano la più grande macchina bellica del pianeta dovuta alla loro aggressività. Hanno fatto, dall'alto della loro fondazione, più guerre di qualsiasi altro Stato esistente. Hanno rovesciato più regimi di altri e fomentato più colpi di stato nella storia. La loro macchina bellica non è stata (quasi) mai  usata a fini difensivi ma sempre per promuovere i propri interessi economici nel mondo spacciandosi come benefattore dell'Umanità. Per non parlare dell'uso della bomba atomica su civili a fine guerra la cui responsabilità pesa. Attraverso la produzione cinematografica hanno creato una immagine di sé stessi falsa che ha agito come arma propagandistica per imporre la loro egemonia. Un soft power potente destinato esclusivamente alla propaganda oltrefrontiera. Non ultimo l' uso dei potenti social media, tutti o quasi collocati in California nella silicon valley, a disposizione per ogni tipo di pressione culturale o censoria (con l'uso dei fact checking) come si è visto con la pandemia e come Marc Zuckerberg ha spiegato molto bene tra le righe. Hanno sterminato un intero popolo di nativi e sono stati capaci di fare film recitando una narrazione che, di volta in volta, ha modificato il copione recitando tutte le parti della commedia da veri despoti a salvatori delle comunità, da esportatori della civiltà a simpatizzanti delle sorti dei nativi. Non dimentichiamo che questo giovane paese è statuitamente guidato da una vera e propria oligarchia finanziaria da sempre che lascia alla povera gente che vota un'apparente scelta tra repubblicani e democratici la cui distinzione è solo un puro atto di finzione. È bastato vedere la scelta tra un Trump e un Biden che ha rappresentato per me la scelta più bassa che questo paese abbia mai proposto nel loro carnevalesco sistema di rappresentanza politica non così democratico come viene sbandierato, visto che è possibile che ogni rappresentante politico, dal Senato alla Presidenza, pur presentabile, è manipolabile e condizionabile perché può essere eletto solo se s’è indebitato o compromesso con i maggiorenti del paese (i grandi elettori). Ora, questo paese che si fregia di essere un ‘mito’, e a volte lo è anche stato per certi aspetti, sta informalmente dichiarando guerra al mondo intero lasciando la scelta ai malcapitati paesi colpiti tra una sottomissione con tributi da pagare (possiamo chiamarla estorsione?) oppure la devastazione economica e/o militare. Non facciamola troppo leggera perché la proposta di Trump di portare il budget militare dalla cifra già record di 1000 miliardi di dollari a 1500 miliardi di dollari (per un confronto: Russia 109 miliardi, Cina 320 miliardi) significa solo una cosa: preparare una guerra illimitata verso ogni stato che intenda opporvisi. È la guerra totale in nome di cosa? Chiamiamolo imperialismo o ‘nazionalismo imperiale’ come lo ha  denominato Visalli per una nuova ridefinizione del sistema-mondo così come l'abbiamo conosciuto dopo lo spostamento dell'asse verso Oriente. L'America sta perdendo centralità in questo dominio, e questo è certamente un fattore che ha scatenato questa esigenza bellica che necessita di risorse. Come dice Alessandro Visalli, “le azioni dell'amministrazione Trump - sequestro di Maduro, minaccia alle risorse minerarie sovrane del paese e quindi indirettamente agli oltre 60 miliardi di prestiti cinesi garantiti da queste, attacco alle rotte e sequestro di navi battenti bandiera russa e scortate - potrebbero avere due distinti obiettivi diversi ma convergenti dalla volontà di andare in guerra: 1) il negoziato diretto, a Pechino, tra Trump e Xi ad aprile e le pre-trattative di marzo. Oggetto di questo importantissimo incontro sono la chiusura delle tensioni commerciali globali, le terre rare e la sicurezza nell'Indo-pacifico. In sostanza un accordo globale o lo scontro totale; 2) la delicatissima fase politica in Usa, nella quale la maggioranza di soli 4-5 voti al Congresso è concretamente a rischio nelle elezioni di Mid term. Che la mossa avesse anche obiettivi interni si desume dall'accusa e dal modo in cui è stata comunicata. Parte dello scontro sull'immigrazione e la sicurezza, temi centrali per il consenso trumpiano” (Visalli). Certamente avremo da ora una massa di informazione mediatica che ci dirà di no, che sono tutte fandonie affinché una pletora di imbevuti sosterrà che siamo di fronte a un anti americanismo diffuso e pericoloso. Astuti, ma non troppo, che vorranno farci bere ogni tipo di narrazione, come si è fatto fino ad ora, pensando veramente che tutto questo Trump lo faccia perché Putin minaccia di arrivare a Lisbona o, che so, che la Cina ‘comunista’ ci vorrà imporre un fantomatico credito sociale. Sono tutte invenzioni per mostrarci una realtà che non c’è. Del resto se il rapporto 2025 di Reporter Senza Frontiere sulla libertà di stampa ci annovera al 49° posto (perdendo tre posizioni dal 2024) facendoci diventare il peggiore paese nell'Europa Occidentale, forse qualche ragione ci sarà.










mercoledì 7 gennaio 2026

ESISTE UNA RICERCA LIBERA E NEUTRALE?

Capita molte volte che studi specifici diano risultati diametralmente opposti partendo dagli stessi dati. Come è possibile che ricercatori di orientamento ideologico differente quando possiedono l'identico insieme di dati grezzi ottengano però risultati così diversi? Quali motivi conducono a questa anomalia?

Molti pensano, forse anche con qualche ragione, che certi ricercatori e certi centri di ricerca siano in fondo corrotti, che giustifichino alcune cose per interessi oppure a seconda dei bonifici ricevuti. Non possiamo affermare a priori l'impossibilità di questa credenza, forse c'è del vero o forse no, è molto probabile che il più delle volte si sbaglia a pensarla così. Dico il più delle volte si sbaglia perché è fuor di dubbio che esistano conflitti d'interesse in ogni campo degenerati in corruzioni e frodi, anche in ambito scientifico questo accade spesso e volentieri. Nessuno lo nega. Per contestualizzare il nostro problema gli esempi più evidenti sono quelli che abbiamo ben impresso nella nostra mente, in particolare a proposito dei grandi temi "scientifici" che hanno recentemente afflitto l'Occidente, dalle pandemie al riscaldamento globale, dall'autismo all'austerità e via dicendo. Tanti volti noti di scienziati della buonora o accreditati come tali che ci hanno perseguitati per qualche stagione dalla televisione o sugli stessi social network sono esempi eclatanti. Ora, a parte questi personaggi che sono stati in fondo coloro che hanno modellato l'opinione pubblica sulle qualità morali dei ricercatori nel loro insieme, quelli che chiamiamo in gergo televisivo opinion maker, dobbiamo nello stesso tempo affermare che nella stragrande maggioranza dei casi il problema che abbiamo di fronte è di altra natura e non ha a che fare con la (sola) corruzione che comunque esiste. Vogliamo dire tutta la verità? I bonifici alla grande massa dei ricercatori non arrivano materialmente parlando (semmai va da altre parti) e soprattutto non funzionerebbero come molla per tutti i ricercatori. Quello che accade realmente, al contrario, è che è sufficiente creare un clima culturale orientato in una certa direzione perché la cosiddetta "comunità scientifica" lo segua e vi si adatti spontaneamente. Tutto in perfetta buona fede e senza rendersene conto, probabilmente anche reagendo scandalizzata se qualcuno prova a gettare dei dubbi sulla massa dei dati e sulla loro onestà intellettuale. Questo aspetto della "scienza normale" viene spiegato molto bene da Thomas Kuhn diventando il ricettacolo intellettuale dove circolano i risultati che stanno dentro il paradigma egemone rafforzandolo senza però avere l’intenzione di metterlo in discussione. Gli scienziati in tal modo seguono una tradizione di ricerca affermata (o paradigma) accumulando dati a sostegno della teoria dominante invece di mettere alla prova le assunzioni di base del quadro teorico di riferimento. Inoltre, questa teoria ufficiale viene sistematizzata nei manuali che la presentano in maniera acritica, facendo sì che l'approccio dominante continui a riprodursi nelle generazioni successive. Come è abbastanza noto la scienza normale per Kuhn è una fase "ordinaria" e di routine della ricerca scientifica in cui tutta la comunità scientifica lavora dentro questo paradigma ben stabilito (un insieme di teorie, metodi e assunzioni condivise), cercando di risolvere problemi specifici (i cosiddetti rompicapo) articolando la conoscenza esistente anziché metterla in discussione. Questa fase è caratterizzata da una grande stabilità e da un accumulo crescente di conoscenze, ma può portare a una crisi allorché emergono anomalie che il paradigma non riesce o non è in grado di spiegare aprendo così la strada a una scienza rivoluzionaria (o straordinaria) passando a un nuovo paradigma. Non voglio sostenere che quando un modello tramonta e ne sorge uno nuovo avvenga necessariamente un sommovimento ideologico perché questo non lo so, potrà esserci oppure no. Quello che è sicuro, invece, è che nelle fasi di "scienza normale" questi sommovimenti sono nulli e inefficaci. Per cui, è proprio ‘tutto questo insieme’ a generare la massa della ricerca, tutta quella ortodossia che silenzia il resto che non si accoda mettendo ai margini le posizioni realmente anomale. Possiamo dire che questo ‘ordine del discorso’ come lo chiamerebbe Foucault è una manifestazione tipica di come si produce l'informazione nella società (capitalistica) moderna anche in quella scientifica, ovvero circoscrivere accuratamente il terreno della discussione per poi sorvegliare i confini generando o permettendo un dibattito il più possibile vivace al loro interno proprio al fine di controllarlo. Più lo si controlla più esercita un potere di informazione. Il problema come si può ben intuire è come viene orientato lo spazio della discussione al suo interno. A mio giudizio credo esistano almeno due livelli tra loro interconnessi. Esiste un livello sovraordinato ed è l'orientamento generale della società, quello in cui tutti i membri della società lo danno per scontato senza esaminare nello specifico la sua struttura: ad esempio riguarda grandi temi come l'esistenza delle gerarchie o del debito, la nozione di progresso, l'idea che il potere sia in qualche modo al servizio del bene comune, la meritocrazia come input per il progresso e così via. I ricercatori, come ogni altro componente della società umana, hanno frequentato le stesse scuole degli altri cittadini, hanno letto i medesimi libri e i medesimi giornali, sono stati esposti alle stesse notizie, sottoposti allo stesso tessuto epistemico. Sono cittadini normalissimi che, per ragioni diverse, fanno un mestiere nel quale maneggiano conoscenza anziché sacchi dell'immondizia, tabelle di contabilità o casi giudiziari, e non c'è ragione alcuna di pensare che questo dia loro una consapevolezza superiore su ciò che trattano. Esattamente come non tutti i contabili riflettono sulla filosofia degli spreadsheet, esattamente come non tutti i netturbini si fanno domande sulla logica del consumismo, esattamente come non tutti i medici hanno esaminato le dinamiche pandemico-vaccinali, allo stesso modo non tutti i ricercatori vedono oltre la patina del senso comune. E’ molto probabile che solo pochissimi lo facciano in ciascuno dei settori che ho menzionato come in tutti gli altri, e quei pochi vanno semplicemente a costituire l’eccezione nel discorso senza però avere alcuna possibilità di incidere effettivamente sull'andamento delle cose. Esiste un secondo altro livello, subordinato al precedente, ed è quello del funzionamento specifico del mondo della ricerca. Un mondo che produce regole tutte proprie e autoreferenziali. Non si tratta perciò di soli bonifici economici ma di vere e proprie dinamiche che muovono quel mondo nel proprio interno: sono le logiche di reclutamento e di cooptazione, la pressione sociale, la necessità di appartenenza, i ruoli modello che i giovani ricercatori si scelgono come "maestri" e certamente anche la disponibilità di finanziamenti, ma intesa come aree di lavoro sulle quali si può pubblicare con successo e avere i fondi per pagare il salario a un giovane molto più che come bonifici a scopo di corruzione. Benché anche in questo mondo si determinino delle vere aree d’ interesse, dei centri d’interesse capaci di produrre e attrarre economie a proprio vantaggio determinate dal potere del ‘barone’ di turno e dal peso politico che ha. Ad esempio, l' abolizione dei cosiddetti finanziamenti a pioggia sostituiti con quelli orientati a specifiche "priorità" decise dall'alto da quanti governano, assegnati con criteri (falsamente) "meritocratici" ha di molto contribuito a ricostruire la psicologia della comunità scientifica. In questo modo la maggior parte dei ricercatori convinti di essere veramente dei "meritevoli" e d’essere più "eccellenti" di altri, o quantomeno di poter aspirare a esserlo, rifiutano sdegnati la sola idea di ripristinare gli odiati finanziamenti a pioggia. Ora, tutto questo va di pari passo con l'affermazione dell'ideologia neoliberista che ha preso alla gola anche la ricerca con tutto il suo corredo di ideologismi più o meno stucchevoli come il privilegiare l'egoismo individuale, la logica "vincente"/"perdente", la "meritocrazia" e così via. Fatto sta che il principio da cui partire rimane però il medesimo: i ricercatori sono normalissimi esseri umani con le stesse necessità psicologiche e sociali, le stesse ottusità e false coscienze, gli stessi entusiasmi sinceri e insinceri di tutti gli altri, con le stesse fragilità e debolezze. La competenza non sposta l’angolazione delle fragilità umane. C’è da dire ovviamente che tutti questi processi si autoalimentano: niente fa successo come il successo e la società, in fondo, si muove come una specie di valanga sulla quale il ‘potere’ riesce a operare con un minimo di efficienza impiegando tempo e sforzi. I singoli cittadini da soli non ce la fanno a comprendere tutti questi meccanismi interni e pensano sbagliando che non esistano illuminati dal ‘sapere’ come se quest’ultimo calasse del mondo delle idee. Resiste sempre un rigurgito di platonismo in questa idea. Ma il sapere produce potere, è potere. Naturalmente in tutto questo entrano in gioco anche molte altre dinamiche come la demolizione delle organizzazioni di livello intermedio che hanno operato non solo sui partiti di massa, sui sindacati o sui movimenti giovanili ma anche sulle correnti intellettuali che un tempo percorrevano, e ora non lo fanno più, la comunità scientifica. Come le logiche dicotomiche, conformiste e ultra aggressive che si sono manifestate ultimamente nei social network e che si sono manifestate, ritornando al nostro mondo falsamente reale, in giudizi sprezzanti e offensivi sui diversi Montagnier, Rubbia e Raoult di turno considerati dei "dementi" e così via. Non ultimo, allargando il discorso su cui dovremmo meditare per comprendere questo totale impoverimento culturale in cui siamo immersi, la scomparsa dell'intellettuale: dove sono oggi, almeno nel nostro paese, i vari Prezzolini, Vittorini, Eco, Pasolini, Sciascia, Monicelli, Moravia, Calvino, Fortini, Arbasino di turno? Quando li vedi, li vedi pubblicizzare in programmi televisivi qualche loro ultima fatica letteraria altrimenti nemmeno li senti. Siamo di fronte a un totale tradimento. Ma anche all'estero sono ormai degli orfani consolidati e non possono darci lezioni, hanno però una informazione migliore meno mainstream, meno orientata a fare le fusa al principe di turno. Forse c’è da domandarsi se, in questo mondo guasto in cui galleggiamo, non si sia esaurita la funzione dell'intellettuale come si poneva già Franco Brevini. Oppure che essi stessi facciano parte di questo 'guasto' il che è peggio. Dunque, i bonifici non funzionerebbero da soli, o quanto meno non possono essere lo strumento principale del consenso anche perché, in primis, ce ne vorrebbero veramente tanti. Teniamo conto che in Italia il personale accademico dovrebbe aggirarsi più o meno sulle centomila persone tra precari e strutturati, poi qualcosa è collocato nel CNR e qualcosina nella ricerca privata. Sarebbero dunque tanti bonifici da fare, non tanto sul piano economico quanto soprattutto su quello delle istruzioni: se siamo in centomila, e ipotizzando una dimensione media dei gruppi di ricerca di due massimo tre persone, ci sarebbe bisogno di quaranta o cinquantamila set di foglietti di istruzioni in accompagnamento ai bonifici, e questo risulterebbe davvero difficile. Ma la ragione principale del perché non funzionano è che la gente lavora con più entusiasmo quando lo fa per una causa che ritiene buona anziché quando viene semplicemente retribuita. Verità vera fino a un certo punto ovviamente. In molti ricercatori vige ancora questo principio benché non debba essere generalizzato come uno spirito consolidato. Se si convince un ricercatore che sta operando per la Verità e per il Bene dell'Umanità si riesce a ottenere un lavoratore infinitamente più dinamico, efficiente e, purtroppo, anche molto ottuso, molto di più che se lo compensi sottobanco per il suo tempo. Naturalmente questa è una delle ragioni per le quali accettiamo tutti noi salari miserabili. Certamente in tutto questo c’è del vero ma non esagererei troppo questo aspetto. La morale della storia è che il neoliberismo che abbiamo accettato nella nostra testa è un sistema che corrode la natura umana più di altri sistemi. E se si vuole realmente cambiare il modello mentale occorre modificare la base materiale su cui questo modello si alimenta e viene alimentato. Tutto il resto è semplice pour parler. 

martedì 6 gennaio 2026

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLA ODIERNA CRISI DEL DIRITTO E L'EFFETTO TRUMP

Premessa doverosa a questa semplice analisi sulla crisi del diritto che vediamo profilarsi nel nostro orizzonte: Maduro non mi entusiasma tanto meno lo ammiro, come non mi entusiasma Putin. Sgombriamo subito il campo da facili  equivoci. Ciononostante, e non a loro difesa, due parole su quello che è accaduto in questa escalation sembra doveroso, anche perché fino ad ora politica e media ci hanno propinato fino alla noia il facile ritornello “c'è un aggredito e un aggressore” ma non si può sbandierarlo ai quattro venti solo quando fa comodo e tacere in altre occasioni. O è un principio giuridico basilare oppure no. Dunque, Donald Trump, questo neo Caligola dei tempi moderni, si sta muovendo con decisione e rapidità imbarazzanti, si può ironizzare quanto si vuole sulle sue uscite sempre troppo sopra le righe su Groenlandia, Iran, Messico, Canada, Colombia, Cuba, ma sbaglieremmo obiettivo nel renderle delle semplici e farneticanti esternazioni. Infatti non lo sono affatto. Lo stile di Trump è, se vogliamo, la perfetta espressione della politica internazionale americana da sempre, ma con un minor rispetto formale per le evoluzioni verbali su diritto e ragioni umanitarie che tanto ci piacciono. Trump va dritto al punto come il classico sceriffo dei film Western, come hanno immortalato Burt Lancaster o Gary Cooper nei loro gloriosi film hollywoodiani. Come loro, e forse più di loro, nella sua semplice ideologia egli afferma di essere ‘la legge’. È evidente che questo stile di governo implica due sole opzioni possibili sul piano politico: la sottomissione volontaria del malcapitato  stato oppure l'esercizio della forza che giunge come una esecuzione sommaria. L'esercizio della forza possiede tutta una sua evoluzione interna che passa dallo strangolamento economico del paese bersagliato, all'atto corruttivo della dissidenza interna per finire all’ intervento militare diretto. Cosa possiamo trarre da tutto questo movimento di cui Trump è un acceleratore? Innanzitutto che siamo alla fase finale  della superpotenza americana perché, avendo perso il monopolio mondiale del potere geopolitico (unipolarismo), oggi gli USA devono riconfigurare il proprio potere, che e in crisi sia internamente che esternamente, tanto in chiave economica quanto per la loro egemonia. E per farlo giocano la partita con le migliori carte che hanno ovvero la loro (per ora) supremazia militare e una valuta ancora internazionalmente appetibile. Ragionano dunque come i vecchi imperi coloniali, tendono a preferire la  sottomissione volontaria o in alternativa l'insediamento di un proprio plenipotenziario locale (come i "vicerè" e i "governatori" spagnoli di una volta). A lungo per il nostro sistema mediatico internazionale questo atteggiamento americano è stato chiamato "pax americana" e ci andava bene. Pax si fa per dire ovviamente. In fondo,Trump rappresenta una vera novità dal punto di vista comunicativo perché ha ridotto i  formalismi linguistici, non dissimula quello che pensa e come lo pensa. Usa direttamente la forza anche con il linguaggio per indurti a capire chi sia il più forte. È un perfetto energumeno. È uno yankee. Per quanti devono analizzare sociologicamente e antropologicamente il cambiamento di sistema mondo che è in atto, questo atteggiamento risulta più chiaro e senza fraintendimenti se si è capaci di guardare oltre gli eccessi. Gli USA stanno usando tutti i mezzi a loro disposizione per allargare le aree di estrazione di risorse che,  tradotto, significa: le Americhe possibilmente con Groenlandia inclusa, l'Europa, il Commonwealth, il Medio Oriente. Poiché è abbastanza furbo da capire che non può affrontare direttamente Russia e Cina che sono i suoi competitor nello scacchiere politico, Trump cerca allora di condizionare l'accesso alle risorse di cui queste altre potenze hanno bisogno (la Cina ad esempio) e di fomentare turbolenze ai loro confini (come in Ucraina, Georgia, Taiwan) per ostacolare una politica di ampio respiro nelle altre parti del mondo. È una politica di accerchiamento che, in fondo, è nata dopo la caduta del muro di Berlino. Per immaginare di limitare questa specie di ‘Reich americano’ di cui il presidentissimo si vanta, penso possa  riuscirci solo l'unica cosa che farà veramente recedere gli americani da questa politica di dominio: un opposto e deciso uso della forza fatto da Russia e Cina perché gli americani riconoscono solo le ragioni della forza disprezzando tutto il resto. Per ora si sono mossi con serenità perché le loro aggressioni non sono costate nulla, nessun morto della middle class è avvenuto ma fino a quando durerà tutto questo beneficio? Una seconda questione importante è data dal fatto che tutto ciò ci porta a ragionare sulla giustizia e sul diritto internazionale che stanno naufragando miseramente nella palude americana. Se vogliamo dirla tutta, di fronte alla violazione del diritto internazionale da parte degli USA nei confronti del Venezuela perché qui c'è stata la violazione della Carta delle Nazioni Unite negli artt. 1 e 2, alcuni osservatori hanno sostenuto che il diritto internazionale forse non è realmente mai esistito. E con ragione credo. Anche Hegel a suo tempo ebbe a sostenere che tra stati sovrani non ci può essere un diritto vigente perché non esiste un organismo terzo in grado di definire le leggi e le sanzioni più efficaci per gli stati. Dunque qualche ragionevole dubbio esiste anche ora. Poteva essere l’ONU poiché questo organismo terzo venne creato proprio per ragioni simili ma,  come si è visto ampiamente nel corso del tempo, le "condanne dell'ONU" si concretizzano soltanto nei confronti di stati deboli mentre i vertici della catena mondiale - Stati Uniti in testa - sfuggono a qualunque condanna e sentenza. Chi potrà oggi sentenziare l'America in questi suoi eccessi? Forse questa Europa asfittica e prona agli americani? Se allora si può dire che è giusto supporre che "il diritto internazionale non è mai esistito", bisogna aggiungere altresì che il diritto è sempre la componente formale della giustizia. Ma esistono vieppiù anche gli aspetti informali che hanno un peso reale. Per cui, per quanto ci sia una tendenza a considerare reali solo gli aspetti formali, sembra chiaro che senza quella cosa così informale che è il ‘senso di giustizia’, nessun diritto può avere alcun senso tanto meno essere giusto. Possiamo avere la migliore Costituzione, ma se poi abbiamo nello stesso tempo una Corte Costituzionale priva del ‘senso di giustizia e di cosa sia il giusto’ allora quella Costituzione rimane un principio astratto senza forza perfettamente inutile a dirimere le azioni. Ci ritroviamo nostro malgrado con solo ‘proporzioni di giusto e di sbagliato’ in quanto tutte queste valutazioni che richiedono senso critico e intelligenza politica sono alla portata di esigue minoranze illuminate e non della massa orientata. Prendiamo ad esempio l'intervento delle forze armate statunitensi in Venezuela. Ebbene, dal discorso pubblico fatto da Trump possiamo comprendere se non la realtà del problema, almeno le intenzioni che hanno portato all'evento bellico. Infatti, dopo aver ricordato le solite ragioni inventate a tavolino per giustificare l' intervento (Maduro capo di un cartello di narcotrafficanti, il Venezuela che ospita "forze straniere ostili", riproducendo esattamente quello che gli americani fecero per Saddam Hussein) ha ammesso con franchezza che “d'ora in poi gli USA saranno in controllo della produzione petrolifera, di quanto viene prodotto, come e a che prezzo”. Mi sembra chiaro l'intento. Ha anche aggiunto che saranno solo gli USA di fatto a governare il Venezuela ("We’re going to run the country until a safe, proper, and judicious transition can take place"). Più chiaro di così sembra impossibile eppure il silenzio dei media è enorme. Di sicuro queste sono le intenzioni odierne dell'amministrazione americana, ribadendo con toni minacciosi che quanto successo a Maduro può succedere a chiunque altro qualora si mettesse di traverso (possiamo chiamarla la versione di Trump della "dottrina Monroe"). Possiamo dunque sostenere che le ragioni per giustificare l'intervento si riassumono in questi semplici concetti: a) la sicurezza interna degli USA (militare e rispetto al narcotraffico); b) il controllo sulle fonti petrolifere (il Venezuela da solo possiede il 20% dei giacimenti mondiali, il doppio dell'Arabia Saudita); c) Una ripresa vigorosa della dottrina Monroe, dove l'America Latina è destinata ad essere l'area di sfruttamento coloniale o neocoloniale degli USA. Questo è imperialismo bello e buono c'è poco da aggiungere. Ora, facciamo un breve confronto con due casi che occupano il dibattito pubblico attuale: il rapporto complicato che lega Russia e Ucraina (specificamente il Donbass) e il rapporto tra Cina e Taiwan. Per quello che concerne il rapporto tra Russia e Donbass siamo di fronte a una violazione del diritto internazionale (l'aggressione militare di uno stato sovrano è innegabilmente tale; come per gli USA l'Irak, l'Iran, la Libia, il Venezuela e via dicendo che non sembrano contemplati). Sul piano informale la Russia ha invaso il Donbass (come prima la Crimea) appellandosi a ragioni di sicurezza interna (minacce alla base di Sebastopoli, previsto ingresso nella Nato) e per ragioni di tutela delle popolazioni russofone. Sembra chiaro come, in questo caso e diversamente dal Venezuela e da altri casi che hanno coinvolto gli USA, sia la "minaccia ai confini", sia la "tutela della popolazione" siano ragioni credibili e forse plausibili. La minaccia Nato sarebbe stata realmente ai confini (di più, proprio sul suo confine più vulnerabile coinvolgendo l'accesso navale al Mediterraneo) e la popolazione russofona in Ucraina era davvero oppressa (dalla strage di Odessa in poi). Per cui la Russia ha una parte di torti in quanto ha violato il diritto internazionale, e nessuno lo nega, ma ha anche profonde ragioni informali che rendono questa violazione comprensibile anche se non giusta. Confrontando le due cose, il Venezuela non confina con gli USA (2200 km in linea d'aria), non stava per diventare parte di una "Nato dei Brics" e non ha nessuna parentela storica o culturale con gli USA, siamo di fronte a differenze impossibili da non vedere. Prendiamo ora il rapporto tra Cina e Taiwan. Se la Cina per esempio domani invadesse Taiwan sarebbe una violazione del diritto internazionale in un senso molto più limitato di quello fatto dalla Russia in Ucraina, perché Taiwan non è ad oggi uno stato pienamente riconosciuto a livello internazionale. Solo 12 stati minori riconoscono Taiwan come Stato indipendente (sono Belize, Guatemala, Haiti, Isole Marshall, Palau, Paraguay, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, eSwatini, Tuvalu e Città del Vaticano). In questo senso, dunque, giuridicamente Taiwan ha un' esistenza dubbia come Stato autonomo, ma fino a quando gli USA non hanno avviato una politica di trasferimento di armamenti nell'isola la Cina non pareva interessata a modificare i rapporti con quella che considera una sorta di provincia a statuto speciale. Oggi, però, soprattutto alla luce delle tendenze indipendentiste emerse nell'isola, la Cina è seriamente preoccupata perché l'area di mare circostante Taiwan è una ‘zona strategica’ per garantire la libertà dei traffici marittimi cinesi. Infatti geograficamente le coste cinesi sono circondate a nord dal Giappone e a sud dalle Filippine, entrambi alleati degli americani. Il Giappone fornisce agli USA oltre 120 basi militari, di cui la maggiore è ad Okinawa, le Filippine una decina, di cui la maggiore è Palawan. È chiaro allora che se Taiwan rientrasse nell'orbita degli USA di fatto gli americani sarebbero in grado di effettuare un blocco navale integrale in quella zona. Allora, se domani la Cina invadesse Taiwan sarebbe una discutibile violazione del diritto internazionale, riprovevole come ogni esercizio unilaterale di violenza lo è. Sul piano informale però le ragioni cinesi di sicurezza sarebbero comprensibili, e d' altro canto Taiwan è culturalmente cinese (vi si parla il mandarino). Tutto ciò giusto per dire che quando si parla di ‘giusto” in queste guerre dobbiamo valutare l'impatto geopolitico che ne scaturisce e quanto potrebbero cambiare gli attuali rapporti politici. Al di là di cosa pensano le anime angeliche, le guerre servono a ridefinire i confini geopolitici e i rapporti di forza e non vengono fatte per scopi umanitari. Gli americani da questo punto di vista stanno aprendo le porte a una nuova fase del riassetto del sistema mondo fino ad ora conosciuto (in cui loro stanno perdendo centralità politica ed economica) basato però su rapporti di forza di stampo hobbesiano in cui l'uso della forza prevale sul diritto. Dopo secoli si sta rimettendo in discussione quella idea di  “pace perpetua” tanto agognata da Kant secondo una realpolitik di stampo hegeliano da cui rigurgita questo stato di guerra come forma di "igiene dalla putredine della storia". La guerra è ormai a tutti gli effetti la politica attuata con altri mezzi ed è il diritto a farne le spese.

mercoledì 31 dicembre 2025

QUANDO LE SENTENZE AIUTANO LA POLITICA VIENE MENO IL DIRITTO

Di solito sono quasi sempre dalla parte dei giudici e, per indole, le sentenze le accetto pur criticandole ovviamente come dovrebbero fare le persone dotate di buon senso. Farò una eccezione in questo caso e dirò due parole sulla recente sentenza della Corte Costituzionale n.199 del 2025 avente per oggetto la “legittimità costituzionale dell’ obbligo vaccinale” e, questo è a mio parere il vulnus da cui vorrei partire, di quell’obbligo mascherato che fu il Green Pass: non ti obbligo ma ti tolgo il diritto di lavorare se non lo fai, per cui è un obbligo camuffato. Come si poteva ragionevolmente immaginare, la Consulta ha ribadito se stessa riconfermando la precedente sentenza del novembre 2022. Nella motivazione di quest'ultima sentenza del 2025 fa capolino un' affermazione su cui credo dovremmo ragionare un attimo: secondo i giudici l’ obbligo vaccinale sarebbe stato (A) legittimato dalla necessità di tutelare la salute pubblica prevenendo i contagi e (B) che questa funzione sarebbe stata legittimata “dallo stato delle conoscenze del momento” (le famose “evidenze scientifiche disponibili all’epoca”). Stessa posizione che ha mantenuto Habermas nel suo resoconto per quanto riguardava la questione tedesca (cfr. Proteggere la vita, Il Mulino). Ora, per quello che concerne il primo punto la questione si pone da subito molto problematica perché autorizza il principio di subordinazione del diritto individuale basandosi sull'istanza di un bene collettivo. Questo principio, benché sia comprensibile in sé stesso, non è per niente così scontato. Non basta cioè appellarsi al “bene pubblico” perché questo appello possa apparire sensato. La storia umana ha dimostrato in molti casi che ci si può benissimo appellare a ragioni superiori per il bene comune giustificando le peggiori azioni, la storia è lastricata da interi cimiteri creati dalle buone intenzioni. Un siffatto principio ha senso cone ipotesi solo in quanto è capace di varare un ragionamento sufficientemente utilitaristico, per cui i danni prodotti da una determinata coercizione individuale sono compensati dai benefici che ricadono su tutti gli altri membri della società. E qui diventa importante notare che nessuno, né ieri né oggi, si è mai prodigato in una siffatta valutazione di tipo utilitaristico Per farla, in linea di principio, sarebbe stato obbligatorio valutare numericamente i rischi di questa inoculazione e i benefici collettivi attesi dagli effetti di questa inoculazione, calcolo che si sarebbe dovuto fare non attraverso una modalità forfetaria ma secondo fasce di età visto che, nello specifico, rischi e benefici erano distribuiti in maniera totalmente asimmetrica. Sarebbe stato interessante probabilmente avere a disposizione un calcolo di questo tipo in quel momento in modo da avere oggi la possibilità di criticare adeguatamente come sarebbe auspicabile. Ma a nessuno degli esperti del famoso comitato, tantomeno alle case farmaceutiche coinvolte, venne in mente di produrlo fisicamente. Bastava, ricordiamo, l'azione persuasiva collettiva garantita dai media che i benefici sovrastavano di molto i rischi per accettare supinamente la narrazione. E visto che la persuasione collettiva ‘media’ era disposta dai media mainstream non c’era alcuna possibilità per contendere le posizioni che venivano imposte altrimenti si veniva messi al pubblico ludibrio e considerato un nemico. Questo è accaduto attraverso un metaforico richiamo alle armi facendoci diventare nemici.
Il secondo punto credo sia molto più interessante perché introduce nelle motivazioni l’idea che a giustificare l’operazione fosse sufficiente “lo stato delle conoscenze del momento”. Questo punto è interessante per la semplice ragione che chiunque non si sia parato gli occhi e chiuso le orecchie oggi sa bene che il presupposto “scientifico” di quel momento era semplicemente falso. La vaccinazione come si era capito non era in grado di fermare la trasmissione del virus; come lo stesso vaccino non era stato né prodotto né testato per avere quel risultato come ha dovuto chiarire dopo due dinieghi l'amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, alla Commissione europea. Oggi abbiamo una sentenza del Tribunale Ue sul Pfizergate che boccia la von der Leyen per la poca trasparenza sui contratti dei vaccini anti-Covid. Ognuno può credere quello che vuole, i fatti sono questi. La prima questione ha a che fare con le “evidenze scientifiche disponibili all’epoca”. Ora, se anche queste evidenze scientifiche all’epoca ci fossero state (e sappiamo che non c’erano), quello che dovremmo chiederci è se “qualunque evidenza scientifica” che dura per poco tempo può diventare una ragione sufficiente per adottare norme legislative conformi a ciò che è stato fatto? Soprattutto se riguarda norme coercitive della libertà individuale. Io credo che dovrebbe essere chiaro e noto agli eccellenti giuristi della Corte che i risultati scientifici prima di essere considerati probanti attraversano un lungo periodo di libera discussione e consolidamento probatorio, come la storia della scienza mostra. Voglio dire che se oggi, ad esempio, ci fosse un’epidemia di vaiolo potremmo certamente ricorrere all’antivaiolosa grazie all’evidenza scientifica consolidata nel tempo. Così come di qualsiasi altra epidemia conosciuta storicamente e sufficientemente studiata. Come tutte le evidenze scientifiche certamente anche quella potrebbe rivelarsi ad un certo momento labile ma, nella fattispecie, il giurista in questione potrebbe legittimamente parlare di “evidenze scientifiche disponibili all’epoca”. Ma se invece consideriamo “evidenza scientifica disponibile all’epoca” qualsiasi cosa che solo momentaneamente e giusto per qualche mese è stato accreditato da qualche articolo scientifico magari commissionato, dovrebbe essere chiaro a ognuno di noi che si apre per forza uno spazio infinito assai pericoloso capace di creare ogni tipo di abuso. L’obsolescenza degli articoli scientifici al riguardo è sufficientemente grande e il numero di articoli pubblicati e poi ritirati perchè non adeguatamente fondati altrettanto grande. Se, dunque, un governo qualsiasi può utilizzare ogni tipo di “evidenza scientifica” per stabilire una legislazione coercitiva emergenziale ad hoc, siamo secondo me di fronte a un fatto che snatura il concetto stesso di diritto. Ogni manipolazione può giustificare letteralmente qualunque cosa a scapito della diritto stesso. La seconda questione è più clamorosa ed è dovuta al fatto che in quel momento, se ci pensiamo un attimo, quelle “evidenze scientifiche” non c’erano. Esistevano solo nei canali a reti unificate personaggi nominati da chi sappiamo e virologi della buon'ora che spergiurarono che quelle evidenze ci fossero, ma ahimè non c’erano. Peggio, siccome il governo doveva avere per forza in mano la documentazione fornita dalle case farmaceutiche in cui era documentato che non era stato fatto alcun test sull’ efficacia dell’inoculazione intorno alla trasmissibilità altrimenti dovremmo pensare che siamo stati governati da una manica di imbecilli, il governo ha fondato le sue decisioni volutamente costruite su una menzogna. A parte la mancata documentazione, possiamo ricordare che focolai in gruppi di vaccinati erano stati documentati già dal marzo 2021 (il primo in Scozia), e c'erano articoli su riviste di settore che certificavano come la carica virale nelle vie aeree dei vaccinati fosse eguale a quella dei non vaccinati. Purtroppo dobbiamo prendere atto che se per la Corte Costituzionale conta come “evidenza scientifica disponibile all’epoca” l’opinione pubblica media manipolata da media e comitati vari in cui tutte le evidenze contrarie - essendo state screditate - non potevano in alcun modo imporsi, allora mi sembra acclarato come la posizione che si è presa con questa sentenza è quella della morte del diritto. La più che evidente ed eloquente verità, invece, è che la Corte Costituzionale ha coperto pragmaticamente il governo soccorrendolo in extremis (per la seconda volta) e che le decisioni prese sono delle vere e proprie acrobazie giuridiche. Lo ha fatto, ovviamente, perché non farlo avrebbe dato adito a una quantità di ricorsi e a una pressoché sicura delegittimazione dello Stato, cose che si volevano ovviamente evitare. 
Per cui tutto quello che abbiamo visto e sentito appare perfettamente comprensibile e per nulla inaspettato. Deve essere chiaro a tutti, però, che in questo caso non si deve parlare di giustizia e di messa a punto del diritto e che la separazione dei poteri, precondizione fondamentale perché esista uno stato di diritto come vuole Montesquieu, è finita e con essa muore anche la Costituzione e la democrazia che le sta dietro. Spero ne siamo consapevoli.

mercoledì 24 dicembre 2025

I CIECHI CHE NON VEDONO E I TACCHINI DI NATALE.

È pauroso quanto siamo ciechi, "ciechi che non vedono" dice Saramago, di fronte all'ovvio. La paura è sempre stata una strategia politica, dalla peste al nemico esterno il suo uso è stato sempre un progetto con un fine preciso. Jean Delumeau aveva scritto un grande libro di psicologia collettiva al riguardo. Oggi le coscienze europee sono cieche di fronte all'ovvio, niente si muoverà per risvegliarle ed è la ragione per cui, nonostante si veda la degenerazione dello stato di diritto e di tutto quello che per noi ‘era’ democrazia, è molto semplice. La massa indistinta che respira intorno a noi e che fatichiamo a vedere agisce per tramite di un meccanismo di pensiero spinto da una informazione pilotata. Premessa di tutto ciò è data dall'idea, perniciosa, che da ogni altra parte del mondo rispetto al nostro Occidente esiste la turpe barbarie degli incivili, la guerra hobbesiana di tutti contro tutti che fa venire meno il diritto. Come tacchini pronti a entrare nel forno per il pranzo natalizio senza sapere che siamo noi il pranzo, le teste di noi europei vengono infarcite di tanti luoghi comuni creati ad hoc da politici e mainstream mediatico, dalla Russia dove fanno sparire senza tanti complimenti chi non la pensa come il governo alla Cina dove non esiste libertà di stampa e mangiano i bambini e via di seguito. Come a dire: se non ti piace quello che succede qui puoi andartene altrove se proprio ci credi.Tutto questo insieme di verità parziali e invenzioni costruite col tempo ad arte, sono state il prodotto abilmente costruito da anni di informazioni orientate che hanno costruito un retroterra di demonizzazione per il resto del mondo. È la natura della disseminazione che ha messo radici nelle nostre teste come una specie di mitologia pronta all'uso. Pensate che più della metà di noi non sa neppure quello che succede nella casa del vicino o quel che accade dall'altra parte della propria città, ma è pronto a bersi tutto quello che gli propinano per ciò che succede nel mondo pensando che costituiscono certezze salde e verità incontrovertibili in luoghi in cui non ha messo, né metterà mai piede. Potere del media. Proprio quando le classi dirigenti dei nostri paesi hanno completa mano libera per compiere ogni tipo di nefandezze in nome della democrazia all'insegna del sempre meglio qui che in quegli 'Stati canaglia’. E per comparazione tace la nostra coscienza e la verità. La responsabilità dei nostri media è enorme, ma in un paese dove l'analfabetismo di ritorno è così grande (vedi indagini Ocse-Pisa, rapporto Censis, rapporto Cnel) si capiscono le ragioni del perché la distruzione dell'istruzione è diventata un progetto utile da perseguire con forza.

martedì 23 dicembre 2025

NELL' ETÀ DEL POST-MORTALE: ILLUDERSI DI ESSERE IMMORTALI


 

Nell'età dei social cosa è la morte? Abbiamo ancora tempo per includerla nel nostro vertiginoso vissuto quotidiano o forse tendiamo a eliminarla come un fastidioso fraintendimento tra noi e il nostro vissuto?  Forse dovremmo concentrare il nostro ragionamento su come e quanto è cambiato il concetto stesso di obsolescenza, di questa usura che il tempo provoca nel nostro corpo. I morti in questa nuova realtà non ‘muoiono’ mai, ma non per questo smettono di essere morti. E’ un tema che seguo da tempo per le sue implicazioni antropologiche. Ultimamente ho preso in manoVivere per sempre, nuovo saggio di Davide Sisto, che parla proprio di questo difficile rapporto antropologico dopo aver scritto La morte si fa social dieci anni fa. Esperto di tanatologia e autore di volumi che trattano di come gli sviluppi tecnologici impattano sul nostro modo di pensare, di pensarci e di pensare il mondo, con particolare riferimento al rapporto che intratteniamo proprio con la morte, in questo lavoro si esplora un contesto radicalmente mutato dall’irruzione dell’intelligenza artificiale generativa: non più soltanto profili Facebook che diventano memoriali di noi stessi, ma app e sistemi che promettono di «parlare con i morti» o mantenerne la presenza attraverso avatar e voci sintetiche. Non a caso tra i primi temi che Sisto affronta c’è quello del foreverismo, che “non va confuso con la conservazione museale o l’archivio. Si spinge ben oltre, poiché pretende – rimosse la nostalgia e il lutto – che le cose registrate continuino ad animarsi, ad aggiornarsi, a crescere come se fossero sempre vive e disponibili. Esse devono ‘persemprificarsi’. Solo così si eliminano la nostalgia e la miseria, dunque l’assenza e l’irreversibile”. E’ “la fine della nostalgia” come dice Jankélévitch, della nostalgia come miseria dell’irreversibile. Se togliamo infatti l’irreversibile facciamo in modo che le cose durino per sempre e viene meno la miseria che è, in fondo, il senso di assenza e nostalgia, “più c’è la possibilità di reiterare all’infinito, meno c’è la nostalgia della fine”. Questa ’persemprificazione’ è il punto antropologicamente più importante del nostro discorso perché sta modificando la nostra memoria collettiva e come la usiamo. “Facebook è diventato un luogo in cui la presenza della morte è stata accettata. È un megafono in cui le persone ricordano le persone. Per i meno giovani è anche un luogo che permette di informare a proposito della morte, quindi serve a creare una specie di posto in cui comunicare che il proprio caro è morto. Rispetto ad altri social c’è un’attenzione maggiore nei confronti del morto, perché è considerato centrale. TikTok è invece un modo per parlare della persona che soffre. Diventa interessante perché è in prima persona: parlo di me per mostrare come sto soffrendo, come sto affrontando ed elaborando il lutto, e così fa anche YouTube. Instagram sta nel mezzo, è il social più utilizzato da influencer e digital creator, quindi un luogo in cui si cerca di parlare di morte e togliere il tabù, diffondendo contenuti sulla morte in senso lato” (Sisto). Si tratta di un effetto indotto del processo di documentazione che accompagna ogni aspetto dell’esistenza di tutti noi. Che tutti i nostri atti (anche quelli mancati) producano dati intercettati dai dispositivi con cui interagiamo abitualmente (di tipo wearable come smartphone e smartwatch, ma anche PC, televisori, carte di credito, carte fedeltà, videocamere di sorveglianza, rilevatori di accesso vari…) è un concetto ben noto, come l’utilizzo di questi dati per l’ottimizzare (nell’atemporalità dell’era digitale, altrimenti detta “eternidì”) i nostri profili. Ma in questo caso l'autore introduce un'intuizione fondamentale che cambia il discorso: nella misura in cui vengono memorizzati, archiviati, insomma resi documenti, i dati in qualche misura ci trascendono, esistono ed esisteranno a prescindere dal fatto che noi esistiamo ancora. Essi stanno lì. In altre parole, alimentare la nostra dimensione digitale online significa conferirle sempre più autonomia rispetto alla nostra esistenza concreta e oflline (che poi sarebbe meglio definire onlife, secondo la definizione di Luciano Floridi). Proprio su questo punto ci imbattiamo in uno dei passaggi più decisivi: “Da un lato la morte è l’evento che rompe l’ibridazione tra online e offline per antonomasia: sottraendo la presenza fisica del singolo individuo al mondo offline ne riduce al tempo stesso la presenza digitale nel mondo online. Non c’è più il soggetto che anima e guida, attraverso la sua estensione tramite gli schermi, i molteplici prolungamenti digitali della sua identità, coinvolti nell’eternidì. Viene meno il tronco da cui si diramano i tanti rami digitali. Dall’altro però la morte non può far niente contro l’enorme macchina fotocopiatrice. Anzi, il suo drammatico palesarsi conferma implicitamente l’ubiquità e la disponibilità che ogni singola persona ha acquisito nel corso della vita frequentando l’eternidì. Il Tristo Mietitore non può nulla, in altre parole, contro la presenza intangibile acquisita dai nostri io digitali: la registrazione dei dati che di fatto li compongono li rende ignari del destino mortale dell’identità biologica” (Sisto). In questo scenario dunque cambia il senso stesso della morte che diventa, rispetto all’identità cui si riferisce, sempre più un attributo. In altre parole, la morte fisica dell’individuo non determina necessariamente la cessazione dell’identità. Passando in rassegna le tecnologie e le relative posture sociali e culturali che testimoniano il progressivo cambiamento del rapporto tra defunto e “dolente” (colui che piange un familiare, un parente o un amico venuto a mancare) vediamo questa trasformazione. Prima che venissero messe a punto applicazioni specifiche, con sempre più ampio ricorso alle IA, i social e le app di messaggistica venivano già utilizzate come una sorta di campionario di reperti multimediali (testi, immagini, video, vocali…) del deceduto con cui interagire simulando una conversazione certamente immaginaria, ma non priva di un portato emotivo a suo modo genuino sicuramente consolatorio. Si potrà forse obiettare che in fondo non c’è molto di nuovo in tutto ciò, che il parlare alla lapide del defunto come se potesse ancora ascoltarci si è sempre fatto, e che tutto sommato non è molto diverso dall’inviargli un vocale via whatsapp o un post sul suo profilo Facebook. Certamente. Tuttavia, dialogare con un bot che riproduce fedelmente il timbro e l’intercalare del caro estinto, formulando idee in linea con quelle che esprimeva in vita, basandosi su ricordi e legami affettivi reali, significa qualcosa di diverso a un livello emotivamente profondo. Significa cambiare segno al nostro rapporto con il dopo-vita, intendendo con ciò sia il nostro che quello altrui:“Presenza e memoria sono, ai tempi delle tecnologie digitali, le due facce della stessa medaglia.” Quanto le cose stiano effettivamente così possiamo sperimentarlo quotidianamente. Ad esempio quando andiamo al ristorante e immortaliamo un piatto per certificare nella condivisione la realtà dell’evento. Il cuore dell’ esperienza sembra battere in differita. Siamo presenti insomma anche come memoria del nostro hic et nunc e ne siamo così consapevoli da avere interiorizzato automaticamente, forse istintivamente, questo differimento del presente nel ricordo futuro. Di fatto, la nostra presenza è sempre parziale perché in parte dislocata in un altrove spazio-tempo digitale (come accade ognuna delle volte che utilizziamo lo smartphone). L'autore ci sintetizza questo aspetto: “stiamo vivendo il presente come un ricordo anticipato. Lo smartphone e i social media ci spingono, cioè, a vivere le singole esperienze sempre con un occhio rivolto alla loro rappresentazione futura e dunque alla loro cristallizzazione.” Se già questo modus vivendi ha radicalmente cambiato le dinamiche relazionali e il nostro stesso stare tra le cose del mondo, l’IA sembra destinata a recitare anche su questo terreno un ruolo da game-changer: “L’intelligenza artificiale cerca da anni di eliminare il confine tra la finzione e la realtà, riducendo lo scarto – finora insormontabile – tra ciò che è stato (e ora non è più) e ciò che noi vorremmo invece fosse per sempre. Il compito che attribuiamo all’intelligenza artificiale consiste nel riempire il tempo e lo spazio che, tracciando il confine tra i vivi e i morti, sedimentano i secondi soltanto nei ricordi dei primi. In altre parole, l’innovazione tecnologica cerca di sottrarre alle raffigurazioni statiche dei morti il loro silenzio, nonché la loro consueta arrendevolezza davanti a un dato di fatto incontrovertibile: una volta deceduto, nessun individuo ha più voce in capitolo nell’ambiente in cui ha vissuto”. L’IA diventa l’antidoto all’arrendevolezza del defunto: detta così può sembrare un’affermazione forte, eppure molto si sta muovendo concretamente attorno al tema. La Digital Death non è solo una questione “filosofica” come potrebbe sembrare ma ha ricadute significative dal punto di vista tecnologico e giuridico, in primo luogo in merito alla gestione dell’identità digitale dopo la morte fisica del suo titolare (cancellazione o meno, eredità, eventuali utilizzo). Se in quest’epoca di sdoganamento di ogni cosa, di desacralizzazione la morte continua a essere il tema tabù per eccellenza, scopriamo come possa costituire addirittura una chiave per decifrare aspetti del presente altrimenti sfuggenti, oltre che uno dei banchi di prova più emblematici che le nostre esistenze gettate nel tecnologicamente avanzato dovranno necessariamente affrontare. Non possiamo esimerci dunque da una domanda: se il digitale promette di “vivere per sempre” allora qual è la vera sfida culturale per il nuovo secolo? Accettare la finitezza oppure imparare a convivere con questa nuova forma di immortalità artificiale? Probabilmente stiamo entrando in una sorta “di saturazione e bisogna fare in modo che il passato così presente non ci porti a reiterare all’infinito persone e cose a cui siamo affezionati, ritrovandoci in un mondo in cui non si crea nulla di nuovo perché manca un momento di passaggio, una successione temporale tra ciò che finisce e ciò che deve iniziare” dice l'autore. In fondo è opportuno ricordare che “la morte continua a fare lo sporco lavoro che ha sempre fatto, ma non riesce a impedirci di creare le condizioni materiali per rendere la sua sentenza meno definitiva”.

sabato 20 dicembre 2025

PERCHÉ LA SELEZIONE PER ACCEDERE ALL' UNIVERSITARIA NON FUNZIONA E NON FUNZIONERÀ.

Discutiamo un po’ del nuovo accesso a Medicina e della denuncia fatta da Antonella Viola che afferma a chiare lettere «Il nuovo sbarramento penalizza studenti e famiglie» a cui dovrebbe seguire una richiesta di scuse pubbliche, condita da una critica senza sconti al nuovo sistema di selezione per l’accesso alla facoltà di Medicina. Ha ragione oppure risulta eccessiva? L’ ultimo aspetto della denuncia è quello che mi intriga di più.  Il messaggio lanciato anche sui social da Antonella Viola, docente di Patologia generale all’ Università di Padova, dopo gli esiti del cosiddetto “semestre filtro”, sottintende che il meccanismo introdotto per superare il numero chiuso si è rivelato inefficace e dannoso, e questo va da sé, soprattutto dal punto di vista emotivo ed economico. Su questi due punti mi riservo di capire un po’ meglio le ragioni di questa sortita.

Ora, i risultati delle prove, in particolare quelle di Fisica, hanno mostrato percentuali di insuccesso così elevate che hanno alimentato frustrazione e senso di ingiustizia tra i candidati. «Non è corretto attribuire tutto alla scarsa preparazione dei ragazzi», sostiene Viola, che respinge l’idea secondo cui gli studenti di oggi sarebbero meno inclini allo studio rispetto alle generazioni precedenti. A suo avviso, il problema risiede piuttosto in strumenti di valutazione incapaci di cogliere le reali competenze. E su questo aspetto la mia volontà di comprensione aumenta poiché vorrei capire meglio ‘in cosa’ consistano questi strumenti di valutazione così inadeguati per cogliere le reali competenze degli studenti. Esistono altri modi per capire se uno sa oppure non sa? Dove si nasconde la conoscenza da cui trarre la competenza? Questo è un problema serio che sta diventando sempre più ideologico a scapito della stessa capacità professionale dei futuri laureandi, di tutti i laureandi in generale. La docente invita anche a riflettere su come sia cambiato il ‘modo’ di apprendere. E questo è un problema delicato poiché esistono quantità di studi, articoli, osservazioni di pedagogisti , psicopedagoghi, psicologi, cognitivisti che hanno discettato a sufficienza su questo argomento facendolo giungere a un terreno di scontro ideologico che ha modificato l’impianto dell’istruzione e così facendo anche il modo di studiare. La centralità della memoria, un tempo fondamentale, ha lasciato spazio a processi diversi dove le informazioni vengono spesso “esternalizzate”. «Questo non significa essere meno capaci, ma semplicemente diversi», osserva senza però definire meglio cosa intende dire con ‘esternalizzazione’. Un cambiamento che, secondo Viola, dovrebbe spingere le università a ripensare sia la didattica sia i criteri di selezione. Sulla didattica ho i miei dubbi, sui metodi di selezione credo che debbano essere cambiati ma dobbiamo intenderci sul ‘come’ sia possibile e/o utile farlo perché le scelte attuate in questi anni per accedere hanno privilegiato test a risposta chiusa che reputo un affronto per la conoscenza. Certo sono più facili da correggere perché hanno metodi standardizzati, ma per comprendere lo studente che si ha di fronte, se sa, se ha attitudine, se è motivato, su come conosce la materia lascia a desiderare. Infatti, interpellata sulla possibilità di formare i futuri medici tenendo conto di queste trasformazioni, la professoressa chiarisce che il compito non può ricadere solo sui singoli docenti. Dunque? Servirebbe, piuttosto, un progetto strutturato, elaborato con il contributo di esperti di pedagogia (ma se alla fine sono proprio loro che hanno orientato da anni questi metodi di accesso?) in grado di adattare l’insegnamento universitario alle nuove generazioni senza abbassare il livello della preparazione. Nel dibattito si inseriscono anche posizioni più severe come quelle di quanti hanno definito le prove “semplici” e accusato gli studenti di non impegnarsi abbastanza. la professoressa Viola, pur riconoscendo il valore scientifico di questi colleghi, ribadisce che un fallimento così diffuso non può essere spiegato con una presunta mancanza di studio, cosa su cui sono in parte concorde, ma sottolinea che «la realtà è cambiata e noi dobbiamo prenderne atto», evidenziando come molti studenti oggi si preparino soprattutto su materiali forniti dai docenti che risultano essere molte volte più sintetici rispetto ai manuali tradizionali. E questo è un male diffuso creato dalla invenzione dei crediti per i quali ogni tipologia di credito ha una determinata quantità di pagine da svolgere. E’ un problema quantitativo chiaro nato con l'introduzione della perniciosa idea dei crediti perché una volta non era così, c'erano i minimali fissati a livello ministeriale e i massimali definiti dalle singole università. Chi si è laureato con il vecchio ordinamento lo sa bene poiché esistevano esami, in genere i fondamentali, che avevano una struttura quantitativa di libri da preparare enorme e risultavano ostacoli spesso difficili da  superare al primo esame. Con i CFU e con i crediti non è più così, almeno in tutte le facoltà che hanno introdotto il 3+2, altro profondo disallineamento verso il basso delle università. Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dall’intelligenza artificiale ovviamente. Studi recenti indicano che l’uso massiccio di questi strumenti può ridurre alcune funzioni cognitive, come la memorizzazione e la gestione della complessità. «Proprio per questo», spiega Viola, «è necessario costruire percorsi formativi che stimolino il ragionamento critico anziché affidarsi a meccanismi automatici». Dal punto di vista umano, la docente racconta di studenti che sono stati sottoposti a ritmi intensissimi: lezioni dall’alba alla sera, poco tempo per lo studio individuale e un carico di stress elevato. Un quadro molto diverso da quello vissuto dalle generazioni precedenti, cosa su cui dissento pur comprendendo le ragioni di questo eccessivo tour ridotto a pochi mesi per ottenere i CFU necessari. «Vedo impegno e sacrificio quotidiano, ed è per questo che sento il dovere di chiedere scusa» conclude la Viola. Quanto al futuro di questa modalità, il giudizio sul semestre filtro è netto: l’esperimento non ha mantenuto le promesse e auspica un ripensamento radicale del sistema di accesso a Medicina, pur riconoscendo i limiti strutturali legati alla carenza di spazi, docenti e posti nelle scuole di specializzazione. «La politica deve riconoscere che questa strada non funziona e aprire un confronto serio per trovare soluzioni nuove», conclude. Ora, come è strutturato e come funziona questo semestre ‘filtro’ che non è, come è noto, un semestre? Il semestre filtro è un percorso di accesso per Medicina, Odontoiatria e Veterinaria senza test d'ingresso iniziale dove gli studenti frequentano corsi (Biologia, Chimica, Fisica) per circa tre mesi e sostengono gli esami. Per accedere alla graduatoria nazionale bisogna superare tutti e tre gli esami con voto minimo 18/30. Il punteggio totale ottenuto in questi esami determina la posizione in graduatoria decidendo così chi si immatricola ai corsi. Ci si iscrive online entro le scadenze previste pagando una quota e scegliendo la facoltà di interesse. Si seguono poi lezioni obbligatorie (in presenza o online) in Biologia, Chimica e Fisica, da settembre a novembre. Si sostengono i tre esami nazionali, ciascuno con 31 domande a risposta aperta e chiusa, da 45 minuti. È necessario superare TUTTI e tre gli esami, ottenendo un voto minimo di 18/30 in ciascuno. Il punteggio totale (somma dei voti) determina la posizione in una graduatoria nazionale. I posti disponibili vengono assegnati ai candidati in base al loro posizionamento in graduatoria, come nel vecchio sistema dei test. Prima osservazione. È curioso che questi CFU si orientino solo su biologia, chimica e fisica, come se le università non si fidassero delle conoscenze (e non delle competenze) degli studenti che escono dagli istituti superiori. Da un punto di vista oggettivo sembra così e le indagini Ocse-Pisa lo confermano. Allora non sarebbe meglio ritornare allo status quo ante, a una scuola meno orientata a includere tutti per forza (anche coloro che non mostrano attitudine) ma più mirata alle conoscenze di base? Oppure che la stessa università dedicasse più tempo a questi aspetti formativi di ‘base’ che, però, cozzano con il sistema strutturato dell'Università: qui si viene per specializzarsi non per alfabetizzarsi. Teniamo conto poi che i docenti universitari non si sono mai occupati di 'didattica' tecnicamente parlando, per cui ci vorrebbe una rivoluzione culturale che certamente non partirà dall'interno delle università e dai loro docenti. Seconda osservazione. L'uso smodato dei test. I test sono un abominio sia per la didattica, sia per comprendere lo stato delle conoscenze acquisite. Toglierle sarebbe forse il modo migliore per capire la realtà degli studenti, delle loro conoscenze e delle loro motivazioni. Ma questo costerebbe molto e richiederebbe più tempo per le commissioni con costi elevati. Terza osservazione. Perché continuare con i test di ingresso quando abbiamo la più bassa percentuale di laureati in Europa? In fin dei conti c'è sempre stata una selezione naturale nel sistema universitario: molti si perdono per strada per tanti motivi, chi arriva in fondo ha il suo merito e riesce nell'impresa. Questa idea di voler aumentare il tasso di laureati per raggiungere il livello degli stati europei (questa è la ragione del 3+2) ha creato aspettative e definito una realtà spesso di laureati con conoscenze approssimative rispetto alla media precedente. Il risultato è che oggi non abbiamo un tasso di laureati maggiore rispetto a prima, in compenso sono meno preparati o con profonde lacune. Quarta osservazione. Il baronato accademico. L'aumento esponenziale di persone che accedono all’università mette in crisi non solo la struttura stessa (non siamo in grado di assorbire tutta questa popolazione) ma soprattutto mette in crisi il corpo dei docenti che non è in grado di coprire questo fabbisogno tecnico ed educativo nello stesso tempo. Ci vorrebbero più docenti in una struttura la cui possibilità di accesso non è libera ma si muove attraverso cooptazione e metodi familistici.

A me sembra che questi siano i motivi per i quali siamo in totale caduta libera con metodi inadeguati di accesso a scapito di risorse umane che potrebbero essere utili. Ritornare a una scuola orientata su conoscenze appropriate salvaguardando il diritto a tutti di accedere, ma selezionando in modo intelligente coloro che hanno mostrato capacità adeguate per continuare sarebbe il metodo più produttivo di procedere. Se si legge il rapporto 2024 del Censis si comprende che esiste una situazione deficitaria dell'istruzione che si riduce a essere“una fabbrica di ignoranti”. Ed è questo che definisce lo sviluppo di una nazione o meno. Per cui non significa, almeno per chi scrive, tornare alla scuola gentiliana, significa ridare senso a una istruzione che istruisca, che parli di conoscenze, che crei lavoro per specialisti che sappiano farlo. Non tutti possono fare le stesse cose, ma ognuno potrà trovare la sua strada nella scuola e nell'università e solo il tempo lo dirà. Chiamiamo inclusione questa possibilità di accesso a prescindere dal reddito, non che tutti debbano se non hanno qualità necessaria. E la qualità la si comprende quando si è messi alla prova. Ma se non si libera l'istruzione superiore e l'università da questi vincoli e da questo ‘blocco ideologico’ non si arriverà a nulla di buono, test o senza test.

martedì 16 dicembre 2025

MA QUESTO DISAGIO DI CUI SI PARLA DA DOVE PROVIENE?

Mi è capitato di leggere l'ennesimo articolo sui docenti e la scuola in cui si riassumeva un' intervista rilasciata dallo psicoanalista Massimo Ammaniti su Repubblica, oggetto ovviamente l'inadeguatezza della scuola di fronte al disagio giovanile. Intervista del 2024 ma il periodo non conta, il tema invece sì. Lì per lì non è che fossi del tutto maldisposto al tema, anche io penso che, in fondo, qualcosa da rimettere in ordine ci sarebbe in questo mondo. Quello che proprio non mi va giù invece è questa sindrome da 'sparare sul pianista' che trovo veramente ingiuriosa, anche perché le soluzioni proposte sono più facili a dirsi che a farsi. Tutto queste malessere degli studenti, tutta questa fragilità a cui contribuisce la stessa scuola, tutti questi attacchi di panico, disturbi alimentari legati al contesto scolastico che non è più un luogo sicuro (perché mai lo dovrebbe essere poi?), tutta questa scuola che è rimasta indietro di fronte a questo disagio francamente lo trovo insopportabile. In fin dei conti la scuola riproduce quello che la società è; e la società, compreso le sue famiglie, sono questa roba qui, sono nuclei liquidi che hanno accettato le regole di una società individualista, consumista e affamata di protagonismo  e di successo basato sulla ricchezza. Si sono mai chiesti questi esperti da dove mai provenissero tutte queste anime perdute che trovano nella scuola un rifugio che non c'è? Da famiglie in crisi di identità che cercano di risolvere i loro problemi attraverso il consumo. E questo fin dalla tenera età dei loro pargoli che nascondono in campane di vetro. Il bambino frigna, tieni il giocattolo. C'è un disagio? Ok, eccoti la moto, il cellulare, l'Ipad. Insomma, ogni cosa ha un prezzo. Anche il disagio lo ha. Dunque? Perché non partire da lì?   Se sono cambiati i giovani il problema sta nel contesto non nella scuola che, spesso, si trova senza armi per combattere quel contesto. Anche la scuola è cambiata per queste pessime e ripetute riforme, andando incontro alle famiglie che cercano una facile uscita da questo 'purgatorio' che è la scuola. Sono famiglie iperprotettive come prodotti di una società sempre più atomizzata e individualista che ha fatto a meno del sapere, delle conoscenze. Non servono più per la scalata sociale, bisogna apparire e avere percorsi facilitati per poter essere. Si cerca la soluzione più comoda. Esattamente come quello che le famiglie richiedono alla scuola in tutti i modi attraverso certificazioni anche mediche. Questa è la realtà che non vogliamo vedere. Pertanto non è che cambiando i metodi di insegnamento per una supposta centralità dello studente (che nella scuola non è mai venuta meno) i docenti sarebbero finalmente in grado di muoversi in una platea che non li segue più. Il quadro dipinto da Ammaniti mi sembra troppo severo nei confronti di docenti che non vengono dal passato ma  hanno i piedi ben piantati in questo mondo, di educatori che educano quindi. Non è che per rispondere ai cambiamenti degli studenti l'istruzione debba snaturarsi a tal punto da diventare un'altra cosa. La scuola deve dare strumenti, visioni del futuro a tutti i suoi membri e questi strumenti richiedono tempo e fatica. L'inclusivita' sta nell'opportunita' date a ognuno che la voglia cogliere indipendentemente dal reddito, garantendo servizi e strumenti. Non facilitazioni o percorsi facilitati. Sarebbe un atto 'classista', forse quello più 'classista' se ci pensiamo bene poiché, alla fine, coloro che se ne avvantaggierebbero sarebbero solo quelli che provengono da famiglie benestanti con conoscenze amicali e disponibilità illimitate. Questa è la realtà della distruzione dell'istruzione di oggi. La scuola è sempre stata l'arma in più contro ogni tipo di blocco sociale, utile per la mobilità sociale che oggi è venuta meno. Un po' meno le sciocchezze che si dicono.

lunedì 15 dicembre 2025

MA IL MODELLO SCOLASTICO DEL ‘4+2’ SERVIRÀ AL LAVORO O COSTITUIRÀ SOLO UN LIMITE PEDAGOGICO?

 Nel mezzo dei tanti cambiamenti che l’istruzione ha avuto e continua ad avere in questi anni, dovremmo chiederci come operatori del settore se le riforme scolastiche che incidono o che incideranno sulla nostra economia e sul nostro welfare come quella del ‘4+2’ (la possibilità di diplomarsi in quattro anni) e dell’istruzione terziaria degli Istituti tecnologici superiori (ITS), siano le scelte più efficaci per frenare il grave disallineamento tra il bisogno di cultura industriale necessaria ad affrontare la competitività in un contesto di employability (occupabilità) e l'offerta dei ‘saperi’ delle istituzioni scolastiche. Da più di un trentennio si fanno riforme senza preoccuparsi degli effetti di contesto che queste producono, mostrando un’acclarata miopia progettuale. Se gli enti istituzionali coinvolti, compresi molti media che ne caldeggiano la venuta e non si capisce a che titolo, nelle loro dichiarazioni esprimono un giudizio sostanzialmente positivo, forse più condizionati dalla speranza che dal realismo, non mancano le profonde perplessità provenienti dal mondo della scuola che andrebbero ascoltate per un dibattito pubblico che finora è sempre mancato. Quando si parla di istruzione cala il sipario sul dibattito pubblico, dando per necessaria l’applicazione di ogni riforma perché tutti i bisogni della società vengono rigettati nell’ambito scolastico con intenti salvifici pensando la ‘scuola’ come un grande bidone aspiratutto. In tempi non lontani si paventava l’idea che sarebbe giunta una riforma calata dall’alto tipo “4+2” destinata a comprimere il quinquennio in quattro anni e proiettare i ragazzi negli ITS Academy sulla falsariga dei percorsi di istruzione e formazione professionale (IeFP) che rilasciano un diploma di Istruzione e formazione professionale (EQF4) spendibile a livello regionale ed europeo di più di un decennio fa. Allora si guardava chi prospettava questa possibilità come a un visionario apocalittico. Oggi, che la riforma è nelle carte e nelle parole del Ministro, dobbiamo dire: adesso colleghi cosa ne pensate di questa riforma che verrà?

Iniziamo dunque dalla nuova filiera dell’istruzione tecnico-professionale denominata ‘4+2’, presentata come il punto di forza di tutte le riforme. Essa trae origine dalla preoccupante mancanza nel mercato del lavoro di competenze e di professioni tecniche, probabilmente più a quelle riconducibili all’addestramento professionale. Questo è un fatto accertato. Ma mentre la soluzione viene pubblicizzata dal MIM come miracolistica, i fatti al contrario meriterebbero approfondimenti meno di parte. Probabilmente creerà più problemi di quelli che risolverà abbassando ancora di più l'asticella dell'alfabetizzazione.

La filiera formativa tecnologico professionale introdotta dalla Legge 8 agosto 2024 n. 121, istituisce un percorso di quattro anni di scuola tecnica o professionale seguiti da due anni negli ITS Academy (denominati Istituti tecnologici superiori dalla legge 99 del 15/7/2022). Il D.M. 256 del 16 dicembre 2024 ne disciplina la sperimentazione dal 2025/2026, prevedendo la collaborazione tra scuole, ITS, Regioni e imprese. L’obiettivo dichiarato è rafforzare l’occupabilità dei diplomati e collegare l’istruzione con il tessuto produttivo locale, vecchia idea pedagogica di Carlo Cattaneo per la creazione di una scuola professionale sul territorio. In termini pratici, dunque, si tratta di un riassetto radicale dei professionali: il quinto anno, tradizionale momento di maturazione e consolidamento professionale, verrebbe eliminato, mentre la formazione post diploma verrebbe assorbita dal biennio degli IST. Sul piano normativo, la riforma non è ancora obbligatoria. La Legge 121/2024 e il D.M. 256/2024 parlano esplicitamente di ‘sperimentazione’ e di ‘adesione volontaria, previa delibera del Collegio dei docenti e del Consiglio d’Istituto’. Le scuole possono candidarsi su base progettuale con un piano formativo condiviso con gli ITS e le imprese. In un’intervista a OrizzonteScuola il Ministro ha dichiarato che “sarà obbligatoria, e ogni scuola dovrà proporre almeno un corso organizzato in collaborazione con ITS e imprese”. In un’altra occasione, sempre riportata da OrizzonteScuola, ha affermato che “la filiera 4+2 è stata resa obbligatoria due settimane fa con decreto-legge”. Ora, quando si riforma qualcosa andrebbe considerato l’intervento come un progetto di cambiamento che modifica un prima rispetto a un dopo. La costruzione di un progetto di cambiamento deve sempre essere accompagnata dall’uso degli strumenti delle pianificazioni strategiche. E per farlo si parte da una semplice analisi dei punti di forza e di debolezza della pianificazione (si chiama analisi Swot), analisi che osserva i punti di forza (Strengths) e le debolezze (Weaknesses) poi le opportunità (Opportunities) e le minacce (Threats). L’analisi Swot, costruita raccogliendo i pareri più autorevoli e argomentati degli esperti anche diversi tra loro, e ascoltando soprattutto gli operatori scolastici, consentirebbe di limitare le valutazioni soggettive che inquinano giudizi e conclusioni. Secondo alcune fonti ministeriali e articoli di Tecnica della Scuola, Studenti.it e OrizzonteScuola, dal 2026/27 la filiera dovrebbe diventare ordinamentale, cioè parte stabile dell’offerta formativa nazionale. Ma anche in questo caso, “ordinamentale” non significa “obbligatoria per tutti”: significherà che tutte le scuole potranno attivarla, non che tutte saranno tenute a farlo. Almeno per ora. Un percorso quinquennale tecnico o professionale prevede oggi circa 1056 ore annue (32 ore settimanali per 33 settimane), per un totale di 5280 ore. Con la riduzione a quattro anni, si perdono 1056 ore complessive, equivalenti all’intero anno scolastico. Il Ministero parla di “invarianza di organico” e di recupero attraverso didattica laboratoriale, PCTO potenziati e moduli interdisciplinari, ma l’aritmetica resta: un anno in meno implica meno ore di insegnamento. La vera compensazione sarà possibile solo con una rimodulazione profonda dei curricoli e con un serio investimento nei laboratori. Se la sperimentazione resta circoscritta, l’impatto sugli organici sarà neutro. Ma se la riforma diventasse ordinaria come sembra senza aumentare le ore annue o le sezioni, il rischio di riduzione dei posti diventerà inevitabile. Il Ministero garantisce che nella fase sperimentale non si perderanno posti, ma a regime, con un ciclo scolastico più corto e un minor numero di sezioni, gli ITP rischiano di diventare “perdenti posto”, soprattutto negli indirizzi a bassa iscrizione. Il pericolo è che la filiera 4+2 riduca la presenza della scuola nei territori, sostituendola con corsi terziari regionali o fondazioni ITS. Formalmente, l’adesione al 4+2 richiede la delibera del Collegio dei Docenti e del Consiglio d’Istituto, ma la rapidità dei tempi e la pressione ministeriale rischiano di ridurre questi passaggi a una mera formalità. Il Collegio resta, però, l’unico spazio di democrazia interna dove si possono discutere gli impatti didattici, le rimodulazioni orarie, la tutela dei laboratori e delle compresenze come da Testo Unico. Ignorare questo ruolo significherebbe svuotare il senso della collegialità e trasformare le scuole in esecutrici di decisioni prese altrove. La riforma 4+2 è dunque una partita aperta collegi permettendo. Può rappresentare una svolta positiva per il legame tra istruzione e impresa anche se non è detto, ma anche un ridimensionamento dell’identità dei percorsi professionali con una riduzione dei posti di lavoro per i docenti tecnico-pratici. Questa è una fotografia realistica.

Una rappresentazione ordinata e approfondita di un progetto di cambiamento, nel caso in questione della riforma scolastica dell’istruzione tecnica e professionale, metterebbe in luce quelle valutazioni di positività e criticità che dovrebbero essere analizzate, conferendo loro una legittimazione di maggior oggettività per poi costruire i necessari meccanismi di comunicazione, di attuazione, di monitoraggio e di misure correttive della riforma. Questo non è successo: è mancato un dibattito qualificato e come dicevo ‘pubblico’. Molti hanno osservato, giustamente, che saremmo in presenza di una riforma senza ancora i contenuti e quindi vuota. Ne ha scritto recentemente anche il Cnel nel suo primo rapporto sulla produttività 2025 evidenziando un ritardo strutturale dell'Italia con una crescita media dello 0,2% dal 1995, nonostante l'occupazione sia cresciuta. Le cause sono la scarsità di investimenti in innovazione (digitalizzazione, R&S), la frammentazione delle imprese (PMI piccole) e i bassi salari, che creano un circolo vizioso. Il Rapporto propone riforme in formazione, fisco e semplificazione per invertire la tendenza. Si sottolinea inoltre come non sia entrata in funzione nemmeno la struttura tecnica prevista dalla stessa Legge 121/2024, individuata come strumento necessario per dare corpo e sostanza alla riforma. Nel frattempo dovremmo guardare i numeri, intendendo questi ultimi come il target degli aderenti attratti dalla riforma che rappresentano un segnale per interpretare la percezione degli attori o dei fruitori di queste novità; e dovremmo, a maggior ragione, guardare anche come si sono modificati gli scenari che avevano dato origine a questa riforma.

Non dimentichiamo che l’obiettivo principale dell’istruzione tecnica e professionale è il sostegno della nostra economia industriale e il mantenimento dei suoi fattori competitivi in uno scenario completamente nuovo ad alta variabilità e imprevedibilità e, conseguentemente, il mantenimento del nostro welfare anche attraverso una buona employability. Tutto ciò richiede la creazione di nuovi saperi e nuove competenze con una visione proattiva (pianificazione) e anticipatrice che necessita non un potenziamento ma una rivoluzione copernicana dell’istruzione tecnica che deve, però, essere attrattiva per gli studenti generando maggiore interesse per le scuole tecniche (questo è il vero problema più difficile da affrontare anche per le gravi inadeguatezze nelle attività di orientamento).

Da un'analisi numerica emerge che gli iscritti all’istruzione secondaria superiore sono annualmente poco più di 500mila, di cui poco meno della metà confluiscono nei due percorsi quinquennali dell’istruzione tecnica e dell’istruzione professionale. Gli iscritti del 2025 alla nuova sperimentazione 4+2 dovrebbero essere qualche migliaio, quindi circa il 2-3% del totale degli iscritti agli istituti tecnici e professionali (con prevalenza nel Mezzogiorno), di cui meno del 50% negli indirizzi strettamente industriali, ovvero quelli che interessano maggiormente la nostra economia. Poi ci sarebbe il rimanente 97% che riguarda gli iscritti ai percorsi quinquennali tradizionali che abbisognano, più di tutti, di una vera urgente riforma ancora al di là da venire a cui nessuno pensa. C’è da chiedersi allora: se non ci fosse stata la sperimentazione 4+2 queste poche migliaia di nuovi studenti dove sarebbero confluiti? Un'opinione condivisa sostiene che si sarebbero iscritti prevalentemente all’istruzione professionale quinquennale. E allora, domandiamoci, per quale ragione si sono invece iscritti alla 4+2? Sembra che ci sia una eterogeneità nelle risposte e nelle stesse motivazioni. Ma la ragione principale che si può percepire, per ora, è la scelta di un percorso di studi per il conseguimento del diploma più breve; quindi l’attrazione per il quadriennio contrapposto al quinquennio. Dunque, meno tempo-scuola. D’altra parte, non essendoci nemmeno i nuovi programmi e i contenuti da mostrare, anche gli orientatori della scuola media non avevano alcun elemento oggettivo per un argomentato indirizzo di scelta.In questa situazione di valutazione un po’ superficiale c’è un rischio importante che non dobbiamo sottovalutare. La parte più preponderante dei potenziali frequentanti la 4+2 sembrano appartenere alla categoria di coloro che si indirizzano preferibilmente all’ istruzione professionale. Sappiamo anche che l’istruzione professionale odierna è quel pezzo di offerta scolastica che nell’immaginario collettivo, ma anche negli indirizzi dati dagli stessi orientatori, è considerata un percorso scolastico di Serie C. Per cui se la riduciamo ancora di più verso il basso solo con una diminutio quadriennale e senza nessuna contropartita, c’è il rischio reale di generare anche un percorso di Serie D. Infatti, il rapporto 2024 del Censis rivela che l’80% dei diplomati quinquennali dell’ istruzione professionale non raggiunge gli obiettivi minimi di apprendimento (una “fabbrica di ignoranti” soprattutto quella professionale che non ha competenze di base, riferisce il Rapporto). Non c’è da sperare che ciò avvenga invece nelle materie professionali. Sappiamo anche che circa il 40% dei diplomati di scuola media non raggiunge anch’esso gli obiettivi minimi di apprendimento. Conseguentemente, a questi dati sarebbe ragionevole pensare e preoccuparsi, a maggior ragione, che una buona percentuale di questi ragazzi non performanti in uscita dalla terza media vada a finire all’istruzione professionale e quelli invece un po’ meno non performanti all’istruzione tecnica (anche quest’ultima è considerata un percorso di Serie B rispetto a quello dei licei di Serie A). Ma questo è l’esito dell’orientamento scolastico attuale. Tutto questo per dire che in uno scenario futuro verosimile, gli iscritti alla 4+2 potrebbero, in una percentuale importante, non raggiungere gli obiettivi minimi di apprendimento. In una recente intervista apparsa su ‘Tecnica della scuola’ lo stesso direttore di Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, commentando i dati di Eduscopio ha sottolineato gli stessi problemi lamentando l'identico rischio che è quello di mantenere e/o di peggiorare questo scostamento non performante fino al diploma nel lungo periodo. Ma è anche ragionevole supporre che in una situazione del genere, il successivo biennio +2 riguardante un percorso ITS adattato anch’esso al ribasso per i diplomati quadriennali abbia poche speranze di essere frequentato. Una buona analisi Swot fatta seriamente potrebbe identificare subito questa situazione come uno dei maggiori rischi della riforma e aiutare a individuare le misure correttive possibili.

Le condizioni del mismatch (condizione di disequilibrio tra domanda e offerta nel mercato del lavoro) che hanno dato origine alla riforma 4+2, a seguito dei mutati scenari, sono in continuo cambiamento ben oltre le fisiologiche variazioni per cui andrebbe fatta una nuova attualizzazione dei disallineamenti in atto. In Italia, ad esempio, il divario riguarda a oggi il 38,2% della popolazione (circa 10 milioni di lavoratori), arriva al 43% per le professioni intellettuali, scientifiche e ad alta specializzazione e il numero di candidati inadeguati (a livello di skills) per ricoprire i ruoli ricercati dalle aziende è in costante crescita.

La riforma che introduce la nuova filiera formativa tecnologico professionale ha trovato la sua genesi nell’importante mancanza di tecnici, stimata inizialmente in circa 100mila unità all’anno, proiettata per tutto il quinquennio successivo. Questa cifra oggi andrebbe calcolata con criteri un po’ più sistemici indirizzati soprattutto ai grandi cambiamenti in corso con le incertezze generate dal contesto anziché fidarsi dalla sommatoria espressa dei soli bisogni. Gli attuali andamenti occupazionali, corretti dalle crisi congiunturali e soprattutto strutturali del settore manifatturiero e dei servizi avanzati, calcolati per settori economici e per fasce contrattuali (a partire per esempio dai pensionamenti annuali e dai settori che richiedono i maggiori investimenti), ci offrono un quadro più completo di informazioni. Anche quei settori economici che non sono in crisi ma che sono condizionati dalle grandi incertezze stanno reagendo al mutamento degli scenari con il blocco o il calo delle assunzioni che, solitamente, erano previste per far fronte a una programmazione di ricambio del personale a medio e lungo termine. Per queste ragioni allora la percentuale della domanda di personale si sta spostando sempre più sulla dimensione reattiva (rispondere a posteriori a eventi già accaduti) anziché su quella proattiva (pianificando a priori): questo comporta per i nostri giovani due scenari diversi di employability che andrebbero approfonditi. Molti mestieri tecnici ancora incardinati nei loro collocamenti organizzativi tradizionali sono sempre più sottoposti a processi di esternalizzazione in contesti organizzativi completamente differenti e sempre più mutabili. Si pensi, per esempio, alle attività progettuali che sono sempre appartenute al processo di innovazione e sviluppo di nuovi prodotti e saldamente incardinate nella struttura organizzativa dell’azienda. Ora, anche per queste attività è in atto una progressiva esternalizzazione verso società di consulenza di servizi dove cambiano però le condizioni di employability.

Se da un lato, per queste professioni, non cambiano i saperi e le competenze di cui devono disporre – se non nel loro naturale aggiornamento contenutistico – cambia al contrario completamente il contesto dove devono generare le loro prestazioni. Questo incide in modo significativo sulle condizioni dell’impiegabilità dei mestieri: questioni contrattuali, salariali, di crescita professionale e di garanzia del posto di lavoro etc incidono sull' occupabilità. E sono proprio queste condizioni che definiscono non solo l’ attrattività e la sicurezza di una professione e del posto di lavoro ma cambiano anche la struttura del profilo di ruolo dello stesso mestiere. 

Questa è la ragione per cui continuo a sostenere che al tavolo delle riforme non è sufficiente che ci siano solo le aziende che evidenziano i saperi e le competenze di cui hanno bisogno – spesso nella modalità on demand (su richiesta) – ma occorre che ci siano anche i soggetti che si occupano dei contesti organizzativi, delle politiche occupazionali e chi è in grado di offrire alla scuola una visione anticipatrice più proattiva andando oltre il semplice approccio reattivo. Quest’ultimo, infatti, è più coerente per soddisfare le esigenze più immediate dell’addestramento professionale che però attiene solo a una parte dei mestieri tecnici. È compito dello Stato, quindi anche della scuola, creare per i nostri giovani le condizioni dell’employability. Senza questa dimensione sarà molto difficile, se non impossibile, attuare qualsiasi riforma e quindi attrarre i giovani verso le professioni tecniche e fornire validi elementi agli orientatori per superare una visione ristretta e ormai consolidata in grado di rovesciare i vecchi paradigmi.



sabato 22 novembre 2025

PERCHÉ SIAMO COSÌ CONTRARI AL RITORNO DEL MITO DEL 'BUON SELVAGGIO'

Il Tribunale dei Minori dell’Aquila ha deciso, una volta scoperto il caso, di allontanare i bambini dai genitori per affidarli ad una struttura protetta. Da qui le critiche molte anche a ragione. Nel frattempo, come ha riportato Open, l’avvocato della famiglia ha annunciato che farà ricorso contro la decisione del tribunale dei minori dell’ Aquila per questa motivazione: “Nell’ ordinanza si insiste ancora sull’ istruzione dei minori che, secondo i giudici, non avrebbero l’autorizzazione all’home schooling. Alla più grande viene anche contestato l’attestato di idoneità per il passaggio alla classe terza perché non ratificato dal ministero. Attestato che, invece, c’è ed è anche protocollato”, spiega il legale. Quale è il punto dolente della questione per quello che ci interessa? È chiaro mi sembra: è quello dell’istruzione dei bambini. Il punto che crea dibattito è appunto quello sulla scuola. E qui dovremmo forse chiederci se è normale che uno Stato entri a gamba tesa sulle sorti e l'autodeterminazione di una famiglia le cui scelte non ci piacciono quando, per molti casi analoghi, rimane completamente indifferente. La madre è australiana, una ex istruttrice di equitazione, lui il padre è inglese, un ex chef, entrambi hanno scelto per i loro tre figli l’unschooling. Dunque, cosa significa unschooling? Che i loro bambini non frequentano una scuola come tutti gli altri, ma l’istruzione viene impartita loro direttamente dai genitori seguendo un percorso autoguidato e “spontaneo”. I genitori dicono: “Non vogliamo portarli a scuola. Vogliamo che crescano qui nella natura. Imparano dai libri che abbiamo in casa (inglese, italiano e matematica) ma soprattutto guardando noi lavorare nell’orto, fare il pane, cucinare, usare la motosega. È un modo diverso di acquisire nozioni. Non solo studiando su un libro”. Possiamo chiamarla istruzione? Ha il senso di una formazione a tutto tondo? Questo sistema educativo mette in crisi l'istruzione statale e come un qualsiasi Stato la pensa? Questo mi sembra il vulnus dell'intera questione: uno Stato ha il diritto e il dovere di intervenire al riguardo? Formalmente forse si. Se l'educazione primaria non viene garantita verrebbe meno uno dei suoi compiti. Ma allora perché non interviene tutte le volte quando questo accade? Perché ha permesso allora l'unschooling come sottolinea il legale della famiglia? Oppure siamo di fronte a carenze materiali che qui vengono poste in discussione? Infatti, la famiglia vive nel casolare in pietra senza acqua corrente, senza gas, senza un bagno all’interno delle quattro mura domestiche, senza l’allaccio per la corrente elettrica. Un pannello fotovoltaico garantisce loro quel poco di luce che serve in casa per ricaricare il cellulare utilizzato per le emergenze. Mangiano quasi esclusivamente ciò che regala la terra. Eppure sembrano felici. Chiunque li abbia incontrati ha raccontato di una famiglia unita e serena. Il budget mensile  per la spesa e la benzina non supera i 300 euro. Come fanno a procurarseli ci si domanda? Sappiamo che non hanno alcun sussidio dal Comune. La madre dichiara di ricavare qualche denaro dalla sua attività di consulente  sui temi del benessere psicofisico e dalla rendita di beni familiari che la donna ha ancora in Australia. Il marito si occupa invece dell’orto e provvede a procurare cibo alla sua famiglia oltre che fare piccoli lavori. Dunque, una vita agreste all'insegna del mito del 'buon selvaggio’ che ama la vita bucolica in contesti pre-politici. Questo mi sembra uno dei motivi di questa paura generale: come è possibile che qualcuno accetti di vivere senza comodità, seguendo vite che oggi nessuno immaginerebbe? In fondo bisogna essere 'green' ed ecologisti solo quel tanto che basta al sistema, poi è necessario titornare nei ranghi del capitalismo consumistico a cuj siamo affiliati. Guardate che questa domanda alberga nel cuore di ognuno di noi visto che non siamo disposti a rinunciare a nessuna delle nostre comodità. Siamo ipocriti a tal punto da seguire e obbligare a far seguire figli e studenti l'Agenda 2030 come un mantra indiscutibile, ma ci scandalizziamo poi di fronte a vere e proprie scelte green ed ecologiste compiute da una famiglia che vuole vivere secondo quelle modalità 'green'. In fondo questa scelta è contro questa civiltà egoica del benessere, dell'omologazione culturale del consumo che nessuno degli 'integrati' accetterebbe mai. Piaccia o meno è una scelta anticonvenzionale fino al paradosso, politicamente poco politically correct. Dice no a questa società ma non al senso di comunità. Faremmo tutto questo a un componente della comunità Amish? A un Sinti? A un Rom? No perché sappiamo che queste sono culture protette. Per cui quello che esce da tutta questa (brutta) storia è la paura che persone della nostra società pensino di vivere in modo diverso da noi. Quello che ogni società non ama è infatti la diversità, l'incapacità all'adattamento culturale come, in fondo, sembra che questa famiglia faccia vedere a tutti noi e che rivendichi, rinfacciandoci che loro vivano felici rispetto a noi che lo sembriamo apparentemente. Forse è anche questa loro felicità che ci dà fastidio a fronte della nostra inquietudine. Pensiamoci un attimo e chiediamocelo in cuor nostro senza timore. Io forse non lo farei e neppure avrei questo coraggio di rinunciare a tutte le comodità che questa società mi offre, ma questo basta per impedire ad altri di pensare e vivere diversamente secondo i loro principi che non ledono la comune convivenza? Basta tutto ciò per togliere loro i figli come se fossero pessimi genitori o, peggio, genitori che procurano violenze ai loro figli? Cari concittadini domandatevelo in cuor vostro e chiedetevi cosa in tutta questa faccenda vi ha dato quel fastidio insopportabile. Al fondo di tutto ciò quello che uscirà è quella nostra antica paura nei confronti del diverso, della diversità sia che questa abbia le sembianze della follia oppure del ritorno al mito del buon selvaggio che rompe le regole della nostra società...

venerdì 21 novembre 2025

LA TRAPPOLA DELLA TECNICA: “ORMAI SOLO UN DIO CI PUO’ SALVARE”

La riflessione di Heidegger sulla Tecnica è nota: l’uomo è chiuso nella trappola della tecnica da cui non uscirà per colpe proprie. Questo è ormai pacifico. Da forma di dominio dell'uomo la tecnica è diventata dominio sull'uomo nell’età della sua riproducibilità. Già nel 1966 Martin Heidegger, in una lunga e densa intervista concessa al settimanale tedesco Der Spiegel  resa pubblica solo dopo la sua morte a dieci anni di distanza come lui pretese, egli pronunciò una delle frasi più enigmatiche e credo ambigue del panorama filosofico del Novecento: «Ormai solo un Dio ci può salvare». In quella semplice frase che non era affatto una dichiarazione teologica ma un giudizio severo sull’intera civiltà moderna e dunque nel suo declino, Heidegger condensava l’esito finale della sua intera ricerca iniziata quarant’anni prima con Essere e tempo (1927): la convinzione cioè che l’uomo, perdendo il senso dell’ essere, si fosse smarrito in un mondo costruito da sé stesso ma che ormai non sarebbe più riuscito a controllare. Questo senso di sottomissione rappresenta la trappola della tecnica. Egli dunque sosteneva che la Tecnica non è soltanto un insieme di strumenti al servizio dell’ uomo come ai più sembra, ma una vera forma di pensiero, un modo di guardare e organizzare il mondo che ha preso il sopravvento sull’individuo. In fondo rappresenta la mentalità dell’efficienza, del calcolo, del dominio che pretende di ridurre tutto, anche la vita e la stessa natura, a qualcosa di puramente manipolabile, controllabile e riproducibile: «la tecnica, nella sua essenza, è qualcosa che l’uomo di per sé non è in grado di dominare, ma da cui piuttosto è dominato. La tecnica strappa e sradica l’uomo sempre più dalla Terra […]. Tutto ciò che resta sono problemi di pura tecnica». In queste semplici parole quello che avrebbe dovuto renderci liberi ci ha resi dipendenti e schiavi. Per cui, l’uomo moderno che si è emancipato da Dio e dalla natura proprio per affermare la propria autonomia, si ritrova invece schiavo di un apparato tecnico che decide per lui ritmi, bisogni e perfino desideri. La libertà si è trasformata in automatismo, il libero arbitrio in un sogno preconfezionato. A proposito Heidegger aggiungeva una frase che oggi sembra quasi una profezia: «non è più la Terra quella su cui oggi l’uomo vive». L’uomo, sottolinea, non abita più il mondo ma una sua ‘proiezione artificiale’. Si è separato dal suolo, dal limite, e dunque dal reale. Certo che quelle parole, pronunciate nel 1966, oggi non rappresentano più un giudizio filosofico ma, come poi egli scrive nello stesso testo, «la lampante constatazione di un dato di fatto». Viviamo in un tempo (buio) in cui noi e le nostre menti sono intrappolate nella rete, in connessioni continue che sostituiscono la presenza e prosciugano il silenzio, dove non abbiamo più rapporti reali ma solo virtuali. La Terra stessa è devastata, antropizzata, ridotta a risorsa da sfruttare e resa oggetto del nostro delirio di sopraffazione. Abbiamo distrutto l' ecosistema e non sappiamo come ricomporlo. Heidegger, dunque, aveva previsto che l’ umanità, staccandosi dalla propria dimora naturale, avrebbe perso la capacità di “abitare poeticamente” il mondo. Invece di fiorire nel mistero, lo ha come dire colonizzato a suo uso e consumo. Invece di accogliere ha voluto possedere. Eppure in questa diagnosi severa che fa Heidegger c’è, forse, una speranza che non è una semplice nostalgia ma un invito per un rovesciamento spirituale. I giornalisti di Der Spiegel gli chiesero infatti: “Cosa può fare la filosofia di fronte a tutto questo? E cosa può fare il singolo individuo?”. Heidegger, dopo una lunga pausa, rispose con una calma che aveva il peso dell’evidenza dei fatti: «Se posso rispondere brevemente e forse un po’ grossolanamente, ma comunque in base a una lunga meditazione del problema: la filosofia non potrà produrre nessuna immediata modificazione dello stato attuale del mondo. E questo non vale soltanto per la filosofia, ma anche per tutto ciò che è mera intrapresa umana. Ormai solo un Dio ci può salvare». Non era un gesto di resa, ma una constatazione, una semplice presa di coscienza delle cose: la ragione da sola non basta più a salvare l'uomo. La tecnica è diventata una potenza impersonale e autonoma e l’uomo non può dominarla con gli stessi strumenti che l’hanno creata. Alla domanda su quale fosse, allora, la via possibile da seguire Heidegger rispose con una delle pagine forse più poetiche del suo pensiero: «Ci resta, come unica possibilità, quella di preparare nel pensare e nel poetare una disponibilità all’apparizione del Dio o all’assenza del Dio nel tramonto». Non si tratta, questo mi sembra il senso, di attendere dei miracoli. L’apparizione di Dio può anche non avvenire, forse non avverrà mai, ma l’attesa stessa diventa salvifica. Rendere la mente disponibile a questa attesa significa liberarla dall’onnipotenza, dal bisogno di spiegare, calcolare, controllare, affrancarsi dal dominio sulla natura. Significa accettare che ci sono dimensioni dell’essere che non possono essere manipolate da nessuno e da nulla. Heidegger lo chiama “das andere Denken” che significa "pensare ad altri", "pensare agli altri" o "considerare il pensiero altrui", cioè l’altro pensiero: un pensare che non pretende di dominare, ma appunto di ascoltare; che non costruisce, ma accoglie. È un pensiero poetico, capace di stupore, di silenzio e forse anche di gratitudine. «Tale apparizione può anche non avvenire, ma non è decisiva: se attesa, libera l’Io dal suo delirio di onnipotenza e ne dilata e ne ripulisce lo sguardo» In questa frase penso si racchiuda il cuore della sua ultima filosofia: l’attesa come atto di purificazione. La modernità ha dovuto insomma “superare Dio per affermare l’Io”. Oggi il nostro compito è esattamente l’opposto: superare l’ Io per ritrovare Dio. Non un Dio dogmatico o tappabuchi per quanti sono spaventati dal futuro, ma quello che Heidegger chiama il Divino: l’Indisponibile, l’Inconoscibile, l’Assoluto, il Mistero, il Silenzio. In un’epoca in cui tutto è misurato e consumato, tutto è manifesto, il Mistero è l’unico spazio di libertà che resta. Superare questo ’Io’ pesante e ingombrante significa abbandonare l’illusione di essere il centro del mondo, accettare di non poter dire tutto, né possedere tutto. È un atto di umiltà, dunque, che non nega la ragione ma la purifica dal suo delirio di onnipotenza. Solo così si potrà uscire almeno con la mente e con il cuore dalla trappola. Ecco allora che lo scopo è proprio quello di capire cosa significa e come fare. Il primo passo consiste nel comprendere le reali dimensioni di queste nostre trappole, sia di natura sociale sia individuali. Le nostre trappole non sono più catene visibili ma meccanismi invisibili di connessione, produzione, ego e velocità. Comprenderle non è un atto intellettuale, ma una forma di consapevolezza che riconduce l’uomo alla sua origine. In questo senso Heidegger non ci propone una fuga dal mondo, ma un ritorno alla terra dell’ essere, quella che la tecnica ha sepolto sotto i circuiti e gli schermi standardizzati. Solo chi sa sostare nel silenzio può di nuovo “abitare poeticamente la Terra”. E forse proprio in quel silenzio potrà ancora accadere quello che Heidegger chiama “l’apparizione del Dio nel tramonto”: non la rivelazione di un’entità metafisica, ma la riscoperta di una presenza che da sempre ci sfiora e che l’uomo, finalmente, può tornare a riconoscere come a qualcosa che gli serve.